Io ti giudico ma non ti condanno

Di seguito la trascrizione del dibattito intorno al concetto di giudicare e condannare.

Masini: L’ambiguità con cui viene usato e tradotto il verbo giudicare ha generato una enorme confusione nella applicazione di una terminologia giuridica alla morale comune tra giudicare e condannare. Questa confusione è diventata assoluta in ambito cattolico. Puntualizziamo dunque il significato delle parole. Il giudizio, in senso ampio, è un sano discernimento da cui si traggono delle conclusioni logiche di distinzione tra il bene e il male. Il giudizio è nella natura stessa del pensiero, della cognizione e della razionalità. Il giudizio è anche presente nel dialogo di valutazione su eventi, idee, comportamenti. La condanna è una conseguenza del giudizio e non è obbligata – tranne che nei sistemi giuridici dove c’è condanna o assoluzione. Questo altro termine rappresenta una ulteriore espressione critica quando viene usato in chiave spirituale come nella confessione perché rappresenta una contraddizione se è posto a fianco del concetto di perdono. Ma fermiamoci a giudizio/condanna. Il primo è legittimo e indispensabile, la seconda può essere autoritaria e oppressiva. “Senza mai condannare” è molto più chiaro di “senza mai giudicare” perché implica un sano giudizio sul bene e sul male ma non un atto contro chi abbia fatto del male. La mancanza di questa distinzione nel mondo, nelle traduzioni dei testi sacri, nei dibattiti, nelle posizioni e nelle opinioni espresse genera ipocrisia e/o buonismo relativista.

Beatrix: Io distinguo il bene dal male perché ho una morale, non perché giudico, io accetto gli altri per quello che sono e per quello che possono dare, se siamo affini nasce qualcosa altrimenti no. Non per questo biasimo le altre persone. Altra cosa è il diritto penale, sulla religione non mi esprimo in quanto è una questine meramente geografica.

Mazzoni: Nella mia esperienza di giovane adolescente c’è un ricordo che mi accompagna sempre, quando chiedevo ai miei genitori di uscire di casa dopo cena, il mio babbo con un dito inquisitore mi guardava intensamente e mi diceva: giudizio!!!. Che per me voleva dire sii giudiziosa- non fare bischerate -pensa bene a quello che fai -eccetera eccetera… Ma anche: sei tu la responsabile delle tue azioni. Non ho mai tanto ben accetto il concetto del non giudizio, tanto sbandierato nei vari tipi di counseling (con cui hanno tradotto Rogers, chissà forse anche in modo impreciso). Senza giudizio o valutazione, come è possibile distinguere il giusto dallo sbagliato? O almeno iniziare un processo identitario?

Beatrix: Ok allora giudizio secondo quali “canoni” o “regole”? Giudicare secondo la chiesa romana apostolica? O secondo il giudaismo? È forse migliore l’induismo? Secondo il giudizio induista è assasdino chi uccide una vacca ma tollera lo stupro se una femmina esce sola dopo le ore 19.00. S. Agostino “giudicava” le donne inferiori all’uomo in quanto “piene d’acqua”. Io continuo a quotare la morale.

Grazia: Penso che Rogers quando dice che non bisogna avere alcun giudizio sul cliente che abbiamo davanti non voglia dire che non dobbiamo renderci conto dei suoi errori, ma piuttosto che occorre restare interiormente aperti verso di lui. Giudicare troppo frettolosamente ci fa vedere gli altri in un modo distorto che poi è molto difficile correggere.

