Io ti giudico ma non ti condanno

Di seguito la trascrizione del dibattito intorno al concetto di giudicare e condannare.

Masini: L’ambiguità con cui viene usato e tradotto il verbo giudicare ha generato una enorme confusione nella applicazione di una terminologia giuridica alla morale comune tra giudicare e condannare. Questa confusione è diventata assoluta in ambito cattolico. Puntualizziamo dunque il significato delle parole. Il giudizio, in senso ampio, è un sano discernimento da cui si traggono delle conclusioni logiche di distinzione tra il bene e il male. Il giudizio è nella natura stessa del pensiero, della cognizione e della razionalità. Il giudizio è anche presente nel dialogo di valutazione su eventi, idee, comportamenti. La condanna è una conseguenza del giudizio e non è obbligata – tranne che nei sistemi giuridici dove c’è condanna o assoluzione. Questo altro termine rappresenta una ulteriore espressione critica quando viene usato in chiave spirituale come nella confessione perché rappresenta una contraddizione se è posto a fianco del concetto di perdono. Ma fermiamoci a giudizio/condanna. Il primo è legittimo e indispensabile, la seconda può essere autoritaria e oppressiva. “Senza mai condannare” è molto più chiaro di “senza mai giudicare” perché implica un sano giudizio sul bene e sul male ma non un atto contro chi abbia fatto del male. La mancanza di questa distinzione nel mondo, nelle traduzioni dei testi sacri, nei dibattiti, nelle posizioni e nelle opinioni espresse genera ipocrisia e/o buonismo relativista.

Beatrix: Io distinguo il bene dal male perché ho una morale, non perché giudico, io accetto gli altri per quello che sono e per quello che possono dare, se siamo affini nasce qualcosa altrimenti no. Non per questo biasimo le altre persone. Altra cosa è il diritto penale, sulla religione non mi esprimo in quanto è una questine meramente geografica.

Mazzoni: Nella mia esperienza di giovane adolescente c’è un ricordo che mi accompagna sempre, quando chiedevo ai miei genitori di uscire di casa dopo cena, il mio babbo con un dito inquisitore mi guardava intensamente e mi diceva: giudizio!!!. Che per me voleva dire sii giudiziosa- non fare bischerate -pensa bene a quello che fai -eccetera eccetera… Ma anche: sei tu la responsabile delle tue azioni. Non ho mai tanto ben accetto il concetto del non giudizio, tanto sbandierato nei vari tipi di counseling (con cui hanno tradotto Rogers, chissà forse anche in modo impreciso). Senza giudizio o valutazione, come è possibile distinguere il giusto dallo sbagliato? O almeno iniziare un processo identitario?

Beatrix: Ok allora giudizio secondo quali “canoni” o “regole”? Giudicare secondo la chiesa romana apostolica? O secondo il giudaismo? È forse migliore l’induismo? Secondo il giudizio induista è assasdino chi uccide una vacca ma tollera lo stupro se una femmina esce sola dopo le ore 19.00. S. Agostino “giudicava” le donne inferiori all’uomo in quanto “piene d’acqua”. Io continuo a quotare la morale.

Grazia: Penso che Rogers quando dice che non bisogna avere alcun giudizio sul cliente che abbiamo davanti non voglia dire che non dobbiamo renderci conto dei suoi errori, ma piuttosto che occorre restare interiormente aperti verso di lui. Giudicare troppo frettolosamente ci fa vedere gli altri in un modo distorto che poi è molto difficile correggere.

Ilaria: Non so…forse una sorta di  giudizio è necessario per farci un’idea di chi si ha davanti o di una situazione…forse quando il giudizio ci impedisce di capire realmente o ci limita allora può essere subentrata una sorta di condanna interiore verso una persona o una categoria ecc… È un punto di non ritorno rispetto ad una apertura… si va anzi verso il senso opposto…internamente…a volte anche verso noi stessi…

Patrizia: Io credo che tutti giudichiamo e siamo a nostra volta giudicati ..nel bene e nel male…la condanna è secondo me un processo più interiore

Masini: E no. La condanna è un fatto relazionale. Giudico uno come “stronzo”, senza chissà che riferimento morale o religioso, solo perché parcheggia la macchina male sui miei spazi. Lo giudico senza mezzi termini ma tengo il giudizio per me. Oppure lo condanno ad una pena che stabilisco, a scelta: 1 gli rigo la macchina con una chiave; 2 mi rivolgo ai vigili che gli facciano una multa; 3 parlo male di lui con tutti i condomini; 4 trovo una vendetta originale e terribile (assoldo un killer). Un conto è giudicare stronzo, altro conto è condannare a morte. Non capisco perché si debbano vedere le questioni in modo intimista e complicato. Oppure far ricorso a questioni morali per risolvere anche i piccoli problemi della quotidianità. Troppa psicologia e poco buon senso.

Sara: Io ho fatto un lungo percorso sul giudizio durante la stesura dell’autobiografia, soprattutto temevo costantemente il “giudizio” degli altri nei miei confronti e per difesa “giudicavo”. Ora che riflettiamo sulla differenza giudizio/condanna mi viene da dire che allora sbagliavo parola.

Grazia: Sto riflettendo sulla differenza tra giudizio e condanna. Non è poi cosi  facile capire dove finisce l’uno e comincia l’altro. Magari uno si comporta male, ma io ho voglia di capire le sue ragioni? E se lo giudico senza dargli nessuna possibilità di difesa, non lo sto condannando?

Masini: Quello che parcheggia avrà tutte le attenuanti ma fa un torto!. E la mia relazione con lui evolve solo se ammette il torto e chiede scusa

Sara: Ecco… Grazia e Enzo  mi avete aiutata a chiarire ancora dentro di me… Questo mio temere la “condanna” proviene tutt’ora dal modus operandi di mia madre (citata al Convegno sui padri) che, per punirmi da adolescente, non mi parlava x settimane dando per scontato che io capissi ciò che non mi diceva e che quindi non capivo. Non mi ha mai chiesto scusa ma, dopo averle detto quanto fosse doloroso quel silenzio giudicante (oggi direi condannate), ora non lo fa più. Ha provato a condannare  mio marito (per invidia) ma non attacca più perché ho fatto da avvocato e ho detto “Basta!!!”. Ora posso dormire meglio

Jenny: Ho imparato ad ascoltare la mia voce  interiore che mi aiuta a capire che sensazioni mi da la persona che  ho di fronte. In genere lascio comunque le porte aperte cercando quando è necessario di stare in guardia. Tendenzialmente purtroppo sono molto (troppo) tollerante e difatti con il tempo mi accorgo che il “giudizio” iniziale aveva il suo senso. Credo pero che un tipo di “condanna” sia lecita, quella  di  avere la facoltà di scegliere se continuare o meno a frequentare la persona in oggetto, amico o cliente che sia.

Patrizia: Io intendevo come più interiore la condanna perché nasce da un risentimento interiore che le persone accumulano dentro di sé. La condanna scaturisce dalla rabbia accumulata. Se quella persona mi ha fatto male lo condanno parlandone male con tutti.

Bruna: Sono d’accordo sulla ambiguità che si nasconde dietro all’uso del verbo giudicare e credo di non aver mai  riflettuto sulla differenza tra giudizio  e condanna così intimamente come lo ha posto Vincenzo. Quindi, analizzando  i miei pensieri, scopro di essere necessariamente giudicante, anche se poi, in base ai miei criteri (è come mia figlia sono molto tollerante) posso accettate e semplicemente giudicare oppure condannare. Se giudico l’altro, il mio pensiero può essere ancora modificato, se lo condanno la relazione è finita.

Anna: Pensando al concetto di “giudizio” e “condanna” ho riflettuto in questi termini: il giudizio può essere costruttivo o distruttivo. Costruttivo è’ il giudizio che può alimentare le relazioni se espresso. Il giudizio costruttivo può servire a noi stessi per comprendere dove stiamo sbagliando. Può essere un giudizio che teniamo per noi è che ci orienta nelle situazioni. Poi c’è il giudizio distruttivo. Quello che distrugge le relazioni. Mi verrebbe da dire che quando il giudizio distruttivo viene espresso diventa “condanna” se non si permette ai destinatari dello stesso di difendersi…

Mirella: ” Non possiamo mai giudicare le vite degli altri perché ogni persona conosce il suo dolore e le sue rinunce. Una cosa è sentire di essere nel giusto cammino, ma un’altra è pensare cieli tuo sia l’unico cammino” (Paolo Coelho)

Masini: Non sono per nulla d’accordo con Coelho. Riina lo giudico così come giudico la sua carriera mafiosa.

Mirella: Probabilmente, anzi direi certamente è la traduzione del verbo dalla lingua originaria che non è esatta. Occorre intendere che noi non possiamo “condannare” gli altri uomini, poiché questo compete solo a Dio. Scusate se riprendo a disquisire.  Per quanto riguarda il giudizio, mi accorgo che anch’io, nonostante il vangelo,  non posso fare a meno di giudicare (nel senso di “valutare, farsi una propria opinione, scegliere, decidere…). Giudichiamo sempre, in ogni momento della giornata: su cosa è più opportuno o più giusto fare,  su cosa pensare di questo o quel fatto, di questo o quel comportamento…. Ma quando riteniamo di essere nel giusto o valutiamo migliore o peggiore qualcosa, qualche evento o…qualche persona, sulla base di che cosa, di quali valori lo facciamo?

Katia: Ho letto tutte le vostre osservazioni, e non  mi rimane che esprimermi anch’io. Bene, io vorrei partire dall’ego, io penso che  il nostro ego ci porti ad avere giudizi, giudicare qualsiasi cosa ci capita a noi o all’esterno, a mio avviso dal giudizio si arriva alla violenza che può essere fisica, verbale e morale all’interno di qualsiasi relazione umana o esterna applicata all’ambiente circostante. Infatti per chi ad esempio è credente si legge  ” ….E verrà per giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine” trattasi del giudizio universale che sarà violentissimo, devastante! Se uno ci pensa o se lo immagina, questo sempre  in termini religiosi, per chi non crede questa cosa non lo tocca. Dal punto di vista  legale, noi uomini abbiamo creato delle REGOLE E LEGGI che dovrebbero essere rispettate, chi non le rispetta non è che subisce un giudizio, subisce una ” punizione” detta infatti “pena” che noi stessi abbiamo creato. Ogni paese applica la sua, da chi: ha la pena di morte ( che non condivido, per me è più efficace privare una persona della libertà rinchiudendola al buio per 2 metri per 2 in una cella e buttare via le chiavi, troppo facile ucciderla, deve agonizzare nella sofferenza e arrivare ad avere il desiderio lui stesso di morire anziché vivere così il resto dei suoi giorni) ergastolo, prigione. Quindi noi stessi siamo soggetti a pene che abbiamo creato noi, perché in teoria abbiamo la consapevolezza di sapere che uccidere è sbagliato, rubare pure, se non per necessità perché stai morendo di fame…Ma qui poi si apre un’altra finestra infinita e vorrei essere breve. Però appunto perché si suppone che nasciamo con una certa consapevolezza di distinguere cosa è bene o sbagliato, ahimè c’è chi non nasce e per natura non ha questa distinzione, uno che nasce con seri problemi mentali, e come fissa ha di uccidere i gatti, non ha la consapevolezza di capire che quella cosa è sbagliata!! E come puoi “giudicare” il suo comportamento se non che non giudichi, ma “valuti” che è affetto da un grave deficit e dovrebbe stare dentro una clinica. Pertanto dovremmo spogliarci dal nostro ego che porta ad avere dei “giudizi” ed entrare più in sintonia con la nostra natura, essere in risonanza con essa e seguire la sua complessità e non le complicazioni che creiamo col nostro ego.”..bisogna essere puri come i bambini per entrare nel regno dei cieli” perché i bambini non hanno ” giudizi”.

