PREPOS: da “Prevenire è possibile” a “Le relazioni evolute”

La svolta relazionale rappresenta il compimento di una ricerca durata quarant’anni e perseguita con tenacia fino a costruire un nuovo paradigma relazionale che non è un semplice e stucchevole elogio delle belle relazioni astratte ma un modello per portare a termine la difficile arte della prevenzione.

Il progetto di Prevenire è Possibile (vedi la storia del progetto) nasce con l’intento di comprendere i segni premonitori del disagio, attraverso gli idealtipi personologici, e di evitare che succedano eventi negativi nella vita delle persone. In altre parole di operare affinché il disagio non si trasformi in regressione verso atteggiamenti primitivi ma la persona riesca ad evolvere verso la sua realizzazione come individuo, persona ed esistenzialità, mediante:

  1. la presa d’atto della propria identità cosciente e lo sviluppo della voce interiore,
  2. la comprensione empatica del vissuto altrui,
  3. la corretta modulazione delle relazioni con gli altri,
  4. la padronanza corporea,
  5. la realizzazione del personale “homo faber” e cioè il lavoro consono al nostro temperamento,
  6. la realizzazione dell’”homo sapiens” e cioè la conoscenza delle cose del mondo, l’economia e la politica
  7. infine la risoluzione dell’esistenzialità ovvero la scoperta del senso della morte e del senso della vita.

Dopo 25 anni di attività di Prevenire è Possibile il bilancio su una attività, invisibile come quella della prevenzione, ci ha condotto ad osservare che siamo riusciti ad incidere positivamente sulla vita di numerosi giovani incontrati nel corso degli anni e che, oggi adulti, ci ricordano come persone incontrate nei momenti di svolta della loro vita ed esprimono gratitudine per l’affiatamento relazionale vissuto con noi.

La logica della prevenzione è assolutamente misteriosa.

Giancarlo Milanesi raccontava la storia di un giovane che, a seguito di un grave incidente d’auto occorsogli mentre guidava in stato d’ebbrezza, era stato curato e risanato da un bravo ortopedico che si era preso cura di lui. Quel giovane aveva una immensa gratitudine verso quel medico. Avrebbe avuto la stessa gratitudine se quel medico, incontrato alla sera prima dell’incidente, gli avesse tolto d’autorità le chiavi della macchina e gli avesse impedito di guidare? o, comunque, lo avesse convinto di non andare verso un possibile incidente?

Non è possibile comprendere la logica razionale della prevenzione senza avere dimestichezza con la logica delle coincidenze.

Le coincidenze, che compaiono negli snodi del flusso della nostra vita, non sono assolutamente magiche ma dipendono dalle affinità relazionali delle persone che si incontrano e si riconoscono producendo un particolare clima interpersonale di scambio affettivo: una sostanza relazionale che apre all’evoluzione positiva della persona.

Tale clima relazionale dura solo un certo tempo e vive nelle scene relazionali condivise per poi rimanere nell’esperienza dei sentimenti introiettati, aperto verso un nuovo incontro ma non dipendente da esso.

Non si tratta solo di emozioni ma di una forma relazionale evoluta in cui le emozioni diventano sentimenti e, come tali, hanno valore e si introiettano come valori.

Se nella vita delle persone non ci sono incontri di affinità che le facciano evolvere restano prigioniere dell’egocentrismo primitivo verso cui i loro copioni costantemente li riconducono e, al massimo, riescono a gestirsi mediante il pensiero magico[1].

L’esperienza di lavoro e di ricerca ci ha condotti a comprendere come le forme acute di disgio nella persona non siano altro che regressioni al primitivo modo stare in relazione con gli altri, con il mondo e soprattutto con se stessi.

In questa prospettiva abbiamo interpretato le psicopatologie dell’umore, del pensiero e dell’attivazione e le dipendenze attive e passive come residui primitivi verso cui una persona regredisce.