Ilaria: Non so…forse una sorta di  giudizio è necessario per farci un’idea di chi si ha davanti o di una situazione…forse quando il giudizio ci impedisce di capire realmente o ci limita allora può essere subentrata una sorta di condanna interiore verso una persona o una categoria ecc… È un punto di non ritorno rispetto ad una apertura… si va anzi verso il senso opposto…internamente…a volte anche verso noi stessi…

Patrizia: Io credo che tutti giudichiamo e siamo a nostra volta giudicati ..nel bene e nel male…la condanna è secondo me un processo più interiore

Masini: E no. La condanna è un fatto relazionale. Giudico uno come “stronzo”, senza chissà che riferimento morale o religioso, solo perché parcheggia la macchina male sui miei spazi. Lo giudico senza mezzi termini ma tengo il giudizio per me. Oppure lo condanno ad una pena che stabilisco, a scelta: 1 gli rigo la macchina con una chiave; 2 mi rivolgo ai vigili che gli facciano una multa; 3 parlo male di lui con tutti i condomini; 4 trovo una vendetta originale e terribile (assoldo un killer). Un conto è giudicare stronzo, altro conto è condannare a morte. Non capisco perché si debbano vedere le questioni in modo intimista e complicato. Oppure far ricorso a questioni morali per risolvere anche i piccoli problemi della quotidianità. Troppa psicologia e poco buon senso.

Sara: Io ho fatto un lungo percorso sul giudizio durante la stesura dell’autobiografia, soprattutto temevo costantemente il “giudizio” degli altri nei miei confronti e per difesa “giudicavo”. Ora che riflettiamo sulla differenza giudizio/condanna mi viene da dire che allora sbagliavo parola.

Grazia: Sto riflettendo sulla differenza tra giudizio e condanna. Non è poi cosi  facile capire dove finisce l’uno e comincia l’altro. Magari uno si comporta male, ma io ho voglia di capire le sue ragioni? E se lo giudico senza dargli nessuna possibilità di difesa, non lo sto condannando?

Masini: Quello che parcheggia avrà tutte le attenuanti ma fa un torto!. E la mia relazione con lui evolve solo se ammette il torto e chiede scusa

Sara: Ecco… Grazia e Enzo  mi avete aiutata a chiarire ancora dentro di me… Questo mio temere la “condanna” proviene tutt’ora dal modus operandi di mia madre (citata al Convegno sui padri) che, per punirmi da adolescente, non mi parlava x settimane dando per scontato che io capissi ciò che non mi diceva e che quindi non capivo. Non mi ha mai chiesto scusa ma, dopo averle detto quanto fosse doloroso quel silenzio giudicante (oggi direi condannate), ora non lo fa più. Ha provato a condannare  mio marito (per invidia) ma non attacca più perché ho fatto da avvocato e ho detto “Basta!!!”. Ora posso dormire meglio

Jenny: Ho imparato ad ascoltare la mia voce  interiore che mi aiuta a capire che sensazioni mi da la persona che  ho di fronte. In genere lascio comunque le porte aperte cercando quando è necessario di stare in guardia. Tendenzialmente purtroppo sono molto (troppo) tollerante e difatti con il tempo mi accorgo che il “giudizio” iniziale aveva il suo senso. Credo pero che un tipo di “condanna” sia lecita, quella  di  avere la facoltà di scegliere se continuare o meno a frequentare la persona in oggetto, amico o cliente che sia.

Patrizia: Io intendevo come più interiore la condanna perché nasce da un risentimento interiore che le persone accumulano dentro di sé. La condanna scaturisce dalla rabbia accumulata. Se quella persona mi ha fatto male lo condanno parlandone male con tutti.

Bruna: Sono d’accordo sulla ambiguità che si nasconde dietro all’uso del verbo giudicare e credo di non aver mai  riflettuto sulla differenza tra giudizio  e condanna così intimamente come lo ha posto Vincenzo. Quindi, analizzando  i miei pensieri, scopro di essere necessariamente giudicante, anche se poi, in base ai miei criteri (è come mia figlia sono molto tollerante) posso accettate e semplicemente giudicare oppure condannare. Se giudico l’altro, il mio pensiero può essere ancora modificato, se lo condanno la relazione è finita.

