Il mondo della vita e le figurazioni archetipiche

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La svolta relazionale, archetipi e relazioni evolute

Il “mondo della vita” (traduzione italiana proposta da Ardigò del termine lebenswelt formulato dalla fenomenologia di Husserl e di Schütz) è l’universo dell’autoevidenza e il fondamento antropologico della personologia umana e, al contempo, è concreto, visibile e pratico.

Gli archetipi sono la guida primaria nella percezione del mondo della vita e non sono entità astratte e astoriche ma storicizzabili e concrete. I mondi della vita sono dunque i luoghi in cui gli archetipi si slatentizzano dall’inconscio collettivo e diventano canalizzazioni dell’affettività. I retaggi primitivi, o le regressioni al primitivo, congelano l’affettiva facendo emergere le ambivalenze degli archetipi che contaminano i mondi della vita.

Nasce così la necessità di dotare la teoria relazionale di strumenti di ricognizione utili a misurare l’ambivalenza degli archetipi relazionali attraverso un bilancio relazionale concreto della vita delle persone: un bilancio delle relazioni positive e attive e delle relazioni oppositive e primitive. Non si tratta di operare una distinzione manichea ma di riconoscere gli elementi che vanno nella direzione dell’evoluzione affettiva e la quantità di ambivalenza relazionalmente tollerabile.

Le interpretazioni degli archetipi quali forze oscure e umbratili mi hanno sempre lasciato perplesso; probabilmente la cultura psicoanalitica si è dedicata così tanto alla ricognizione del male oscuro dell’uomo da dimenticare la funzione positiva degli archetipi per la strutturazione delle relazioni. Negli archetipi esistono valenze culturali indispensabili per canalizzare nella giusta forma le inclinazioni affettive che derivano dall’inconscio collettivo.

Hillman descrive gli archetipi come “i modelli più profondi del funzionamento psichico, come le radici dell’anima che governano le prospettive attraverso cui vediamo noi stessi e il mondo. Essi sono le immagini assiomatiche a cui ritornano continuamente sia la vita psichica che le teorie che formuliamo su di essa”[1].

Dirà però anche, nella sua famosa teoria della ghianda, che gli archetipi rappresentano una “superstizione parentale” che induce ad attribuire la “colpa” del malessere esistenziale alle deprivazioni che abbiamo subito da nostra madre o all’assenza del padre: “… noi siamo vittime non tanto dei nostri genitori, quanto dell’ideologia del genitore; non tanto del potere fatale della Madre, quanto della teoria che le attribuisce quel potere fatale”[2].

Se il concetto di superstizione del lato oscuro degli archetipi mi vede d’accordo, mi piace ancora di più vedere il consolidamento relazionale luminoso che tali canalizzazioni affettive hanno indotto e inducono nei mondi della vita.

La prospettiva di purificazione degli archetipi, e cioè una prospettiva che si propone di liberarli dalle ambivalenze tramite la consapevolezza relazionale, rende prima di tutto necessario individuare le caratteristiche e le sostanze relazionali che li caratterizzano.

Nel mondo della vita prendono forma e consapevolezza le relazioni archetipiche di maternità, paternità, coniugalità e fraternità. In esse sono rappresentate tutte le forme potenziali di relazionalità: le relazioni discendenti, le relazioni parentali affini, le relazioni di scelta e le relazioni sociali. La vita relazionale è infatti costituita sia dalla sovrapposizione di tali ambiti sia dalle sostanze relazionali che in esse vengono generate: l’accordo, l’armonia, l’equilibrio, la trasparenza, la verità, l’affiatamento e il sublime. Queste sostanze sono percepite attraverso l’empatizzazione relazionale e rendono densi e stabili i nostri rapporti, ma possono anche essere facilmente dissolte dall’equivoco, dalla dipendenza, dal risentimento, dall’angoscia, dall’indifferenza, dall’amarezza e dal fastidio.

 

[1] Hillman J., (1990),The essential James Hillman: a blue fire, Routledge.

[2] Hillman J. (2009), Il codice dell’anima, Adelphi, Milano, p.234.

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