Elisabetta: Bella la sintesi che proponi Vincenzo. Mi piace soprattutto perché dà all’esperienza  (dei mal di pancia propri a altrui) la funzione di costruzione del proprio sistema di valori, a cui fare riferimento. È una sintesi tra il valore della sensibilità individuale e quella degli altri, altri però significativi per noi. Una compenetrazione tra ciò che parte da me e ciò che viene da coloro che hanno la mia fiducia . E tutto questo evolve ma ma non si trasforma in qualcosa di contrario. Ho fatto un po’ di confusione….? Mi viene una domanda…. Chi violenta o uccide o commette altro male, non sente i propri mal di pancia? (tanto meno quelli degli altri….), o non li ascolta? O proprio non ne ha? L’africano che non sa che non si violentano le donne sulla spiaggia, non possiede questo tipo di mal di pancia culturalmente? Naturalmente? O il tipo di contesto in cui è vissuto non lo fa emergere….?

Sara: Io credo che la differenza tra giudizio e condanna sia come il concetto delle relazioni affini o oppositive: es. il controllo può essere al positivo responsabilità e al negativo ansia. Dopo aver letto le vostre riflessioni e quella di Vincenzo sul semplificare credo che, sia il giudizio che la condanna siano innati nell’essere umano e ci vogliono altrimenti saremmo tutti permissivi, senza regole e alla peggio buonisti.

Masini: A Elisabetta voglio dire che l’africano, se fa parte della specie umana come credo, sa benissimo che le femmine non vanno violentate ma corteggiate, sulla spiaggia, nei boschi e in città. Sa poi benissimo che è nelle caratteristiche ormonali della femmina accettare o rifiutare il corteggiamento. E sa benissimo che il maschio deve accettare il possibile rifiuto che la femmina esprime. Al massimo può essere insistente ma non molesto. Se non è un essere umano invece non lo sa perché non ha sviluppato il necessario livello di empatia per percepire il vissuto femminile (e forse è rifiutato proprio per questo perché non migliorerebbe la specie nel caso di fecondazione. Non è un maschio alfa, forse nemmeno zeta..).

Elisabetta: Ma perché non ha sviluppato il necessario livello di empatia……? È comunque una questione  “educativa” in primis? La specie umana a cui dovrebbe appartenere si è evoluta in modo da sviluppare le caratteristiche necessarie alla relazione corretta tra individui attraverso l’educazione in senso lato ? Che però è poi diventato patrimonio della specie? E questo vale anche per l’Europeo che fa le stesse cose, no?

Masini: Nella evoluzione umana si sono formati gli archetipi inscritti nel DNA. Frutto dell’esperienza di millenni. Abbiamo analizzato nei nostri convegni quello del padre, del fratello e della madre, i principali. L’educazione li tira fuori e spesso li libera dai connotati negativi prodotti dal pensiero magico primitivo. In modo relativamente simile gli archetipi ci sono in tutte le etnie (oggi è vietato dire razze). Laddove sono diventati valori di riferimento il pensiero cognitivo riesce a controllare le pulsioni primitive, dove invece l’emozionalità magica è prevalente il controllo è minore e le autogiustificazioni egocentriche hanno il sopravvento. Statisticamente c’è più autocontrollo tra gli europei che tra gli africani. Così come c’è più voglia di lavorare tra i bergamaschi che tra i napoletani. E questa affermazione e le precedenti non sono razzismo ma giudizio senza condanna. Non accetto ciò che dice il buonista: conosco un napoletano che è un gran lavoratore… conosco un bergamasco fannullone… Ma la media com’è?

Marina: Ho letto tutto il dibattito finalmente ed ho una domanda. Se un ragazzo a scuola chiede di incontrarmi la prima cosa che gli dico è di sentirsi libero di dire quello che vuole e come vuole perché io non lo giudico e quel che dice resta in camera caritatis. Lo dico per tranquillizzarlo. Ma appena lo vedo e osservo come si siede o parla ecc…mi faccio un’idea su di lui, del suo idealtipo, della sua famiglia, del contesto sociale. Quindi in qualche modo lo “soppeso”. Allora mi chiedo: è giudicare? O, come ho sempre creduto, semplicemente constatare? Perché mentre mi racconta mi viene da pensare che ha commesso uno sbaglio, che ha agito d’impulso, o che è stato curioso…  e non mi viene da pensare: guarda che stupido. Certo, quando sono sola e ripenso a quanto mi ha detto, allora arriva il mio giudizio…pesante. So che in quel momento lo sto giudicando, ma solo quando ne ho consapevolezza.

Masini: È giudicare, e non c’è niente di male. A volte si giudica bene bene, a volte male. Mi sono inoltrato in questa discussione proprio perché intorno a questo verbo giocano ipocrisie ed equivoci. Ed è un verbo usato malissimo con sensi di colpa per chi pensa di far del male e superficialità per chi non prende mai posizione né con se stesso tantomeno con altri. “Non giudicare” è diventato così la bandiera dell’indifferenza e della distanza sociale. “Io ti giudico ma non ti condanno ” può essere la chiave per una relazione evoluta da parte di chi è capace di bastare a se stesso e non chiede il sostegno di altri per prendere una posizione.

Sonia: “Io ti giudico ma non ti condanno” mi piace molto e mi chiarisce ancora di più. Ho riflettuto sull’importanza di conoscere e usare correttamente le parole per evitare equivoci, sull’importanza di definire e concludere per non essere vittima di manipolazioni (finestra di Overton), per un processo identitario, per non rimanere irretita nel relativismo e/o buonismo ipocrita. Ritengo che sia sbagliato il pregiudizio ma giusto e indispensabile il giudizio. Quando Rogers dice di essere non giudicanti, penso che si riferisca al pregiudizio che emerge quando si ha di fronte uno sconosciuto e lo si giudica. L’atteggiamento, direi non pre-giudicante, agevola l’apertura. Ma dopo questa prima fase, è sano e giusto saper definire l’uomo/donna e il suo operato. Più la persona giudicante è evoluta, più il suo giudizio è valido e condiviso. Non è una questione di religione, credo ecc. ma di valori ben saldi, interiorizzati, universalmente condivisi. Può il giudizio cambiare? No, il giudizio di oggi sul fatto e sulla persona che oggi lo ha compiuto, non cambia. In futuro però l’individuo può cambiare.

Chiara: Ho letto tutta la discussione e mi scuso per il ritardo nel rispondere. Quando ho letto “Bastare a se stessi” già mi sono rincuorata. Mi spiego meglio. Sono in un momento di gran confusione nelle mie relazioni e riflettendo sui miei possibili sbagli ho capito che il più grande è proprio quello di non essere sufficientemente in grado di bastare a me stessa. Ci sono occasioni in cui sono molto insicura, in cui faccio fatica a prendere una posizione. Beh, il fatto di poter riflettere sulla differenza tra giudizio e condanna mi ha aiutata. Ho bisogno di ordine dentro di me e ho capito che questo ordine devo iniziarlo a cercare dando un preciso significato alle parole. Ha ragione Vincenzo quando si sente dire che qualcuno ha giudicato qualcun altro sembra che abbia commesso uno sbaglio tremendo. Invece no…quando si dice “a parer mio..” sarebbe invece più corretto dire “a mio giudizio..”. Non c’è nulla di male. È il giudizio che si ha verso un qualche cosa o qualcuno, è una presa di posizione senza la quale non si può costruire una propria identità. È necessario avere giudizio perché sei portato inevitabilmente a ragionare e a riflettere prima di acquisirlo. Questo ti da modo di spiegare razionalmente agli altri il perché del tuo pensiero e da ciò nasce un confronto di opinioni che può essere costruttivo. Solo dopo puoi o rafforzare la tua posizione o tenere in considerazione il giudizio altrui condividendolo o meno. Simbolicamente (a mio giudizio) il giudizio lo vedo come un pensiero maturato e metabolizzato che può diventare condanna se diventa irremovibile. Mi viene in mente il passaggio dallo stato liquido a quello solido. Quello liquido (giudizio) ha una sua consistenza che può cambiare come no, mentre se si trasforma in solido (condanna) rimane tale nel tempo.

Mirella: A proposito di giudizio e condanna e perdono vi invito a leggere Mt. 18,15. “Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. 18In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo”.

Masini: Il Vangelo è estremamente chiaro sul giudizio anche se penso che molte volte il verbo sia stato mal tradotto offrendo al “buonismo” una lettura che gli fa comodo. In ragione della scelta di “non giudicare” ha la scusa ipocrita per non ammonire il fratello che sbaglia. Evitando il giudizio non si pone il problema dell’ammonizione e ci si chiude nell’opportunismo del non mettersi mai in gioco.

 

18/9/2017

Web society e disturbi della forma del pensiero nei nativi digitali

Dissoluzione degli archetipi e nativi digitali

( tratto da La svolta relazionale

La caduta di riferimenti nella cultura contemporanea non riguarda solo gli archetipi messi in discussione, ma investe il complessivo stile di vita che, accanto alla sensazione di apparente aumento di libertà, riduce invece le sicurezze e le possibilità di scelta, in ragione della scarsa trasparenza degli obiettivi e della complicazione nelle strategie da intraprendere. Intendo dire che la scelta di un percorso scolastico, di un lavoro o di una professione, di una abitazione è centrata quasi esclusivamente sull’immagine di sé che promette e non sulla loro sostanza effettiva.

L’unica meta su cui verte l’interesse è il benessere e il successo. Quest’ultimo viene perseguito anche nei più piccoli momenti della vita quotidiana: il successo nel dire una battuta, i “mi piace” ottenuti su facebook, la gloria nel segnare un goal o prendere un buon voto. La forma mentale attuata per ottenere la sensazione di successo è la contrapposizione tra essere “ON” e essere “OUT”. Non si tratta più dell’antinomia IN/OUT, come nel passato, ma di essere “accesi”, di essere “su”, “connessi” nell’esaltazione di aver ottenuto successo, oppure essere fuori.

La vita personale viene è postata, resa pubblica sul web per accendere quella sensazione e i rapporti con gli altri sono valutati sulla base del ritorno di successo che offrono. La fatica necessaria per raggiungere mete e obiettivi non è apprezzata in sé ma solo in funzione dei benefici di successo che garantisce. Lo stesso vale per la vita di relazione, che si riduce progressivamente a sistemi di comunicazione in entrata e in uscita privi di sostanza relazionale e funzionali solo alla soddisfazione psicologica immediata.

I cambiamenti in atto sconvolgono anche la vita relazionale degli adulti, ma è la qualità della vita nelle nuove generazioni, dei cosiddetti “nativi digitali”, a rischiare di portare verso un progressivo disastro, in quanto a essere messo in discussione è il senso stesso della relazione.

Se le problematiche legate all’esposizione emozionale degli anni ’70 causarono una grande quantità di disagi per i giovani, oggi l’esposizione ai modelli mentali della rivoluzione informatica ne propone di nuove e di inedite. Gli anni della liberazione delle emozioni hanno registrato un picco sia dell’uso di sostanze psicotrope e psicoattive sia dei problemi emozionali dell’umore e alla loro copertura con antidepressivi. In quel caso, il rischio di deriva riguardava la destrutturazione dei sentimenti, più fragili e più rari delle emozioni, e la conseguente caduta di valori a essi associati. Al contempo, però emergevano anche nuovi valori, volti alla crescita personale e all’individuazione soggettiva, che hanno aperto possibilità e proposto stimoli molto innovativi anche nel campo delle relazioni.

Pur implicando un consumo emozionale ancora più ampio, la rivoluzione digitale verte su altri aspetti dell’umano e incide maggiormente sulle forme del pensiero.

Il cyberspazio è un contenitore nel quale le persone possono comunicare attraverso identità che nascono solo dalla loro immaginazione. La realtà virtuale, “cyberdelic”, nasce da personaggi che provengono dalla controcultura psichedelica della beat generation degli anni 60-70, senza la quale probabilmente i computer non sarebbero esplosi sullo scenario mondiale.