Anna: Pensando al concetto di “giudizio” e “condanna” ho riflettuto in questi termini: il giudizio può essere costruttivo o distruttivo. Costruttivo è’ il giudizio che può alimentare le relazioni se espresso. Il giudizio costruttivo può servire a noi stessi per comprendere dove stiamo sbagliando. Può essere un giudizio che teniamo per noi è che ci orienta nelle situazioni. Poi c’è il giudizio distruttivo. Quello che distrugge le relazioni. Mi verrebbe da dire che quando il giudizio distruttivo viene espresso diventa “condanna” se non si permette ai destinatari dello stesso di difendersi…

Mirella: ” Non possiamo mai giudicare le vite degli altri perché ogni persona conosce il suo dolore e le sue rinunce. Una cosa è sentire di essere nel giusto cammino, ma un’altra è pensare cieli tuo sia l’unico cammino” (Paolo Coelho)

Masini: Non sono per nulla d’accordo con Coelho. Riina lo giudico così come giudico la sua carriera mafiosa.

Mirella: Probabilmente, anzi direi certamente è la traduzione del verbo dalla lingua originaria che non è esatta. Occorre intendere che noi non possiamo “condannare” gli altri uomini, poiché questo compete solo a Dio. Scusate se riprendo a disquisire.  Per quanto riguarda il giudizio, mi accorgo che anch’io, nonostante il vangelo,  non posso fare a meno di giudicare (nel senso di “valutare, farsi una propria opinione, scegliere, decidere…). Giudichiamo sempre, in ogni momento della giornata: su cosa è più opportuno o più giusto fare,  su cosa pensare di questo o quel fatto, di questo o quel comportamento…. Ma quando riteniamo di essere nel giusto o valutiamo migliore o peggiore qualcosa, qualche evento o…qualche persona, sulla base di che cosa, di quali valori lo facciamo?

Katia: Ho letto tutte le vostre osservazioni, e non  mi rimane che esprimermi anch’io. Bene, io vorrei partire dall’ego, io penso che  il nostro ego ci porti ad avere giudizi, giudicare qualsiasi cosa ci capita a noi o all’esterno, a mio avviso dal giudizio si arriva alla violenza che può essere fisica, verbale e morale all’interno di qualsiasi relazione umana o esterna applicata all’ambiente circostante. Infatti per chi ad esempio è credente si legge  ” ….E verrà per giudicare i vivi e i morti e il suo regno non avrà fine” trattasi del giudizio universale che sarà violentissimo, devastante! Se uno ci pensa o se lo immagina, questo sempre  in termini religiosi, per chi non crede questa cosa non lo tocca. Dal punto di vista  legale, noi uomini abbiamo creato delle REGOLE E LEGGI che dovrebbero essere rispettate, chi non le rispetta non è che subisce un giudizio, subisce una ” punizione” detta infatti “pena” che noi stessi abbiamo creato. Ogni paese applica la sua, da chi: ha la pena di morte ( che non condivido, per me è più efficace privare una persona della libertà rinchiudendola al buio per 2 metri per 2 in una cella e buttare via le chiavi, troppo facile ucciderla, deve agonizzare nella sofferenza e arrivare ad avere il desiderio lui stesso di morire anziché vivere così il resto dei suoi giorni) ergastolo, prigione. Quindi noi stessi siamo soggetti a pene che abbiamo creato noi, perché in teoria abbiamo la consapevolezza di sapere che uccidere è sbagliato, rubare pure, se non per necessità perché stai morendo di fame…Ma qui poi si apre un’altra finestra infinita e vorrei essere breve. Però appunto perché si suppone che nasciamo con una certa consapevolezza di distinguere cosa è bene o sbagliato, ahimè c’è chi non nasce e per natura non ha questa distinzione, uno che nasce con seri problemi mentali, e come fissa ha di uccidere i gatti, non ha la consapevolezza di capire che quella cosa è sbagliata!! E come puoi “giudicare” il suo comportamento se non che non giudichi, ma “valuti” che è affetto da un grave deficit e dovrebbe stare dentro una clinica. Pertanto dovremmo spogliarci dal nostro ego che porta ad avere dei “giudizi” ed entrare più in sintonia con la nostra natura, essere in risonanza con essa e seguire la sua complessità e non le complicazioni che creiamo col nostro ego.”..bisogna essere puri come i bambini per entrare nel regno dei cieli” perché i bambini non hanno ” giudizi”.