Quando infatti non sia data una causa organica i residui primitivi sono i vettori del disagio, della devianza, delle nevrosi e delle psicosi. In alcuni casi per mancata evoluzione dall’attaccamento insicuro, ambivalente o assente o disorganizzato, in altri per regressione dai sentimenti introiettati a causa di attentati che hanno destrutturato la personalità disturbandola.

L’incontro con Prevenire è Possibile ha frequentemente interrotto le regressioni prodotte da oppressioni, intimidazioni, seduzioni, manipolazioni o istigazioni che altrimenti avrebbero condotto verso delusioni, sensi di colpa o di abbandono, blocchi o deragliamenti nel pensiero, panico e fobie o spostamenti dell’ansia verso dipendenze.

Il nucleo del progetto allora ci è apparso chiaro in tutti i suoi aspetti. Si trattava di far evolvere le relazioni positive di quella persona per superare l’emersione di pulsioni primitie ed oppositive.

Nasce così il programma Relazioni Evolute per la crescita relazionale ed affettiva.
Il percorso dell’artigianato educativo, che aveva mosso i suoi primi passi dal 1993, aveva incontrato nel suo percorso il counseling. Dopo aver liberato il counseling dalle pretese autoreferenziali in cui era caduto nello sciommiottare gli atti tipici dello psicologo e dello psicoterapeuta, ci è apparso come un buon contenitore delle posizioni relazionali da assumere per prevenire la caduta del disagio verso il primitivo.

Il counseling relazionale poteva rappresentare quell’insieme di strumenti di specializzazione per molti operatori (pedagogisti, psicologi, sociologi, insegnanti, educatori, medici, avvocati, commercialisti, ecc.) che li indirizzava verso nuovi modelli di rapporto con i loro clienti e pazienti.

Così il counseling di Prepos è diventato essenzialmente ed esplicitamente relazionale prendendo le distanze dai paradigmi clinici e il rispetto verso altre professionalità, soprattutto verso gli psicologi che lo percepivano come una invadenza nel loro campo di azione professionale, ci ha ripagato nella scelta di formazione del modello relazionale.

Nessuno psicologo potrà mai aver di che dire di fronte al miglioramento delle relazioni tra persone.

Anzi! La attuale crisi e le malattie relazionali conseguenti presentano difficoltà di comprensione diagnostica e di intervento terapeutico ove siano affrontati solo con schemi psicologici e pedagogici. Ed è per questo che tali disadattamenti relazionali vengano contenuti prevalentemente attraverso il massiccio ricorso agli psicofarmaci.

Non si tratta più di promuovere una specifica professione ma i suoi contenuti, trasferendoli sia in un sapere che può investire tutte le diverse professioni sociali sia, ed è più importante, in un sapere sociale diffuso e condiviso che possa trasformarsi in proposta relazionale tra gli uomini. Il sapere archetipico non è più sufficiente a dar senso ai mondi della vita anche perché la post modernità lo ha profondamente destrutturato ed è quindi necessario un sapere consapevole e scientifico per fare del secolo appena cominciato, l’epoca della comprensione del perché e del come le diverse persone possono unire le loro molecole relazionali in un disegno evolutivo più grande.

Accanto allo studio della modulazione relazionale con la persona nel rapporto di aiuto si imponeva però un altro gigantesco versante teorico da affrontare: quello antropologico e sociologico.

Introducendo nella serratura antropologica la chiave relazionale è stata però immediata la comprensione di come si siano formate le culture umane distribuite nella storia e nella geografia. Le diverse sostanze relazionali, e le loro miscele, sono i canali attraverso cui transitano l’empatia affettiva o gli egocentrismi. Tali canali sono gli archetipi relazionali della nostra specie e la ricerca antropologica di Prepos ne ha fatto oggetto di studio proprio nella fase in cui molti sembrano dissolversi nella transizione tra l’epoca postmoderna e la web society.

La natura delle formazioni che compongono i sistemi sociali, le strutture per intenderci, da dove viene?