L’enorme potenziamento della comunicazione mediante il cyberspazio non espone al solo rischio, per noi centrale, della confusione tra comunicazione e relazione, ma consente anche la formulazione e la divulgazione istantanea di concetti e teorie sulle questioni fondamentali del senso della condizione umana spesso non sostenuti da criteri etici e strumenti critici condivisi e verificati: oltre alla distinzione tra maschile e femminile, la distinzione tra esseri umani e animali, tra mediatori e manipolatori della spiritualità, tra metafisica e realtà virtuale, tra memoria e apprendimento, tra economia e finanza, tra guerra e pace, tra salute e salutismo, tra competizione e collaborazione, tra rispetto e manipolazione dell’ambiente…

La potentissima accelerazione trasformativa con cui la comunicazione sistemica penetra nei mondi della vita quotidiana rende assolutamente necessaria la purificazione evolutiva degli archetipi di riferimento per far sì che essi possano essere trasmessi alle nuove generazioni quanto più possibile privi di ambivalenze. E impone un attento, assiduo lavoro collettivo verso l’elaborazione di una teoria relazionale che consenta di riconoscere la dialettica interna agli archetipi e distinguere tra ambivalenze inutili e ambivalenze pericolose, spostando queste ultime nel grande cestino delle superstizioni.

Web society e disturbi della forma del pensiero: il pensiero magico

L’informatica e la realtà virtuale inducono stati mentali che amplificano l’esperienza sensoriale e le caratteristiche specifiche della comunicazione, consentono l’anonimato e la assunzione di altre identità, parificano lo status sociale, distorcono la percezione dei limiti spaziali e temporali, consentono relazioni multiple. Proprio per queste loro caratteristiche, tendono a favorire la trasgressione e a ridurre le capacità empatiche.

Non solo. Paradossalmente, il modello digitale del web, che a livello di programmazione ha un rigore matematico assoluto, nelle sue espressioni riesce ad apparire del tutto analogico. Il fatto che i contenuti si sviluppino in orizzontale e le costellazioni del pensiero non si incentrino stabilmente su una meta impedisce al pensiero di sentire lo stimolo a verticalizzarsi in una gerarchia logica, e questo aumenta la possibilità di sviluppare disturbi. Inoltre, le rappresentazioni per immagini, le animazioni e i filmati simulano la realtà con grande efficacia, mobilitando l’attivazione sensoriale e il pensiero intuitivo. Prima gli ipertesti[1], poi i link e le finestre (windows) che si aprono una dentro l’altra, generano una forma di pensiero lineare incapace di gerarchizzare i contenuti e di organizzarli in una mappa. Come una navigazione a vista che ha perso l’obiettivo e la meta.

La condizione mentale del nativo digitale, che si configura prossima alla soglia di un disturbo della forma del pensiero, è anche il punto di arrivo della didattica creativa. Se a tale forma didattica vanno i meriti di aver destrutturato la rigidità dei saperi, va anche il demerito di essere andata ben oltre le intenzioni e gli obiettivi iniziali e di essere divenuta autoritaria nel proporsi come l’unica forma di didattica, indipendentemente dalle caratteristiche dell’allievo. La spinta al cambiamento, conflittuale nei confronti degli eccessi regolativi della didattica premoderna, prosegue senza che ci si renda conto che gli obiettivi prefissi sono già stati raggiunti e che oggi è invece necessaria una nuova prospettiva, incentrata sulla semplificazione e sulla ridefinizione dei modelli cognitivi di base. La prima conseguenza che questo scenario provoca nelle forme del pensiero dei nativi digitali è la mancanza di mappe di riferimento e di delimitazione degli ambiti della cognizione. Inoltre, al fine di consentire alla velocità del pensiero di sostenere la sfida della velocità delle connessioni digitali, è necessario un puntuale lavoro sui ritmi del pensiero. Il rapporto con le connessioni è contradditorio: percepite come esasperatamente lente nel tempo di attesa della accensione di un computer, divengono rapidissime in un passaggio difficile di un videogioco. L’idea dei ritmi del pensiero, del tutto nuova nelle discipline che si occupano di apprendimento e di formae mentis, è di immediata intuizione nei diversi modi di pensare gli oggetti del pensiero: dalla concentrazione tramite focalizzazione su un oggetto, accompagnata dall’attivazione delle onde Beta, alla contemplazione finalizzata alla dilatazione dell’orizzonte mentale per poter cogliere l’oggetto nella sua totalità, accompagnata dall’attivazione dei ritmi Alfa. Nella relazione con la realtà virtuale i ritmi psichici sono invece oscillanti, e non dipendono dall’oggetto ma dalla velocità discontinua e occasionale dei processori. Sono pertanto antinomici all’oggetto del pensiero.

Oltre che essere aleatorie, queste antinomie sono ingovernabili, perché non dipendono né dall’oggetto né dal flusso di pensiero. Ed è per questa ragione che nei nativi digitali si verifica una regressione al pensiero magico.

Il pensiero magico costituisce un tipo di elaborazione cognitiva in cui manca una relazione causale tra soggetto e oggetto. Alla magia vengono attribuite relazioni causali ma, a differenza della scienza, il magico sottende spesso un errore di base nella correlazione delle cause. Assunto fondamentale del pensiero magico è l’idea di poter influenzare la realtà secondo i pensieri e i desideri personali. E di poter interpretare la realtà secondo un flusso di pensiero preveggente[2].

Le credenze magiche risalgono allo stadio preoperatorio, nel quale i bambini costruiscono la loro prima interpretazione della realtà. I bambini attribuiscono un’anima agli oggetti, anche inanimati, poiché nei primi stadi di sviluppo non fanno distinzione tra realtà esterna e interna; un loro gesto può influenzare il verificarsi di un evento senza che vi sia legame logico di causa ed effetto.

La visione magica del mondo permane quanto più viene assecondata da storie, tradizioni e rituali che potenziano la capacità immaginativa (…la paura di ciò che c’è nel buio.. il dentino da latte sul davanzale…i personaggi inventati…). I media, i videogiochi, internet e l’apprendimento intuitivo rinforzano il pensiero magico perché propongono sempre di più invenzioni senza distinzione tra fantasia e realtà. Ciò può produrre la persistenza del pensiero magico (o la regressione a questo stadio del pensiero) oltre la fase preoperatoria fino all’età adulta per motivi difensivi di controllo sulla realtà, propiziatori (con la nascita di veri e propri rituali), o tesi a riempire i vuoti di conoscenza.

Il bambino assimila la relazione con le cose attraverso l’empatia con l’altro e la ripetizione del vissuto e delle motivazioni che promuovono tale vissuto. La ripetizione genera assimilazione, e solo l’insorgere di un progressivo processo di pensiero logico consente di accomodare le conoscenze in modo aderente alla realtà.

Dopo i 6 anni (stadio preoperatorio) il bambino è giunto al riconoscimento di sé, allo sviluppo del linguaggio e al maneggiare simboli, lasciando alle spalle l’egocentrismo infantile, la concentrazione su una sola cosa alla volta, l’irreversibilità, il ragionamento primitivo o trasduttivo, l’identità dell’oggetto, e inizia a classificare gli eventi e a costruire mappe mentali.

L’antinomia tra pensiero magico e pensiero logico è accelerata in questa fase dall’esposizione alla magia dell’informatica: di fronte a una foto su carta la bimba di tre anni, mentre fa scivolare le dita sull’immagine, esclama: “… ma non si apre!…”. L’intuitività del gesto, già esercitato su tablet o smartphone, oggettiva un rapporto con la virtualità che precede il contatto corporeo con gli oggetti reali e rinforza procedure immaginative a scapito della concretezza degli oggetti.

Un secondo elemento che deve destare attenzione è la persistenza dell’egocentrismo infantile. Il bambino non tiene conto dell’interlocutore perché pensa che gli altri provino le stesse cose che prova lui. Non appena la ripetizione primitiva si struttura, si consolida come senso della realtà e diventa proiettiva: tutto il mondo ruota intorno a ciò che il bambino sente. Laddove la realtà gli appaia frustrante, il bambino ne modifica il senso con l’immaginazione, collegando arbitrariamente le cose. Il suo ragionamento primitivo (trasduttivo) ancora non conosce la reversibilità ed egli non è capace di ricostruire la sequenza del ragionamento appena sviluppato. Il mondo virtuale gli offre un incredibile prontuario di gesti, espressioni e comportamenti che può fare suoi e che non richiedono di essere verificati nella relazione. Il mondo virtuale sostituisce le favole, che stimolavano l’immaginazione per decifrare successivamente il contenuto formativo, e potenzia il pensiero magico modificando senza controllo la realtà a cui partecipa: il bambino scongiura un avvenimento disegnando gesti nell’aria, modifica la realtà con il pensiero, propone le associazioni di idee per controllarla o per esprimere il suo desiderio narcisistico. Esamineremo gli effetti di tali premesse nelle patologie degli Hikikomori.

Anche lo sviluppo dello stadio operatorio concreto può essere disturbato dalla realtà virtuale. Le operazioni concrete si fondano sulla permanenza dell’oggetto, sulla classificazione, sulla relazione tra classi di oggetti e il loro ordinamento in serie nelle mappe mentali. Poiché l’organizzazione delle memorie dipende dallo sviluppo della nozione di tempo, collegata dapprima alla velocità degli spostamenti nello spazio (più in fretta è uguale a più lontano), i tempi della realtà virtuale rendono difficile tale traduzione automatica. Concepire il fluire del tempo è assai problematico quando si ha di fronte uno schermo in cui gli avvenimenti sono senza tempo. Se le scene relazionali di un film non hanno tempi morti, perché sintetizzano solo le situazioni significative, le rapide sequenze degli schemi, di un videogioco per esempio, appaiono nella mente del nativo digitale come se fossero oggetti concreti. La velocità del pensiero, la sua forma e i suoi diversi contenuti non riescono a formulare il pensiero ipotetico-deduttivo: immagina ma non trae conclusioni tramite il ragionamento per ipotesi, non conosce il “se avessi fatto…”.

I disturbi del pensiero nei nativi digitali

La natura dei disturbi del pensiero nei nativi digitali (dalla dislessia al calo di attenzione e all’iperattività) si manifesta con deficit sensoriali e difficoltà nelle comunicazioni interpersonali. Spesso hanno atteggiamenti eccentrici e sono maldestri nel compiere azioni o lavori pratici. La loro affettività è limitata, o inappropriata, e li conduce a sperimentare con ansia i contatti sociali.

Le distorsioni cognitive che presentano riguardano la forma, la velocità e anche il contenuto del pensiero, che continua a presentare aspetti magici. Non a caso giocano e si suggestionano all’idea di avere poteri magici, perché hanno bisogno di sentirsi speciali e, se non confermati nel narcisismo egocentrico che li caratterizza, si sentono abbandonati e delusi.

La loro personalità soffre di un tale disadattamento che, accompagnato da ansia sociale e dalla paura di fallimento nelle relazioni, impedisce loro di costruire rapporti con coetanei. Parallelamente, la loro solitudine alimenta il pensiero magico e le idee bizzarre, la tendenza alla trascuratezza e, se provocati e ostacolati nello sforzo di tenere gli altri lontani, può condurre a episodi deliranti.

La polarizzazione dei loro comportamenti tendenzialmente disturbati ne è un chiaro riscontro: da un lato quell’insieme di disturbi degli hikikomori, dall’altro il bullismo.

Hikikomori è un termine giapponese che significa “isolarsi” tramite una volontaria reclusione nella propria stanza ed essere privi di contatto con altre persone, sia famigliari che amici. Questi adolescenti abbandonano la scuola e/o il lavoro, mostrano comportamenti ossessivo-compulsivi, tratti paranoici, manie di persecuzione. Sostituiscono i rapporti sociali con quelli mediati attraverso internet (chat e videogiochi online), si barricano nella propria stanza e perdono progressivamente competenze sociali, abilità comunicative e opportunità.

La loro infelicità si manifesta con scarsa fiducia in se stessi e con aggressività verso i genitori. Le interpretazioni correnti nel mondo giapponese attribuiscono alla mancanza di una figura paterna e alla eccessiva protettività materna l’origine del comportamento hikikomori, che sembra coinvolgere circa un milione di adolescenti giapponesi, solitamente maschi primogeniti.

La realtà virtuale ha un ruolo rilevante nell’innesco della dipendenza e della esclusione sociale, associata alla pressione sociale verso il successo e il raggiungimento di mete di eccellenza che a tali giovani sono negate. La frustrazione per i fallimenti scolastici e le delusioni relazionali li imprigionano in un processo di ritiro sociale sempre più acuto.