Elisabetta: Bella la sintesi che proponi Vincenzo. Mi piace soprattutto perché dà all’esperienza  (dei mal di pancia propri a altrui) la funzione di costruzione del proprio sistema di valori, a cui fare riferimento. È una sintesi tra il valore della sensibilità individuale e quella degli altri, altri però significativi per noi. Una compenetrazione tra ciò che parte da me e ciò che viene da coloro che hanno la mia fiducia . E tutto questo evolve ma ma non si trasforma in qualcosa di contrario. Ho fatto un po’ di confusione….? Mi viene una domanda…. Chi violenta o uccide o commette altro male, non sente i propri mal di pancia? (tanto meno quelli degli altri….), o non li ascolta? O proprio non ne ha? L’africano che non sa che non si violentano le donne sulla spiaggia, non possiede questo tipo di mal di pancia culturalmente? Naturalmente? O il tipo di contesto in cui è vissuto non lo fa emergere….?

Sara: Io credo che la differenza tra giudizio e condanna sia come il concetto delle relazioni affini o oppositive: es. il controllo può essere al positivo responsabilità e al negativo ansia. Dopo aver letto le vostre riflessioni e quella di Vincenzo sul semplificare credo che, sia il giudizio che la condanna siano innati nell’essere umano e ci vogliono altrimenti saremmo tutti permissivi, senza regole e alla peggio buonisti.

Masini: A Elisabetta voglio dire che l’africano, se fa parte della specie umana come credo, sa benissimo che le femmine non vanno violentate ma corteggiate, sulla spiaggia, nei boschi e in città. Sa poi benissimo che è nelle caratteristiche ormonali della femmina accettare o rifiutare il corteggiamento. E sa benissimo che il maschio deve accettare il possibile rifiuto che la femmina esprime. Al massimo può essere insistente ma non molesto. Se non è un essere umano invece non lo sa perché non ha sviluppato il necessario livello di empatia per percepire il vissuto femminile (e forse è rifiutato proprio per questo perché non migliorerebbe la specie nel caso di fecondazione. Non è un maschio alfa, forse nemmeno zeta..).

Elisabetta: Ma perché non ha sviluppato il necessario livello di empatia……? È comunque una questione  “educativa” in primis? La specie umana a cui dovrebbe appartenere si è evoluta in modo da sviluppare le caratteristiche necessarie alla relazione corretta tra individui attraverso l’educazione in senso lato ? Che però è poi diventato patrimonio della specie? E questo vale anche per l’Europeo che fa le stesse cose, no?

Masini: Nella evoluzione umana si sono formati gli archetipi inscritti nel DNA. Frutto dell’esperienza di millenni. Abbiamo analizzato nei nostri convegni quello del padre, del fratello e della madre, i principali. L’educazione li tira fuori e spesso li libera dai connotati negativi prodotti dal pensiero magico primitivo. In modo relativamente simile gli archetipi ci sono in tutte le etnie (oggi è vietato dire razze). Laddove sono diventati valori di riferimento il pensiero cognitivo riesce a controllare le pulsioni primitive, dove invece l’emozionalità magica è prevalente il controllo è minore e le autogiustificazioni egocentriche hanno il sopravvento. Statisticamente c’è più autocontrollo tra gli europei che tra gli africani. Così come c’è più voglia di lavorare tra i bergamaschi che tra i napoletani. E questa affermazione e le precedenti non sono razzismo ma giudizio senza condanna. Non accetto ciò che dice il buonista: conosco un napoletano che è un gran lavoratore… conosco un bergamasco fannullone… Ma la media com’è?