La sociologia non si pone questo problema, ad eccezione dell’approccio comprendente e di quello fenomenologico, perché considera la natura dei gruppi come dati di fatto. La famiglia, la parentela, l’azienda, la squadra, la pattuglia, le istituzioni, i servizi, le organizzazioni, ecc. sono entità con funzioni indispensabili per il sistema sociale in costante trasformazione per mantenere l’equilibrio. Attraverso il punto di vista relazionale è invece possibile affermare che nascono prima le relazioni e poi le strutture che su di esse si conformano e che le contengono.

Anzi ogni miscela di sostanze relazionali, con specifiche prevalenze, che ha dato vita a un tipo di formazione sociale (identità collettiva) deve mantenere le variazioni interne entro range che non la facciano diventare qualcosa di diverso rispetto alle relazioni che la hanno storicamente generata.

L’orientamento relazionale ha condotto così la ricerca a coniare i termini di identità collettiva e di personalità collettiva. Per identità si intende il tipo di gruppo o di struttura, per personalità il particolare modo d’essere di una specifica struttura con le sue fluttuazioni e sfumature.

Nelle identità si collocano gli archetipi culturali che le hanno generate, nelle personalità il modo di essere degli incroci relazionali che le compongono. Le identità sono il riferimento logico e linguistico di una certa funzione relazionale, le seconde la qualità di quella specifica formazione. Per semplificare: un conto è l’idea di famiglia, altro conto è una specifica famiglia. Quest’ultima infatti potrebbe chiamarsi così ma essere una entità del tutto diversa dall’archetipo di famiglia o dall’idea di famiglia a cui ci si riferisce per senso comune.

Lo studio delle personalità collettive (di famiglia, di impresa, di condominio, di classe scolastica, ecc.) ci ha consentito di individuare le tensioni relazionali, i vincoli ed i legami che caratterizzano tali strutture di personalità collettiva e di prevedere quando le ambivalenze tra affinità e opposizioni le conducono al possibile punto di rottura.

L’approccio teorico di Prepos è così maturato nella svolta relazionale che contiene ed organizza l’insieme dei contenuti e dei metodi di lavoro per far evolvere, attraverso il potenziamento delle affinità personologiche, le sostanze relazionali.

Un ultimo aspetto si imponeva però in modo pressante: che differenza c’é tra comunicazione e relazione? Non si può evadere tale domanda mentre si entra nella società della connessione comunicativa totale.

La comunicazione ha una forma significante e un contenuto, la relazione ha un’onda empatica,percepita dai neuroni specchio, e una sostanza. Questa sostanza, chiamata nell’arco dei secoli spirito, ha sempre utilizzato l’espressione artistica per rappresentarsi. L’arte è il modo di esprimersi della sostanza relazionale. Ovvero di ciò che accade tra le persone e si implementa nei pensieri.

Per questo abbiamo prodotto le rappresentazioni iconografiche delle sculture relazionali ed anche cercato di giungere al punto più elevato dell’espressione artistica e cioè l’arte sacra. Ben consapevoli che la nostra performance artistica non poteva mirare a grandi risultati, abbiamo però utilizzato le sculture per osservare il modo in cui le persone riconoscevano la sostanza relazionale contenuta nel singolo manufatto. E, per essere certi della oggettiva sostanza relazionale che transitava nell’opera, occorreva l’aver vissuto in prima persona l’esperienza della sua costruzione.

Ed ecco che la prevenzione trova il senso delle coincidenze nell’interpretare lo specifico disagio di una persona o di un gruppo, esce dalla logica della comunicazione sistemica o della mera informazione sui danni prodotti da copioni di disagio, propone modelli di relazione affini alle persone incontrate e si prefigge di far evolvere la singola relazione con la persona o la rete relazionale di un gruppo.

 

 

[1] Il pensiero magico, caratterizza il bambino dai 2 ai sette anni e l’uomo primitivo. Piaget ha visto nel pensiero magico del bambino il sincretismo unitario tra soggetto e mondo, l’animismo di considerare vive le cose inanimate e il nominalismo dell’attribuire al nome la proprietà del carattere di una persona o delle caratteristiche di un oggetto, o di un evento, perché il nome è percepito come parte integrale dell’oggetto. Per questo il pensiero magico agisce attraverso la forza di un enunciato magico.

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