Tali valutazioni psicologiche non prendono tuttavia in considerazione il disturbo della forma di pensiero che i nativi digitali manifestano. La loro socializzazione mediante realtà virtuale ha dato forma a un pensiero intuitivo non mediato dalle relazioni che ha senso solo se circoscritto al rapporto non empatico con il mondo digitale, accompagnato da manifestazioni emozionali non coerenti.

Indipendentemente dalla specificità del disturbo hikikomori nel contesto giapponese, peraltro in crescente espansione anche in altri paesi, molti dei disturbi del neurosviluppo presentati dai nativi digitali sembrerebbero collegati alla forma delle costellazioni associative del pensiero. Nella sfera relazionale tali costellazioni appaiono come simboli stabili e condivisi attraverso i quali comunicare e scambiare con altri il contenuto del pensiero. Nei nativi digitali presentano invece ridondanze procedurali, tangenzialità, illogicità, perseverazione, blocchi e deragliamenti. Che tali disturbi della forma del pensiero possano generare dissociazioni dalla realtà con percezioni distorte, anticipazioni del pensiero altrui e perdita dei nessi associativi in costellazioni arbitrarie formulate sulla logica della realtà virtuale è abbastanza evidente.

Il secondo modello di risposta disagiata è il bullismo. La mancanza di limiti relazionali oggettivati conduce anche al fenomeno della prepotenza del bullo. La sua aggressività fisica e psicologica tende a esercitare un potere sadico sulla vittima incapace di difendersi. Nel bullo si esprime il compiacimento nel dominio e nella affermazione prepotente di sé con offese, minacce, esclusioni, maldicenze, furti, rapine, percosse, intimidazioni e soggiogazioni. Anche in questo caso si può ipotizzare un vero e proprio disturbo di pensiero legato all’introiezione di modelli di comportamento del tutto privi di empatia, che trovano nel sadismo l’unica dimensione emozionale di godimento. La realtà virtuale e le immagini splatter su cui la sua letteratura indugia al fine di mobilitare emozioni in chi le assorbe costruiscono schemi di pensiero in cui la confusione tra l’autentico e lo scherzo si sovrappongono. Ed ecco che il bullo non diviene consapevole dell’orrore del suo gesto. La sua freddezza non perviene a compassione per la vittima, perché la sovrapposizione tra reale e immateriale è diventata per lui una vera e propria forma mentis.

L’operatore relazionale che voglia intervenire per ricostruire una giusta forma del pensiero dovrà agire tramite la capacità di modulazione del ritmo del pensiero del ragazzo. Per modulazione del ritmo del pensiero intendo la possibilità di modellare le onde cerebrali aumentandone e diminuendone la velocità e portandole dalle Alpha alle Beta e alle super Beta in funzione delle tipologie di relazione che si intende proporre e trasferire. L’accelerazione e il rallentamento delle onde cerebrali vanno messe in sintonia con le attività e le scene relazionali che la persona vive, favorendo la biorisonanza interpersonale. Tale biorisonanza accende le potenzialità dei neuroni mirror e apre all’empatizzazione anche i nativi digitali più immersi nella realtà virtuale.

A tal fine si possono utilizzare tecniche di visualizzazione e di focalizzazione o tecniche narrative. Come già detto, le tecniche di visualizzazione inducono rilassamento e aumentano le onde Alpha, rallentando il ritmo del pensiero, fino a indurre stati ipnotici. Rallentano la fuga delle idee e aumentano le performance cerebrali, per esempio migliorando la capacità di risoluzione dei problemi o le capacità mnemoniche. Al contrario, le tecniche di focalizzazione (anche visiva) aumentano la concentrazione e le onde Beta e accelerano il ritmo del pensiero, fino a indurre stati di trance. Le tecniche narrative migliorano la vita relazionale.

Se l’operatore relazionale saprà aiutare il ragazzo a modulare il ritmo e la forma del pensiero, in primis attivando o inibendo le onde Alpha e Beta, poi, se necessario, spingendosi fino alle Theta o alle Gamma, potrà esercitare l’attività di educatore del pensiero in modo relazionale.

La sostanza relazionale indispensabile per contenere le diverse forme di disturbo dissociativo[3] è l’armonia. L’armonia infatti modula qualsiasi forma di dissociazione, perché rimette in gioco gli elementi dei processi psichici che sono rimasti disconnessi, ovvero separati dal resto del sistema psicologico dell’individuo. Qualsiasi stadio di cristallizzazione dissociativa, anche quando si perdano i nessi associativi, le congruenze tra idea e idea, tra idee e risonanza emotiva, o tra contenuto di pensiero e comportamento, può essere riarmonizzata, se ci si affida alla condivisione di senso, anche minima, con chi si è perso nei sintomi della dissociazione: la sensazione della divisione dell’io, l’esperienza di essere fuori dal corpo, la perdita di sensibilità di parti del corpo, la percezione distorta del corpo, la sensazione di essere invisibili, l’incapacità di riconoscersi allo specchio, il distacco dalle proprie emozioni, la sensazione di guardare un film su se stessi, il senso di irrealtà, la sensazione di essere scissi in una parte partecipante e una osservante, la presenza di dialoghi interattivi con una persona immaginaria[4].

Il pensiero dissociato non è originario, viene acquisito attraverso esperienze emotive (o l’assunzione di sostanze psicotrope). Questo tipo di pensiero si innesta come l’innesto in una pianta: per approssimazione (accostando una forma di pensiero mai praticata), come nell’insegnamento; a gemma (trasferendo il bionte di una idea) come nelle intuizioni del problem solving; a marza o a spacco (introducendo uno o più rami di pensiero dopo aver effettuato una apertura mentale nel pensiero dormiente), come nei condizionamenti o nei decondizionamenti effettuati mediante scrittura automatica, training autogeno, esercizi yoga, danze parossistiche, pratiche ascetiche o meditazioni trascendentali. L’immagine dell’innesto a spacco suggerisce una separazione nel flusso unitario del pensiero che rompe l’armonia tra pensiero verticale e pensiero laterale. La successiva polarizzazione sul pensiero laterale, strumento dell’intuito che va a scardinare i modelli preesistenti creandone di nuovi e utilizzandoli per nuove interpretazioni della realtà, a scapito del pensiero verticale, che si basa su un’analisi logica delle problematiche affrontandole secondo modelli preordinati, privilegia una forma di elaborazione mentale cangiante e creativa che può essere appresa stimolando opportunamente la curiosità verso nuove soluzioni[5].

Ciò che accade in molti processi di condizionamento /decondizionamento è la caduta delle difese che tengono uniti i due processi, un’apertura alla empatizzazione verso modi del pensare creativi o divergenti e l’iniziazione a una vita mentale ricca e cangiante ma con una forte componente solipsistica. La mente basta a se stessa nella continua produzione di idee e di immagini mentali isolate rispetto alla relazione con gli altri e con il mondo. Un tale processo può essere utile a chi è immerso nel pensiero ossessivo perché lo libera dalle sue eccessive verticalizzazioni, ma può diventare pericolosissimo per soggetti già inclini alla dissociazione che non distinguono tra la personale esistenza e il mondo.

Processi dissociativi possono essere anche rintracciati negli esiti di traumi per incidenti, violenze, abusi durante i quali il soggetto forza la sua mente per allontanarsi con il pensiero dalla situazione traumatizzante.

I disturbi della forma del pensiero sono molto aumentati in questi anni e rappresentano il problema più grande che la teoria e la pratica relazionale dovrà affrontare; sono infatti problemi più complessi rispetto ai tradizionali disturbi dell’umore e dell’ansia. Il concetto di sostanza relazionale di armonia apre la pista a modi di funzionamento relazionali altalenanti, mediante avvicinamento e allontanamento, introdotto in psicoterapia con il termine “modello dialettico” da Marsha Linehan[6]. Gli innesti delle forme di pensiero richiedono infatti un modello altalenante di ingresso nella dissociazione e di chiusura della scena relazionale mediante nuove associazioni. La rigidità e la fissità di alcune delle tecniche oggi utilizzate, infatti, rischia di produrre ulteriori dissociazioni per opposizione, mentre l’eccessiva tolleranza rinforza le dissociazioni in atto. L’apertura e la chiusura sistematica e ben definita delle scene relazionali è in grado di far superare l’espansione dissociativa mediante innesti di forme del pensiero adeguate alla comprensione della realtà e del sé. La sostanza relazionale dell’armonia è condizione indispensabile per tali innesti e per prevenire la cristallizzazione delle dissociazioni in drammatici disturbi del contenuto del pensiero.

(CFR. slide su DSA e disturbi della forma del pensiero   http://www.prepos.it/DSA%20E%20DISTURBI%20DEL%20PENSIERO.pdf )

28/1/2017

 

[1] Non ho mai condiviso l’entusiasmo con cui vennero accolti gli ipertesti che avrebbero dovuto sostituire le note a piè di pagina, migliorandole. Non è stato così perché le note a piè di pagina hanno la funzione di ospitare una digressione che non può essere semplicemente messa tra parentesi ma non intaccano il percorso logico verticale del discorso. Questa è la ragione per cui ne faccio ampio uso sia nei testi cartacei che in quelli elettronici.

[2] Occorre distinguere tra coincidenze e pensiero magico: nelle coincidenze non esiste causalità, esiste sincronicità, scientificamente interpretabile come l’emergere nel soggetto della evidenza della contemporaneità di due eventi e, quindi, della attribuzione di rilevanza a quegli eventi medesimi. Se mentre accendo la luce squilla il mio cellulare non posso attribuire causalità ai due eventi, posso però fare emergere da dentro di me la preoccupazione di aver dimenticato di chiamare un amico che aspettava la telefonata.

La dimensione del pensiero magico è anche una forma primitiva e superstiziosa di spiritualità, giacché il suo funzionamento, oggi rielaborato dal pensiero new age tramite la legge di attrazione, non presuppone la dimensione relazionale con Dio, che, in qualità di Persona, co-costruisce insieme al nostro pensiero e agire soggettivo sia la realtà che il suo significato. Il pensiero magico esprime la credenza che desiderare o pensare a qualcosa possa avere effetti sulla realtà,  e questo non ha alcun senso se non mediante un accordo con Dio. Ovvero attraverso una relazione, e non una semplice legge cosmica universale.

 

[3] Derealizzazione, depersonalizzazione, amnesia dissociativa, fuga dissociativa, disturbo dissociativo dell’identità.

[4] A fronte di tali sintomi spesso non si può più riferire la dissociazione a una modificazione della forma del pensiero, perché essa può investire anche il contenuto del pensiero stesso assumendo forme di delirio o di allucinazione.

[5] De Bono E., (2001), Creatività e pensiero laterale, Rizzoli, Milano; De Bono E. (2013), Sei cappelli per pensare: Manuale pratico per ragionare con creatività ed efficacia, Rizzoli, Milano.

[6] Linehan M., (2011), Trattamento cognitivo comportamentale del disturbo borderline, Raffaello Cortina, Milano.

La svolta relazionale

L’armonia tra scienza e coscienza di Angela Volpini

Recensione del volume La Svolta Relazionale   di Vincenzo Masini

Gli archetipi come canali relazionali

La scoperta della Paternità

Fratellanza o Fraternità

La relazione materna

La destrutturazione degli archetipi attraverso le teorie del gender

Gli aspetti ambivalenti degli archetipi

Archetipi e inconscio collettivo

 

A partire dalla analisi relazionale sulle relazioni primitive, relazioni di opposizione, relazioni di affinità si è giunti a un più maturo progetto di crescita relazionale ed affettiva.
Il percorso dell’artigianato educativo e della prevenzione del disagio, che aveva mosso i suoi primi passi dal 1993, si era dedicato alla gestione delle emozioni ed al superamento dei copioni personologici. Lungo tale strada abbiamo individuato nel counseling quell’insieme di strumenti per specializzare gli operatori (pedagogisti, psicologi, sociologi, insegnanti, medici, ecc.) indirizzandoli verso nuovi modelli di rapporto con i loro clienti e pazienti.

La svolta relazionale rappresenta il compimento di una ricerca durata quarant’anni e perseguita con tenacia fino a costruire un nuovo paradigma relazionale che non è un semplice e stucchevole elogio delle belle relazioni astratte ma un modello per portare a termine la difficile arte della prevenzione.