Marina: Ho letto tutto il dibattito finalmente ed ho una domanda. Se un ragazzo a scuola chiede di incontrarmi la prima cosa che gli dico è di sentirsi libero di dire quello che vuole e come vuole perché io non lo giudico e quel che dice resta in camera caritatis. Lo dico per tranquillizzarlo. Ma appena lo vedo e osservo come si siede o parla ecc…mi faccio un’idea su di lui, del suo idealtipo, della sua famiglia, del contesto sociale. Quindi in qualche modo lo “soppeso”. Allora mi chiedo: è giudicare? O, come ho sempre creduto, semplicemente constatare? Perché mentre mi racconta mi viene da pensare che ha commesso uno sbaglio, che ha agito d’impulso, o che è stato curioso…  e non mi viene da pensare: guarda che stupido. Certo, quando sono sola e ripenso a quanto mi ha detto, allora arriva il mio giudizio…pesante. So che in quel momento lo sto giudicando, ma solo quando ne ho consapevolezza.

Masini: È giudicare, e non c’è niente di male. A volte si giudica bene bene, a volte male. Mi sono inoltrato in questa discussione proprio perché intorno a questo verbo giocano ipocrisie ed equivoci. Ed è un verbo usato malissimo con sensi di colpa per chi pensa di far del male e superficialità per chi non prende mai posizione né con se stesso tantomeno con altri. “Non giudicare” è diventato così la bandiera dell’indifferenza e della distanza sociale. “Io ti giudico ma non ti condanno ” può essere la chiave per una relazione evoluta da parte di chi è capace di bastare a se stesso e non chiede il sostegno di altri per prendere una posizione.

Sonia: “Io ti giudico ma non ti condanno” mi piace molto e mi chiarisce ancora di più. Ho riflettuto sull’importanza di conoscere e usare correttamente le parole per evitare equivoci, sull’importanza di definire e concludere per non essere vittima di manipolazioni (finestra di Overton), per un processo identitario, per non rimanere irretita nel relativismo e/o buonismo ipocrita. Ritengo che sia sbagliato il pregiudizio ma giusto e indispensabile il giudizio. Quando Rogers dice di essere non giudicanti, penso che si riferisca al pregiudizio che emerge quando si ha di fronte uno sconosciuto e lo si giudica. L’atteggiamento, direi non pre-giudicante, agevola l’apertura. Ma dopo questa prima fase, è sano e giusto saper definire l’uomo/donna e il suo operato. Più la persona giudicante è evoluta, più il suo giudizio è valido e condiviso. Non è una questione di religione, credo ecc. ma di valori ben saldi, interiorizzati, universalmente condivisi. Può il giudizio cambiare? No, il giudizio di oggi sul fatto e sulla persona che oggi lo ha compiuto, non cambia. In futuro però l’individuo può cambiare.

Chiara: Ho letto tutta la discussione e mi scuso per il ritardo nel rispondere. Quando ho letto “Bastare a se stessi” già mi sono rincuorata. Mi spiego meglio. Sono in un momento di gran confusione nelle mie relazioni e riflettendo sui miei possibili sbagli ho capito che il più grande è proprio quello di non essere sufficientemente in grado di bastare a me stessa. Ci sono occasioni in cui sono molto insicura, in cui faccio fatica a prendere una posizione. Beh, il fatto di poter riflettere sulla differenza tra giudizio e condanna mi ha aiutata. Ho bisogno di ordine dentro di me e ho capito che questo ordine devo iniziarlo a cercare dando un preciso significato alle parole. Ha ragione Vincenzo quando si sente dire che qualcuno ha giudicato qualcun altro sembra che abbia commesso uno sbaglio tremendo. Invece no…quando si dice “a parer mio..” sarebbe invece più corretto dire “a mio giudizio..”. Non c’è nulla di male. È il giudizio che si ha verso un qualche cosa o qualcuno, è una presa di posizione senza la quale non si può costruire una propria identità. È necessario avere giudizio perché sei portato inevitabilmente a ragionare e a riflettere prima di acquisirlo. Questo ti da modo di spiegare razionalmente agli altri il perché del tuo pensiero e da ciò nasce un confronto di opinioni che può essere costruttivo. Solo dopo puoi o rafforzare la tua posizione o tenere in considerazione il giudizio altrui condividendolo o meno. Simbolicamente (a mio giudizio) il giudizio lo vedo come un pensiero maturato e metabolizzato che può diventare condanna se diventa irremovibile. Mi viene in mente il passaggio dallo stato liquido a quello solido. Quello liquido (giudizio) ha una sua consistenza che può cambiare come no, mentre se si trasforma in solido (condanna) rimane tale nel tempo.

Mirella: A proposito di giudizio e condanna e perdono vi invito a leggere Mt. 18,15. “Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; 16se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. 17Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano. 18In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo”.

Masini: Il Vangelo è estremamente chiaro sul giudizio anche se penso che molte volte il verbo sia stato mal tradotto offrendo al “buonismo” una lettura che gli fa comodo. In ragione della scelta di “non giudicare” ha la scusa ipocrita per non ammonire il fratello che sbaglia. Evitando il giudizio non si pone il problema dell’ammonizione e ci si chiude nell’opportunismo del non mettersi mai in gioco.

18/9/2017

L’armonia tra scienza e coscienza

SPIRITUALITA’: l’armonia tra scienza e coscienza

di Angela Volpini, mistica e veggente amica di Pasolini

È possibile un’armonia?

Sì, è possibile, perché sia la conoscenza, base della scienza e della tecnologia, sia la coscienza, sono qualità e attività dell’essere umano, che non dovrebbero essere mai in contraddizione. E quando c’è contraddizione bisogna cercarne le cause perché lo scollamento tra scienza e coscienza potrebbe mettere in gioco la nostra stessa sopravvivenza.

La scienza è il risultato della spontanea curiosità che gli umani hanno verso tutto ciò che li circonda. Dopo l’osservazione e forse anche il compiacimento di trovarsi in un ambiente tanto vario e bello, suppongo che si domandino:

Come posso muovermi in questa immensità?

Che utilità ha per me tutto quello che vedo, sento, tocco?

Chi sono io che vedo?

Faccio parte di quello che vedo, sento, tocco, o sono altro?

E’ qui che può apparire la prima intuizione di essere altro da quello che uno vede e che possiamo chiamare inizio della coscienza di sé. Coscienza di sé che procede attraverso la continua distinzione da tutto ciò che è altro da sé e si pone come riferimento di tutto quello che c’è. E’ così che può mantenere la distinzione fra sé e intuire la relazione che può avere con tutto l’altro da sé fino a riconoscersi soggetto consapevole.

Questo a me pare il normale processo attraverso il quale l’essere umano prende coscienza di sé e delle relazioni con il suo mondo. Se si mantenesse così, apprenderemmo velocemente quello che è buono per noi e per il mondo e non avremmo tanti conflitti e sofferenze.

Potremmo vedere l’evoluzione e la storia umana da un’altra angolazione. Riconosceremmo nella spinta evolutiva la caratteristica della nostra natura in ricerca continua di una qualità umana sempre più libera e sciolta dal peso della necessità. Riconosceremmo la nostra tensione a creare interazioni sempre più godibili fino a capire che ciò che chiamiamo limite in realtà è la possibilità di esercitare la nostra libertà e creatività affinché a questo mondo che ci ha permesso la vita, gli si possa restituire una finalità armonica e infinita come sentiamo di averla dentro di noi.
Potremmo vedere la storia come il risultato della creatività delle generazioni passate che la offrono in dono alle future affinché il processo di umanizzazione sia sempre più facile e veloce. Potremmo ammirare i tentativi che gli esseri umani hanno fatto lungo la storia per affrancarsi dal limite, dal dolore, dalla fatica, fino a scoprire che il bello, il buono, l’armonico sono le condizioni ottimali dell’essere umano per sentirsi a casa e in comunione con il primo umano fino all’ultimo che verrà. Questo e’ il gusto di esserci!