Recensione del volume  La Svolta Relazionale   di Vincenzo Masini

29/1/2017

PREPOS: da “Prevenire è possibile” a “Le relazioni evolute”

La svolta relazionale rappresenta il compimento di una ricerca durata quarant’anni e perseguita con tenacia fino a costruire un nuovo paradigma relazionale che non è un semplice e stucchevole elogio delle belle relazioni astratte ma un modello per portare a termine la difficile arte della prevenzione.

Il progetto di Prevenire è Possibile (vedi la storia del progetto) nasce con l’intento di comprendere i segni premonitori del disagio, attraverso gli idealtipi personologici, e di evitare che succedano eventi negativi nella vita delle persone. In altre parole di operare affinché il disagio non si trasformi in regressione verso atteggiamenti primitivi ma la persona riesca ad evolvere verso la sua realizzazione come individuo, persona ed esistenzialità, mediante:

  1. la presa d’atto della propria identità cosciente e lo sviluppo della voce interiore,
  2. la comprensione empatica del vissuto altrui,
  3. la corretta modulazione delle relazioni con gli altri,
  4. la padronanza corporea,
  5. la realizzazione del personale “homo faber” e cioè il lavoro consono al nostro temperamento,
  6. la realizzazione dell’”homo sapiens” e cioè la conoscenza delle cose del mondo, l’economia e la politica
  7. infine la risoluzione dell’esistenzialità ovvero la scoperta del senso della morte e del senso della vita.

Dopo 25 anni di attività di Prevenire è Possibile il bilancio su una attività, invisibile come quella della prevenzione, ci ha condotto ad osservare che siamo riusciti ad incidere positivamente sulla vita di numerosi giovani incontrati nel corso degli anni e che, oggi adulti, ci ricordano come persone incontrate nei momenti di svolta della loro vita ed esprimono gratitudine per l’affiatamento relazionale vissuto con noi.

La logica della prevenzione è assolutamente misteriosa.

Giancarlo Milanesi raccontava la storia di un giovane che, a seguito di un grave incidente d’auto occorsogli mentre guidava in stato d’ebbrezza, era stato curato e risanato da un bravo ortopedico che si era preso cura di lui. Quel giovane aveva una immensa gratitudine verso quel medico. Avrebbe avuto la stessa gratitudine se quel medico, incontrato alla sera prima dell’incidente, gli avesse tolto d’autorità le chiavi della macchina e gli avesse impedito di guidare? o, comunque, lo avesse convinto di non andare verso un possibile incidente?

Non è possibile comprendere la logica razionale della prevenzione senza avere dimestichezza con la logica delle coincidenze.

Le coincidenze, che compaiono negli snodi del flusso della nostra vita, non sono assolutamente magiche ma dipendono dalle affinità relazionali delle persone che si incontrano e si riconoscono producendo un particolare clima interpersonale di scambio affettivo: una sostanza relazionale che apre all’evoluzione positiva della persona.

Tale clima relazionale dura solo un certo tempo e vive nelle scene relazionali condivise per poi rimanere nell’esperienza dei sentimenti introiettati, aperto verso un nuovo incontro ma non dipendente da esso.

Non si tratta solo di emozioni ma di una forma relazionale evoluta in cui le emozioni diventano sentimenti e, come tali, hanno valore e si introiettano come valori.

Se nella vita delle persone non ci sono incontri di affinità che le facciano evolvere restano prigioniere dell’egocentrismo primitivo verso cui i loro copioni costantemente li riconducono e, al massimo, riescono a gestirsi mediante il pensiero magico[1].

L’esperienza di lavoro e di ricerca ci ha condotti a comprendere come le forme acute di disgio nella persona non siano altro che regressioni al primitivo modo stare in relazione con gli altri, con il mondo e soprattutto con se stessi.

In questa prospettiva abbiamo interpretato le psicopatologie dell’umore, del pensiero e dell’attivazione e le dipendenze attive e passive come residui primitivi verso cui una persona regredisce.

Quando infatti non sia data una causa organica i residui primitivi sono i vettori del disagio, della devianza, delle nevrosi e delle psicosi. In alcuni casi per mancata evoluzione dall’attaccamento insicuro, ambivalente o assente o disorganizzato, in altri per regressione dai sentimenti introiettati a causa di attentati che hanno destrutturato la personalità disturbandola.

L’incontro con Prevenire è Possibile ha frequentemente interrotto le regressioni prodotte da oppressioni, intimidazioni, seduzioni, manipolazioni o istigazioni che altrimenti avrebbero condotto verso delusioni, sensi di colpa o di abbandono, blocchi o deragliamenti nel pensiero, panico e fobie o spostamenti dell’ansia verso dipendenze.

Il nucleo del progetto allora ci è apparso chiaro in tutti i suoi aspetti. Si trattava di far evolvere le relazioni positive di quella persona per superare l’emersione di pulsioni primitie ed oppositive.

Nasce così il programma Relazioni Evolute per la crescita relazionale ed affettiva.
Il percorso dell’artigianato educativo, che aveva mosso i suoi primi passi dal 1993, aveva incontrato nel suo percorso il counseling. Dopo aver liberato il counseling dalle pretese autoreferenziali in cui era caduto nello sciommiottare gli atti tipici dello psicologo e dello psicoterapeuta, ci è apparso come un buon contenitore delle posizioni relazionali da assumere per prevenire la caduta del disagio verso il primitivo.

Il counseling relazionale poteva rappresentare quell’insieme di strumenti di specializzazione per molti operatori (pedagogisti, psicologi, sociologi, insegnanti, educatori, medici, avvocati, commercialisti, ecc.) che li indirizzava verso nuovi modelli di rapporto con i loro clienti e pazienti.

Così il counseling di Prepos è diventato essenzialmente ed esplicitamente relazionale prendendo le distanze dai paradigmi clinici e il rispetto verso altre professionalità, soprattutto verso gli psicologi che lo percepivano come una invadenza nel loro campo di azione professionale, ci ha ripagato nella scelta di formazione del modello relazionale.

Nessuno psicologo potrà mai aver di che dire di fronte al miglioramento delle relazioni tra persone.

Anzi! La attuale crisi e le malattie relazionali conseguenti presentano difficoltà di comprensione diagnostica e di intervento terapeutico ove siano affrontati solo con schemi psicologici e pedagogici. Ed è per questo che tali disadattamenti relazionali vengano contenuti prevalentemente attraverso il massiccio ricorso agli psicofarmaci.

Non si tratta più di promuovere una specifica professione ma i suoi contenuti, trasferendoli sia in un sapere che può investire tutte le diverse professioni sociali sia, ed è più importante, in un sapere sociale diffuso e condiviso che possa trasformarsi in proposta relazionale tra gli uomini. Il sapere archetipico non è più sufficiente a dar senso ai mondi della vita anche perché la post modernità lo ha profondamente destrutturato ed è quindi necessario un sapere consapevole e scientifico per fare del secolo appena cominciato, l’epoca della comprensione del perché e del come le diverse persone possono unire le loro molecole relazionali in un disegno evolutivo più grande.

Accanto allo studio della modulazione relazionale con la persona nel rapporto di aiuto si imponeva però un altro gigantesco versante teorico da affrontare: quello antropologico e sociologico.

Introducendo nella serratura antropologica la chiave relazionale è stata però immediata la comprensione di come si siano formate le culture umane distribuite nella storia e nella geografia. Le diverse sostanze relazionali, e le loro miscele, sono i canali attraverso cui transitano l’empatia affettiva o gli egocentrismi. Tali canali sono gli archetipi relazionali della nostra specie e la ricerca antropologica di Prepos ne ha fatto oggetto di studio proprio nella fase in cui molti sembrano dissolversi nella transizione tra l’epoca postmoderna e la web society.

La natura delle formazioni che compongono i sistemi sociali, le strutture per intenderci, da dove viene?

La sociologia non si pone questo problema, ad eccezione dell’approccio comprendente e di quello fenomenologico, perché considera la natura dei gruppi come dati di fatto. La famiglia, la parentela, l’azienda, la squadra, la pattuglia, le istituzioni, i servizi, le organizzazioni, ecc. sono entità con funzioni indispensabili per il sistema sociale in costante trasformazione per mantenere l’equilibrio. Attraverso il punto di vista relazionale è invece possibile affermare che nascono prima le relazioni e poi le strutture che su di esse si conformano e che le contengono.

Anzi ogni miscela di sostanze relazionali, con specifiche prevalenze, che ha dato vita a un tipo di formazione sociale (identità collettiva) deve mantenere le variazioni interne entro range che non la facciano diventare qualcosa di diverso rispetto alle relazioni che la hanno storicamente generata.

L’orientamento relazionale ha condotto così la ricerca a coniare i termini di identità collettiva e di personalità collettiva. Per identità si intende il tipo di gruppo o di struttura, per personalità il particolare modo d’essere di una specifica struttura con le sue fluttuazioni e sfumature.

Nelle identità si collocano gli archetipi culturali che le hanno generate, nelle personalità il modo di essere degli incroci relazionali che le compongono. Le identità sono il riferimento logico e linguistico di una certa funzione relazionale, le seconde la qualità di quella specifica formazione. Per semplificare: un conto è l’idea di famiglia, altro conto è una specifica famiglia. Quest’ultima infatti potrebbe chiamarsi così ma essere una entità del tutto diversa dall’archetipo di famiglia o dall’idea di famiglia a cui ci si riferisce per senso comune.

Lo studio delle personalità collettive (di famiglia, di impresa, di condominio, di classe scolastica, ecc.) ci ha consentito di individuare le tensioni relazionali, i vincoli ed i legami che caratterizzano tali strutture di personalità collettiva e di prevedere quando le ambivalenze tra affinità e opposizioni le conducono al possibile punto di rottura.

L’approccio teorico di Prepos è così maturato nella svolta relazionale che contiene ed organizza l’insieme dei contenuti e dei metodi di lavoro per far evolvere, attraverso il potenziamento delle affinità personologiche, le sostanze relazionali.

Un ultimo aspetto si imponeva però in modo pressante: che differenza c’é tra comunicazione e relazione? Non si può evadere tale domanda mentre si entra nella società della connessione comunicativa totale.

La comunicazione ha una forma significante e un contenuto, la relazione ha un’onda empatica,percepita dai neuroni specchio, e una sostanza. Questa sostanza, chiamata nell’arco dei secoli spirito, ha sempre utilizzato l’espressione artistica per rappresentarsi. L’arte è il modo di esprimersi della sostanza relazionale. Ovvero di ciò che accade tra le persone e si implementa nei pensieri.

Per questo abbiamo prodotto le rappresentazioni iconografiche delle sculture relazionali ed anche cercato di giungere al punto più elevato dell’espressione artistica e cioè l’arte sacra. Ben consapevoli che la nostra performance artistica non poteva mirare a grandi risultati, abbiamo però utilizzato le sculture per osservare il modo in cui le persone riconoscevano la sostanza relazionale contenuta nel singolo manufatto. E, per essere certi della oggettiva sostanza relazionale che transitava nell’opera, occorreva l’aver vissuto in prima persona l’esperienza della sua costruzione.

Ed ecco che la prevenzione trova il senso delle coincidenze nell’interpretare lo specifico disagio di una persona o di un gruppo, esce dalla logica della comunicazione sistemica o della mera informazione sui danni prodotti da copioni di disagio, propone modelli di relazione affini alle persone incontrate e si prefigge di far evolvere la singola relazione con la persona o la rete relazionale di un gruppo.

29/1/2017

 

[1] Il pensiero magico, caratterizza il bambino dai 2 ai sette anni e l’uomo primitivo. Piaget ha visto nel pensiero magico del bambino il sincretismo unitario tra soggetto e mondo, l’animismo di considerare vive le cose inanimate e il nominalismo dell’attribuire al nome la proprietà del carattere di una persona o delle caratteristiche di un oggetto, o di un evento, perché il nome è percepito come parte integrale dell’oggetto. Per questo il pensiero magico agisce attraverso la forza di un enunciato magico.

La storia di PREPOS – Prevenire è possibile

                             

1993 – I Cavalieri di San Valentino. Gruppi di incontro tra giovani che diventano Cavalieri. Terni.