E’ l’angolazione dalla quale si possono vedere le possibilità, le prospettive, le aperture all’infinito per ogni essere umano. E’ il punto di vista dove si può vedere che il desiderio più grande che ogni persona custodisce nel proprio profondo è l’amore. Un amore che è desiderio di comunicazione, di rivelazione del proprio sé e di scoperta dell’originalità dell’altro perché si è compreso che è nella relazione che si può essere felici. Desiderio di armonia non solo con i propri simili ma anche con tutta la natura, l’universo.

Desiderio di pace, di gioia, di gusto della vita. Quando ci si rende conto che quello che accade in noi succede anche negli altri, finalmente possiamo cancellare quell’orribile immagine che abbiamo dell’essere umano. Possiamo riconoscerci nel desiderio di bene anziché nella capacità di fare il male e riconoscere che l’umanità sta camminando verso la propria pienezza e comprendere che questa pienezza è possibile proprio in virtù di quella dinamica evolutiva e di quelle realizzazioni storiche che hanno qualificato la nostra umanità. Possiamo, quindi, pensare che il nostro obiettivo è l’infinito bene: è il divino.

Questo è il punto di vista mistico dove il procedere è sempre dalle possibilità e dalle prospettive che sono profondamente radicate in noi, nella esigenza di dare senso alla nostra vita personale e nel desiderio di godere già di quello che non è ancora ma che sappiamo dipendere da noi.

Possiamo anche riscattare molte delle conquiste umane anche se realizzate senza una intenzionalità di bene perché non ancora coscienti delle conseguenze delle nostre scelte.

Per usare le qualità umane attraverso le quali possiamo agire sia sul mondo sia su di noi, dobbiamo avere intenzionalità buone per tutti. Allora possiamo davvero usare i nostri strumenti per migliorare la qualità della nostra vita come il Creatore ha usato il suo amore per darcela.

Senza intenzionalità buona, e per essere buona deve essere l’espressione della nostra coscienza e della nostra relazione armoniosa e amorosa con il mondo, il nostro agire può essere pericoloso soprattutto per i mezzi poderosi che abbiamo creato.

Questo pericolo ci mette paura e diffidiamo delle qualità umane anziché della intenzionalità perversa con la quale molti ne usano i prodotti. Questo ci impedisce di essere orgogliosi anche delle nostre buone conquiste. Siamo arrivati al punto di temerle tutte, perché, anziché continuare il processo creativo di miglioramento delle realizzazioni, in conseguenza dei disastri ambientali e economici che questo processo ha prodotto, temiamo l’esercizio delle nostre facoltà peculiari tanto da pensare o a un arresto della espansione scientifica o addirittura ipotizzando un processo di decrescita che potrebbe causare il decadimento o la distruzione della nostra civiltà.

Come superare questo dilemma?

La risposta più semplice sta nell’additare la colpa alla malvagità dell’essere umano, ma non è così. La difficoltà nasce dal fatto che non siamo ancora capaci di riconoscerci tanto nel nostro desiderio-esigenza quanto nella nostra capacità creativa. Non siamo ancora capaci di riconoscere la libertà di cui godiamo e la creatività che sempre usiamo come le naturali qualità per farci come il nostro desiderio ed esigenza ci indicano.

Siamo scissi fra quello che sentiamo essere proprio nostro e quello che facciamo per abitare il mondo. La soluzione è metterci in ascolto e dare parole a quello che sorge dal nostro profondo perché è lì che possiamo riconoscere la nostra vera immagine. Una immagine di bontà, di speranza, di comunione che cancella dal nostro sé e dal nostro orizzonte ogni male confermandoci nell’agire sempre come esternazione del nostro desiderio d’amore, di armonia e di relazione.