1996 – Lo Studio Associato PREVENIRE È POSSIBILE. Roma

2000 – La formazione in Counseling e la Scuola transteorica di PREPOS.Grosseto.

2009 – La Federazione PREPOS. Arezzo.  
2014 – La svolta teorico pratica relazionale: da prevenire è possibile a relazioni evolute. Lucca.
2010. Libera Università del Counseling 2010. Agenzia Italiana di Certificazione Counselor
2010. Associazione Counselor Professionisti

 

 

Il logo di Prevenire è Possibile mostra un incastro tra due tessere di un puzzle e rappresenta il modello dell’incontro interpersonale che da origine ad una relazione di affinità tra persone

“Prevenire è Possibile” è uno slogan che ha rappresentato l’apertura di una pista inesplorata per anticipare le cause del disagio giovanile per come si presentava negli anni ’70, ’80 e ’90.

Già in quegli anni si intravedeva infatti che il disagio e la malattia psichica avevano un’origine relazionale tanto che, di fronte all’emergenza delle tossicodipendenze, l’idea di fondo fu quella di costruire rapporti di comunità tra persone. Le comunità e il contesto di relazioni che promuovevano sono state il metodo educativo più efficace in quegli anni ed è proprio dall’idea di comunità che prende forma il progetto di prevenzione che muoveva dall’ideale di fare comunità tra gli uomini.

Il metodo di intervento di Prevenire è Possibile si incentrava negli anni ’80 e ’90 sull’organizzazione dei “Gruppi di incontro” nelle scuole, nei gruppi di comunità e di casa famiglia, nelle famiglie.

L’epoca dei gruppi di incontro di Prevenire è Possibile fu di una straordinaria fertilità. Nelle diverse realtà comunitarie e scolastiche italiane se ne potevano contare centinaia. Nella sola città di Terni, da dove prese le mosse il progetto furono attivi per alcuni anni, ben 63 gruppi di incontro con una quindicina di partecipanti ciascuno. I diversi convegni organizzati in quegli anni vedono la partecipazione di centinaia di delegazioni provenienti dai diversi contesti e fanno pensare ad una stagione di crescita sociale unica e forse irripetibile.

Il gruppo di incontro aveva (ed ha quando lo si applichi tuttora alle relazioni gruppali) lo scopo di lavorare sulle emozioni senza porsi obiettivi concreti di realizzazione di compiti (in tal caso è un gruppo di lavoro) o di pervenire ad un processo di training formativo delle persone (in tal caso si tratta di un gruppo di formazione). Non tutti gli educatori erano però consapevoli e formati adeguatamente per comprendere sia tale distinzione che la necessità di operare con metodi di lavoro diversi nelle diverse tipologie di bisogni. A tal fine vennero costruite le 10 regole auree per condurre ciascuno di tali gruppi.

Inoltre l’osservazione dei bisogni educativi e formativi ricorrenti da parte dei  partecipanti ai gruppi di incontro pose le basi per la formulazione di un modello, chiamato “Artigianato Educativo”, ovvero inerente al sapere artigiano dell’educatore, che si è esteso a molteplici ambiti di lavoro: dai gruppi ai percorsi individuali, alle famiglie ed anche alle aziende e istituzioni.

L’applicazione a diversi contesti di tali metodi ha generato ulteriori modalità di lavoro sociale come “la ricerca intervento finalizzata all’emersione dei bisogni”, ed alla “riorganizzazione delle personalità collettive” sulla base del potenziamento e dell’armonizzazione delle diverse caratterizzazioni delle formazioni sociali. Quanto è necessario sviluppare nella relazione gruppale di quel gruppo, famiglia, comunità o azienda orientando l’intervento verso il gruppo di incontro o il di gruppo di lavoro o il gruppo di formazione?

Nasce così l’idea del simbolo dell’incastro tra diverse tessere di un puzzle che diventa il logo del modello e dello studio associato “Prevenire è Possibile” fondato da Masini Vincenzo ed Emilia Scotto nel 1996, con sede a Roma. Tale simbolo sintetizza il lavoro di ricerca, di studio e di produzione culturale che sostiene l’attività psicologica, psicoterapeutica, pedagogica, di promozione culturale e sociale e di realizzazione di servizi contenuta dallo slogan Prevenire è Possibile.

In quegli anni si sviluppa una densa attività di ricerca intorno alla forma dei gruppi e ai processi aggregativi che li contengono. Lo studio delle identità dei gruppi e delle loro personalità collettive conduce alla scoperta della profonda differenza tra emozioni transitorie e sentimenti stabili e vede venire alla luce il primo manuale di lavoro di Prepos, “Dalle Emozioni ai Sentimenti”.

Lo sviluppo di attività e di sedi diverrà straordinario negli anni successivi con progetti di prevenzione, di formazione e di lavoro diffusi in tutte le regioni d’Italia. A fianco dello Studio Associato PREPOS prendono forma numerose associazioni locali che contengono l’espressione “prepos” nella loro denominazione (Semprepositivi,  Propositivi, ecc.) tanto da dar forma all’idea di costituire una Federazione tra le diverse sedi di PREPOS e dare sempre più autonomia di lavoro e di progettazione ai gruppi locali di operatori.

Alla Federazione si assoceranno anche altre formazioni che condividono l’idealità del Progetto Prevenire è Possibile e l’utilizzo degli strumenti di lavoro sociale elaborati e diffusi in tutte le regioni italiane.

Lo Studio Associato PREPOS, che nel frattempo ha accresciuto il numero e le competenze dei soci, diventa uno strumento professionale a disposizione delle diverse associazioni aderenti alla Federazione per la realizzazione di progetti e per l’organizzazione di esperienze. Le professionalità presenti nello studio sono psicologiche, mediche, amministrative, pedagogiche, investigative e filosofiche. Anche la redazione dei siti Prepos cambia forma e si propone come strumento open source per tutti coloro che aderiscono alla Federazione.

Già nell’anno 2000 PREPOS si era orientato nella individuazione nel counseling come metodo di lavoro sul disagio ed aveva organizzato in tal senso la formazione degli operatori. Nell’idea di counseling, per come era visualizzata da Prepos in linea con la lettura di Empathy and Counseling di Gladstein, c’era l’esercizio di un metodo di lavoro che arricchisce tutte le diverse professionalità attraverso uno stile di relazione con il cliente lontano dai paradigmi di ruolo e incentrato sull’empatia. La storia di Prepos, nata dal lavoro sulle emozioni, non poteva non condurre a vedere le potenzialità di questo modello di relazione di aiuto. Nasce così una feconda collaborazione con la FAIP, con il National Boad for Certified Counselors, con l’EAC e con tutti gli altri circuiti associativi del counseling.

C’è un lungo percorso di lavoro, però, per ottenere, attraverso il riconoscimento di una vera e propria nuova professione, la legittimazione dei metodi del  counseling pur avendo già a disposizione standard accreditati dagli USA, paese nel quale il counseling è nato e si è sviluppato[1].

Nel 2009 Vincenzo Masini firma come Prepos, un agreement con la associazione internazionale NBCC e viene legittimato a certificare i counselor con le norme internazionali e ad operare in collaborazione con la maggior istituzione mondiale del counseling. Nel corso delle trattative si vive un momento turbolento giacché Vincenzo Masini doveva decidere se generalizzare il riconoscimento a tutte le differenti associazioni di counseling in Italia (numerose, poco affidabili come alcune che diplomavano counselor in 7 giorni, in conflitto tra di loro e con l’Ordine degli psicologi) oppure assumersi la responsabilità di accettare l’agreement come Prepos, opzione peraltro sollecitata da Tom Clowson direttore della NBCC, e fondare un ente di certificazione a cui le diverse associazioni potevano aderire sulla base delle norme progressivamente capite e condivise. Vincenzo Masini regge le accuse di voler fare di Prepos uno strumento di egemonia accettando la delega della NBCC, riuscendo a conservare inalterato lo spirito del counseling dalle numerose contaminazioni e lo implementerà nella Agenzia Italiana Certificazione Counselor). La IACC certifica i counselor provenienti da tutte le associazioni che ne fanno richiesta purché aderiscano agli standard del modello consolidato negli USA (centrato cioè su audit di competenze effettive e non cartacee o tantomeno presunte e clientelari). Ottiene anche la certificazione di qualità da Accredia ma, a seguito della legge 4 del 14 gennaio 2013 sulle professioni e sulla base della necessità, contemplata dall’art. 5 comma 2 della suddetta legge, di conformarsi alla norma UNI EN ISO 9001, le certificazioni IACC vengono sospese[2]. L’apertura del tavolo UNI sarà prodotta dalla Associazione Counselor Professionisti diretta da Emanuela Mazzoni.

Nel frattempo viene definita in modo sempre più coerente ed affidabile la formazione dei counselor, impresa tutt’altro che semplice in una fase di squalificazione clientelare della formazione a seguito del monopolio formativo malgestito attraverso i fondi FSE da cui si è scelto di star discosti. Quindi, dopo aver associato le formazioni di counseling più coerenti con il modello di lavoro sull’empatia e sulla relazione emozionale con il cliente, nella Libera Università del Counseling si giunge alla decisione di costruire una Associazione professionale di counselor centrata sul modello di lavoro relazionale. La Federazione Prepos cambia nome in Associazione Counselor Professionisti, anche se la dizione più corretta sarebbe stata Associazione Professionisti Counselor ovvero centrata sulla specializzazione in counseling piuttosto che sulla professione di counselor. In quella fase viene definito l’iter per la costruzione delle L.4/2013 che sarà sostenuto dalla CNA, a cui l’ACP aderisce nell’ambito CNA professioni. Il passo successivo dovrà essere una norma UNI condivisa.

Nel tavolo UNI compare gigantesco il contagio della burocrazia e l’enorme difficoltà di mettere d’accordo interessi divergenti tra counselor e altre professioni (in primis gli psicologi che si sentono, a ragione, scimmiottati da molti counselor), tra orientamenti dei diversi modi di concepire il counseling nei diversi gruppi (chi lo vede come uno psicologo di serie B e chi lo vede come uno sciamano new age che legge i tarocchi al cliente, ecc.).

La burocrazia e i conflitti mettono in crisi le potenzialità che l’emersione della professionalità del counselor prometteva anche perché la fatica istituzionale sposta il punto di vista verso problemi che paralizzano e rallentano il lavoro sociale.

Si impone così la necessità di una nuova e profonda riflessione. Ciò che sembra però mancare negli anni della attuale contemporaneità, negli scenari della crisi della globalizzazione e della conclusione dell’epoca postmoderna all’interno della web society è però la cultura, il sapere e la definizione della scienza relazionale.

Prende così forma un ulteriore passo evolutivo del modello Prepos attraverso la riflessione sulle malattie relazionali tipiche di questa fase storica. La ricerca sulle relazioni attive e positive vissute dalle persone, sulle relazioni primitive, oppositive, affini ed evolute, il rapporto tra egocentrismo e crollo dell’empatia, la differenza tra relazioni e connessioni e, soprattutto, le regressioni relazionali prodotte dall’ipocrisia diventano così gli elementi centrali della ricerca e del nuovo modello di lavoro di Prepos a partire dal secondo manuale “La svolta relazionale”.

 

Da “PREVENIRE E’ POSSIBILE” a  “LE  RELAZIONI  EVOLUTE”

 

La svolta relazionale rappresenta il compimento di una ricerca durata quarant’anni e perseguita con tenacia fino a costruire un nuovo paradigma relazionale che non è un semplice e stucchevole elogio delle belle relazioni astratte ma un modello per portare a termine la difficile arte della prevenzione.

Il progetto di Prevenire è Possibile (vedi la storia del progetto) nasce con l’intento di comprendere i segni premonitori del disagio, attraverso gli idealtipi personologici, e di evitare che succedano eventi negativi nella vita delle persone. In altre parole di operare affinché il disagio non si trasformi in regressione verso atteggiamenti primitivi ma la persona riesca ad evolvere verso la sua realizzazione come individuo, persona ed esistenzialità, mediante:

  1. la presa d’atto della propria identità cosciente e lo sviluppo della voce interiore,
  2. la comprensione empatica del vissuto altrui,
  3. la corretta modulazione delle relazioni con gli altri,
  4. la padronanza corporea,
  5. la realizzazione del personale “homo faber” e cioè il lavoro consono al nostro temperamento,
  6. la realizzazione dell’”homo sapiens” e cioè la conoscenza delle cose del mondo, l’economia e la politica
  7. infine la risoluzione dell’esistenzialità ovvero la scoperta del senso della morte e del senso della vita.

Dopo 25 anni di attività di Prevenire è Possibile il bilancio su una attività, invisibile come quella della prevenzione, ci ha condotto ad osservare che siamo riusciti ad incidere positivamente sulla vita di numerosi giovani incontrati nel corso degli anni e che, oggi adulti, ci ricordano come persone incontrate nei momenti di svolta della loro vita ed esprimono gratitudine per l’affiatamento relazionale vissuto con noi.

La logica della prevenzione è assolutamente misteriosa.

Giancarlo Milanesi raccontava la storia di un giovane che, a seguito di un grave incidente d’auto occorsogli mentre guidava in stato d’ebbrezza, era stato curato e risanato da un bravo ortopedico che si era preso cura di lui. Quel giovane aveva una immensa gratitudine verso quel medico. Avrebbe avuto la stessa gratitudine se quel medico, incontrato alla sera prima dell’incidente, gli avesse tolto d’autorità le chiavi della macchina e gli avesse impedito di guidare? o, comunque, lo avesse convinto di non andare verso un possibile incidente?

Non è possibile comprendere la logica razionale della prevenzione senza avere dimestichezza con la logica delle coincidenze.

Le coincidenze, che compaiono negli snodi del flusso della nostra vita, non sono assolutamente magiche ma dipendono dalle affinità relazionali delle persone che si incontrano e si riconoscono producendo un particolare clima interpersonale di scambio affettivo: una sostanza relazionale che apre all’evoluzione positiva della persona.

Tale clima relazionale dura solo un certo tempo e vive nelle scene relazionali condivise per poi rimanere nell’esperienza dei sentimenti introiettati, aperto verso un nuovo incontro ma non dipendente da esso.

Non si tratta solo di emozioni ma di una forma relazionale evoluta in cui le emozioni diventano sentimenti e, come tali, hanno valore e si introiettano come valori.

Se nella vita delle persone non ci sono incontri di affinità che le facciano evolvere restano prigioniere dell’egocentrismo primitivo verso cui i loro copioni costantemente li riconducono e, al massimo, riescono a gestirsi mediante il pensiero magico[3].

L’esperienza di lavoro e di ricerca ci ha condotti a comprendere come le forme acute di disagio nella persona non siano altro che regressioni al primitivo modo stare in relazione con gli altri, con il mondo e soprattutto con se stessi.

In questa prospettiva abbiamo interpretato le psicopatologie dell’umore, del pensiero e dell’attivazione e le dipendenze attive e passive come residui primitivi verso cui una persona regredisce.

Quando infatti non sia data una causa organica i residui primitivi sono i vettori del disagio, della devianza, delle nevrosi e delle psicosi. In alcuni casi per mancata evoluzione dall’attaccamento insicuro, ambivalente o assente o disorganizzato, in altri per regressione dai sentimenti introiettati a causa di attentati che hanno destrutturato la personalità disturbandola.

L’incontro con Prevenire è Possibile ha frequentemente interrotto le regressioni prodotte da oppressioni, intimidazioni, seduzioni, manipolazioni o istigazioni che altrimenti avrebbero condotto verso delusioni, sensi di colpa o di abbandono, blocchi o deragliamenti nel pensiero, panico e fobie o spostamenti dell’ansia verso dipendenze.

Il nucleo del progetto allora ci è apparso chiaro in tutti i suoi aspetti. Si trattava di far evolvere le relazioni positive di quella persona per superare l’emersione di pulsioni primitie ed oppositive.

Nasce così il programma Relazioni Evolute per la crescita relazionale ed affettiva.
Il percorso dell’artigianato educativo, che aveva mosso i suoi primi passi dal 1993, aveva incontrato nel suo percorso il counseling. Dopo aver liberato il counseling dalle pretese autoreferenziali in cui era caduto nello sciommiottare gli atti tipici dello psicologo e dello psicoterapeuta, ci è apparso come un buon contenitore delle posizioni relazionali da assumere per prevenire la caduta del disagio verso il primitivo.

Il counseling relazionale poteva rappresentare quell’insieme di strumenti di specializzazione per molti operatori (pedagogisti, psicologi, sociologi, insegnanti, educatori, medici, avvocati, commercialisti, ecc.) che li indirizzava verso nuovi modelli di rapporto con i loro clienti e pazienti.

Così il counseling di Prepos è diventato essenzialmente ed esplicitamente relazionale prendendo le distanze dai paradigmi clinici e il rispetto verso altre professionalità, soprattutto verso gli psicologi che lo percepivano come una invadenza nel loro campo di azione professionale, ci ha ripagato nella scelta di formazione del modello relazionale.

Nessuno psicologo potrà mai aver di che dire di fronte al miglioramento delle relazioni tra persone.

Anzi! La attuale crisi e le malattie relazionali conseguenti presentano difficoltà di comprensione diagnostica e di intervento terapeutico ove siano affrontati solo con schemi psicologici e pedagogici. Ed è per questo che tali disadattamenti relazionali vengano contenuti prevalentemente attraverso il massiccio ricorso agli psicofarmaci.

Non si tratta più di promuovere una specifica professione ma i suoi contenuti, trasferendoli sia in un sapere che può investire tutte le diverse professioni sociali sia, ed è più importante, in un sapere sociale diffuso e condiviso che possa trasformarsi in proposta relazionale tra gli uomini. Il sapere archetipico non è più sufficiente a dar senso ai mondi della vita anche perché la post modernità lo ha profondamente destrutturato ed è quindi necessario un sapere consapevole e scientifico per fare del secolo appena cominciato, l’epoca della comprensione del perché e del come le diverse persone possono unire le loro molecole relazionali in un disegno evolutivo più grande.

Accanto allo studio della modulazione relazionale con la persona nel rapporto di aiuto si imponeva però un altro gigantesco versante teorico da affrontare: quello antropologico e sociologico.

Introducendo nella serratura antropologica la chiave relazionale è stata però immediata la comprensione di come si siano formate le culture umane distribuite nella storia e nella geografia. Le diverse sostanze relazionali, e le loro miscele, sono i canali attraverso cui transitano l’empatia affettiva o gli egocentrismi. Tali canali sono gli archetipi relazionali della nostra specie e la ricerca antropologica di Prepos ne ha fatto oggetto di studio proprio nella fase in cui molti sembrano dissolversi nella transizione tra l’epoca postmoderna e la web society.

La natura delle formazioni che compongono i sistemi sociali, le strutture per intenderci, da dove viene?

La sociologia non si pone questo problema, ad eccezione dell’approccio comprendente e di quello fenomenologico, perché considera la natura dei gruppi come dati di fatto. La famiglia, la parentela, l’azienda, la squadra, la pattuglia, le istituzioni, i servizi, le organizzazioni, ecc. sono entità con funzioni indispensabili per il sistema sociale in costante trasformazione per mantenere l’equilibrio. Attraverso il punto di vista relazionale è invece possibile affermare che nascono prima le relazioni e poi le strutture che su di esse si conformano e che le contengono.

Anzi ogni miscela di sostanze relazionali, con specifiche prevalenze, che ha dato vita a un tipo di formazione sociale (identità collettiva) deve mantenere le variazioni interne entro range che non la facciano diventare qualcosa di diverso rispetto alle relazioni che la hanno storicamente generata.

L’orientamento relazionale ha condotto così la ricerca a coniare i termini di identità collettiva e di personalità collettiva. Per identità si intende il tipo di gruppo o di struttura, per personalità il particolare modo d’essere di una specifica struttura con le sue fluttuazioni e sfumature.

Nelle identità si collocano gli archetipi culturali che le hanno generate, nelle personalità il modo di essere degli incroci relazionali che le compongono. Le identità sono il riferimento logico e linguistico di una certa funzione relazionale, le seconde la qualità di quella specifica formazione. Per semplificare: un conto è l’idea di famiglia, altro conto è una specifica famiglia. Quest’ultima infatti potrebbe chiamarsi così ma essere una entità del tutto diversa dall’archetipo di famiglia o dall’idea di famiglia a cui ci si riferisce per senso comune.

Lo studio delle personalità collettive (di famiglia, di impresa, di condominio, di classe scolastica, ecc.) ci ha consentito di individuare le tensioni relazionali, i vincoli ed i legami che caratterizzano tali strutture di personalità collettiva e di prevedere quando le ambivalenze tra affinità e opposizioni le conducono al possibile punto di rottura.

L’approccio teorico di Prepos è così maturato ne “La Svolta Relazionale” che contiene ed organizza l’insieme dei contenuti e dei metodi di lavoro per far evolvere, attraverso il potenziamento delle affinità personologiche, le sostanze relazionali.

Un ultimo aspetto si imponeva però in modo pressante: che differenza c’é tra comunicazione e relazione? Non si può evadere tale domanda mentre si entra nella società della connessione comunicativa totale.

La comunicazione ha una forma significante e un contenuto, la relazione ha un’onda empatica,percepita dai neuroni specchio, e una sostanza. Questa sostanza, chiamata nell’arco dei secoli spirito, ha sempre utilizzato l’espressione artistica per rappresentarsi. L’arte è il modo di esprimersi della sostanza relazionale. Ovvero di ciò che accade tra le persone e si implementa nei pensieri.

Per questo abbiamo prodotto le rappresentazioni iconografiche delle sculture relazionali ed anche cercato di giungere al punto più elevato dell’espressione artistica e cioè l’arte sacra. Ben consapevoli che la nostra performance artistica non poteva mirare a grandi risultati, abbiamo però utilizzato le sculture per osservare il modo in cui le persone riconoscevano la sostanza relazionale contenuta nel singolo manufatto. E, per essere certi della oggettiva sostanza relazionale che transitava nell’opera, occorreva l’aver vissuto in prima persona l’esperienza della sua costruzione.

Ed ecco che la prevenzione trova il senso delle coincidenze nell’interpretare lo specifico disagio di una persona o di un gruppo, esce dalla logica della comunicazione sistemica o della mera informazione sui danni prodotti da copioni di disagio, propone modelli di relazione affini alle persone incontrate e si prefigge di far evolvere la singola relazione con la persona o la rete relazionale di un gruppo.

 

 

CONVEGNI  NAZIONALI DI  PREVENIRE E’ POSSIBILE

 

1993 – Festa e dibattito dei gruppi di incontro nati a Terni  in occasione del 14 febbraio, festa di San Valentino, Santo Patrono di Terni e degli Innamorati.

1994 – Nel 1994 prende corpo l’idea del 1° Convegno Nazionale PREVENIRE E’ POSSIBILE  e si organizza un itinerario educativo di tre giorni a cui partecipano 1.200 giovani di tutta Italia che viene ripreso da RAI 2, Il Coraggio di Vivere.

1995 – Nel 1995  l’Incontro Nazionale avrà per titolo LIBERA IL CAVALIERE CHE C’E’ IN TE, con 1.500 partecipanti. Alla presenza del Sindaco, del Vescovo e del Prefetto di Terni viene ufficializzata l’idea di offrire ai giovani dei gruppi d’incontro di diverse parti d’Italia la possibilità di venire a Terni e diventare “Cavaliere di San Valentino”. Momento culminante dell’itinerario è la meditazione alla cascata delle Marmore, aperta per tale scopo, nella notte del 13 febbraio. Il modello educativo che verte intorno all’idea di diventare Cavaliere viene diffuso da RAI 1 “Domenica In”.

1996 –  L’anno successivo nel convegno LO STATUTO E LA REGOLA DEI CAVALIERI viene formalizzata in assemblea, con 350 soci fondatori, la Associazione dei Cavalieri di San Valentino che riceverà il riconoscimento come associazione di volontariato e l’iscrizione all’Albo Regionale dell’Umbria.

1997 – Nel 1997 l’Incontro Nazionale ha come oggetto il metodo di lavoro ne IL GRUPPO DI INCONTRO e vengono discusse le differenze tra gruppo di incontro, gruppo di lavoro e gruppo di formazione, chuiarendo gli ambiti e gli stili di conduzione.

1998 – Nel 1988 il convegno nazionale ha come titolo L’ARTIGIANATO EDUCATIVO. E’ l’occasione in cui vengono discusse le tipologie del disagio, sperimentato il Questionario di artigianato educativo e, dopo aver diviso i partecipanti nei gruppi degli avari, ruminanti, deliranti, sballoni, apatici, invisibili ed adesivi, verificate le caratteristiche delle tipologie personologiche e definiti i termini con cui sono descritti.

1999 – Nel 1999 il convegno viene svolto a Palermo, dove l’Associazione del Cavalieri di San Valentino di Palermo, ha aperto una casa famiglia per bambini da 0 a tre anni. L’incontro si svolge a Villa De Gregorio presso il centro della Comunità Incontro ed i tre giorni hanno come titolo LA LIBERAZIONE DELLA PATERNITA’ E DELLA MATERNITA’.

2000 – Nel febbraio del 2000 l’incontro avviene presso la Cascata delle Marmore per vivere insieme il semplice momento della meditazione ed ha come titolo UN MOMENTO DI SILENZIO.

2001 – Il Convegno del 2001 si è svolto ad Arezzo, Tregozzano. Per due giorni in gruppo abbiamo discusso su come sia possibile difendersi dagli attentati ai sentimenti. Il titolo DALLE EMOZIONI AI SENTIMENTI riprendeva i temi trattati nel volume omonimo ma la discussione si è avventurata sui vissuti infantili di ciascuno dei partecipanti individuando le ragioni della loro debolezza e della loro forza.

2002 – Il 9° Convegno Nazionale PREVENIRE E’ POSSIBILE 2002 si è svolto a Rieti con il tema  OPPOSIZIONI&AFFINITA’. E’ la prima volta che vengono valutati ed analizzati in gruppi i processi relazionali che costruiscono le personalità collettive di gruppo.

2003IL MIGLIORAMENTO è il titolo del 10° convegno del  febbraio 2003 tenutosi a LUCCA. Il superamento del disagio non si può effettuare con diagnosi e medicalizzazioni ma attraverso la strada di migliorare se stessi e il rapporto con gli altri. La prevenzione è miglioramento continuo attraverso il rapporto educativo e di aiuto che si esprime attraverso l’agire sociale del counselor.

2004 – L’11° Convegno su gli STRUMENTI DEL COUNSELING nel 2004 si è tenuto a Grosseto ed ha affrontando le tematiche di questa nuova professione che è sintonica all’agire preventivo.

2005IL BISOGNO DI COUNSELING, 13 febbraio 2005, è l’evoluzione del precedente convegno ed apre la strada alla formazione di questa nuova figura professionale.

2006 –   IL SIGNIFICATO DEL COUNSELING, 13° Convegno nazionale, chiude la trilogia sul counseling nel 2006 ad Ostia nel corso del quale viene adottata una nuova definizione di counseling in linea con quella della Organizzazione Mondiale della Sanità.

2007DAL GRUPPO D’INCONTRO AI LABORATORI DI COUNSELING, Arezzo 10 e 11 febbraio 2007. 14° Convegno organizzato per mostrare gli strumenti di operatività sociale e preventiva del counselor.

2007ACCREDITARE IL COUNSELOR E DIFFONDERE IL COUNSELING –  CERTIFY COUNSELORS – DIFFUSE COUNSELING Roma del 27 e 28 ottobre 2007, Via Toscana, Sala Palasciano. Sotto le insegne della Croce Rossa il counseling esce esplicitamente allo scoperto mostrandosi come metodo di lavoro presente in 36 nazioni. Al convegno internazionale sono presenti USA, URSS, Filippine, Congo, Grecia, Bulgaria, Inghilterra, Germania, Austria, Olanda, Belgio, Italia. Per definire la professione occorre però evitare sia gli esoterismi new age e gli psicologismi affrontati in due importanti  eventi e cioè:

2008LA PROFESSIONE DEL COUNSELING IN ITALIA E NEGLI USA,  Firenze, 31 maggio e 1 giugno 2008. La conferenza è bilaterale con counselor americani della NBCC International e counselor italiani raggruppati dalla FAIC Italia, primo ed unico tentativo di riunire in un’unica federazione le sigle italiane del counseling da parte di Prepos

2009 – Il 16° convegno di PREPOS si terrà a Tolentino il 14 e 15 febbraio 2009 con il titolo L’UMANITA’ DEL COUNSELOR. per sottolineare l’importanza della capacità di uscire dal ruolo professionale e fondare il rapporto di aiuto sulla relazione interumana. Il tema del convegno gravita intorno alla seguente riflessione: “Una particolare nobiltà prende forma nella  professione del counselor. Il suo presentarsi sulla scena sociale della crisi produce il rigenerante scandalo della gratuità dell’animo, dell’affettività, dell’aiuto alle persone in difficoltà. Lo scandalo consiste nella assenza di giustificazioni politiche, religiose, economiche e di appartenenza per dichiarare la propria scelta affettiva verso altri esseri umani .Con la scusa, e l’onore, di una professione. Il cui esercizio è, a volte, retribuito; altre volte gratuito”.

2010UMANITA’, PROFESSIONALITA’ E SPIRITUALITA’ DEL COUNSELOR (17° Convegno) e si svolge presso il Castello della Rancia a Tolentino il 12, 13 e 14 Febbraio 2010. Lo spirito del counseling ha preso forma e vengono definite le strategie di lavoro. Nascono la Libera Università del Counseling, La IACC e la Associazione Cuonselor Professionisti.

2011LA SAGGEZZA DI PREVEDERE E IL CORAGGIO DI PREVENIRE è il titolo del 18° Convegno di San Valentino del 2011 e si svolge presso la Pieve di san Giovanni a San Giovanni Valdarno il 12 e 13 febbraio. Il convegno denuncia la medicalizzazione del disagio mediante il massiccio ricorso a psicofarmaci e propone i modelli di laboratori di counseling per migliorare e prevenire oppressioni, intimidazioni, squalifiche, seduzioni, demotivazioni, istigazioni e manipolazioni interpretate come le cause di ansia, fobie, dissociazioni, istrionismi, blocchi mentali, ipocondrie, introversioni, dipendenze.

2012LA CONSAPEVOLEZZA è il tema a cui si giunge nel 19° CONVEGNO NAZIONALE  dell’11 e 12 Febbraio a Pescia (PT). Vincenzo Masini tiene una lectio magistralis sulle 5 tesi della consapevolezza per definire tale conquista dello sviluppo umano come l’obiettivo su cui si indirizza la relazione di aiuto.

2013 – Il fondamento della prevenzione e lo sviluppo della consapevolezza vivono nelle relazioni in cui sgorga l’IRRADIAZIONE AFFETTIVA, titolo del 20° convegno nazionale del 16 e 17 febbraio 2013 organizzato nuovamente a Terni, per attingere energie dalla esperienza di meditazione presso la cascata delle Marmore.

2014 – L’affettività ha la necessità di trovare canali per esprimersi e questi canali sono presenti nell’uomo sottoforma di modelli di rapporto con  LE QUALITA’ RELAZIONALI necessarie a sostenerlo. Il convegno si svolge nel Castello di Sarzana il 14, 15 e 16 febbraio 2014. tali qualità conducono a RELAZIONI EVOLUTE o si bloccano nell’ambivalenza degli archetipi. Oggetto di studio saranno:

2015 – 22° convegno PADRI PRESENTI presso la Comunità di Nomadelfia. Roma.

2016 -23° Convegno Prepos  PER EVOLVERE LA FRATERNITÀ Nomadelfia Grosseto

2017 – 24° Convegno LA RELAZIONE MATERNA Casanova di Sinistra, Pavia, e si interroga sull’archetipo della maternità e sulla sua evoluzione.

[1] Un aneddoto sul significato di counseling è molto chiaro per comprendere la trama delle problematiche. Nella riunione di Firenze Prepos pose in votazione, vincendola, la questione terminologica. Counselling o counseling?  Il primo termine, con due elle, è usato nel Regno Unito (dove il counseling è strettamente associato alla psicoterapia tanto da far parte della stessa federazione BACP), con una sola elle negli USA. L’etimologia del primo deriva dal latino “cum auxillium” e porta al significato di “consiglio” all’interno di una consulenza, l’etimologia del secondo deriva dal latino “cum solo” e conduce al senso di una relazione di consolazione. Questa semplicissima differenziazione narrativa ebbe, nel Convegno Internazionale NBCC di Lisbona del 2012, una entusiastica accoglienza epistemologica.

[2] Sulla base di questa esperienza si apre però una importante ricerca intorno al tema della burocrazia, nasce un filone di counseling antiburocratico e si studia la burocrazia come la più pericolosa ed ipocrita destabilizzazione dei sistemi sociali e relazionali.

 

[3] Il pensiero magico, caratterizza il bambino dai 2 ai sette anni e l’uomo primitivo. Piaget ha visto nel pensiero magico del bambino il sincretismo unitario tra soggetto e mondo, l’animismo di considerare vive le cose inanimate e il nominalismo dell’attribuire al nome la proprietà del carattere di una persona o delle caratteristiche di un oggetto, o di un evento, perché il nome è percepito come parte integrale dell’oggetto. Per questo il pensiero magico agisce attraverso la forza di un enunciato magico.

 

Prendersi cura

 

La storia di Prevenire è Possibile

Da Prevenire è Possibile a Le relazioni Evolute

Web Society e disturbi del pensiero nei nativi digitali

Il mondo della vita e le figurazioni archetipiche

 

Prendersi cura è la prima forma di prevenzione che significa evitare che succedano eventi negativi nella vita delle persone.

Dopo 25 anni di attività di Prevenire è Possibile è assolutamente necessario proporre un bilancio razionale ed esistenziale su una attività invisibile e ineffabile come quella della prevenzione.

Prevenzione è un prodotto difficilissimo da vendere e la scommessa di presentare un sito .com  fa quasi sorridere.

La logica della prevenzione sembra assolutamente misteriosa.

Giancarlo Milanesi raccontava la storia di un giovane che, a seguito di un grave incidente d’auto occorsogli mentre guidava in stato d’ebbrezza, era stato curato e risanato da un bravo ortopedico che si era preso cura di lui. Quel giovane aveva una immensa gratitudine verso quel medico. Avrebbe avuto la stessa gratitudine se quel medico, incontrato alla sera prima dell’incidente, gli avesse tolto d’autorità le chiavi della macchina e gli avesse impedito di guidare? o, comunque, lo avesse convinto di non andare verso un possibile incidente?

Non è possibile comprendere la logica razionale della prevenzione senza avere dimestichezza con la logica delle coincidenze.

Il pensiero magico caratterizza il bambino dai 2 ai sette anni e l’uomo primitivo. Piaget ha visto nel pensiero magico del bambino il sincretismo unitario tra soggetto e mondo, l’animismo di considerare vive le cose inanimate e il nominalismo dell’attribuire al nome la proprietà del carattere di una persona o delle caratteristiche di un oggetto, o di un evento, perché il nome è percepito come parte integrale dell’oggetto. Per questo il pensiero magico agisce attraverso la forza di un enunciato magico.

Se ci si allontana dai residui infantili e primitivi del pensiero magico si ottiene la liberazione dagli errori del simbolico e si scopre che le coincidenze, che compaiono negli snodi del flusso della nostra vita, non sono assolutamente magiche.

La logica della reversibilità degli avvenimenti che ha le stesse proprietà delle coincidenze

Una attività relazionale di cura non è solo prevenzione di un peggioramento o contenimento di un danno ma anche impegno per rendere reversibili tali danni e riportare la vita di una persona nel personale cammino di realizzazione della sua identità.

Prevenire è possibile lavora per trovare insieme ai suoi clienti la risposta alle seguenti domande:

Sono consapevole delle scelte positive e negative che ho fatto?

Sono consapevole delle circostanze coincidenziali che hanno influito sulle mie scelte?

Sono consapevole di quanto i miei copioni di comportamento hanno determinato le mie scelte sbagliate?

In che modo sono riuscito e posso ancora riuscire a rendere reversibili le mie scelte?

Web Society e disturbi del pensiero nei nativi digitali

 

12/9/016