Finalmente possiamo capire che siamo buoni, perché è solo nel bene, nel bello che ci riconosciamo e stiamo bene. D’altronde già l’arte che ha accompagnato tutto il cammino dell’umanità è una espressione dell’originalità soggettiva che tenta di rivelare al mondo il proprio mondo. E se nell’arte è evidente il desiderio di rivelazione del proprio mondo a tutto il mondo, se osserviamo bene, ogni scoperta e creazione umana hanno come intenzione recondita quella di migliorare la condizione umana, quella di superare i limiti per cui possiamo legittimamente pensarci buoni e non smettere di creare ma difendere le nostre creazioni dagli usurpatori che vogliono finalizzarle al potere di pochi sui molti.

Si può conciliare la scienza con la coscienza e diventare orgogliosi delle nostre realizzazioni se diamo intenzionalità buona al nostro agire e vigiliamo affinché tutto ciò che scopriamo e creiamo sia veramente per il bene di tutti. Dobbiamo difendere la creatività di ogni persona affinché si possa sempre usare per tutta l’umanità.

L’esplosione del sapere scientifico e tecnologico ha coinciso con l’emancipazione femminile. Questa coincidenza mi ha fatto molto riflettere e l’ho avvertita come un punto di svolta di tutta la storia umana. Il mondo, che è riconosciuto solo maschile, si trova a esercitare un potere totale su tutta la natura. Un potere che poteva essere di cambiamento, di realizzazione, finalmente, di un mondo umano, giusto, solidale, bello e invece è risultato prevaricante e strumento dei forti sui deboli, perché ha ridotto la creatività a una razionalità funzionale alle necessità del momento tanto da creare una realtà così complicata e intricata da cui è difficile uscire.

Voglio dire che la creatività di mezzo mondo, quello maschile, non ha potuto trovare il suo compimento positivo. Non l’ha trovata perché era appunto di mezzo mondo solamente. Mi piace vedere che per arrivare a risolvere i problemi che oggi ha il mondo, è necessario il contributo dell’altra metà.

Un contributo che non si basa più solo sulla curiosità di conoscere e di creare realizzazioni potenti, ma non orientate, bensì anche sul contributo della donna che è la speranza di un mondo dove sia possibile vivere relazioni d’amore. Per questo la donna ha continuato a essere madre. Madre di figli veri, e soprattutto madre dell’umanità possibile. Adesso è arrivato il tempo di unire la speranza di una umanità possibile che è la connessione diretta tra il desiderio di bene custodito nel cuore delle donne con le capacità realizzative sviluppate dagli uomini e decidersi di costruire veramente il nostro mondo.

Un mondo d’amore e di giustizia affinché i nuovi nati possano guardare la vita non partendo dai limiti ma dalle possibilità, dalla fiducia e non dalla paura, e poter riconoscere in ogni essere umano la novità originale che ognuno è.

Questa congiunzione sana le scissioni e le ferite e ci permette di riconoscere nella nostra capacità di amare e di creare la somiglianza con il nostro Creatore che ci ha dato l’ambiente per la vita e che noi possiamo trasformare nell’ambiente dell’amore per la felicità di tutti.

Questa dovrebbe essere la nostra creazione e il nostro grazie per l‘Amore originario.

 3/2/2017

Cenni biografici sull’autrice:

Angela Volpini è nata nel 1940 a Casanova Staffora, paesino dell’Oltrepò Pavese in provincia di Pavia. Il 4 giugno 1947 fu protagonista di una straordinaria esperienza mistica (il primo di ottanta episodi che si sono ripetuti ogni quattro mesi fino al 4 giugno 1957). In un periodo particolarmente turbolento quelle apparizioni mariane diventarono oggetto dell’appetito dei media dell’epoca e della curiosità popolare fino ad attirare in quei luoghi circa 300.000 persone in un giorno. Tale esperienza suscitò grande interesse anche in molti intellettuali come Pier Paolo Pasolini, Gianni Baget Bozzo e Raimon Panikkar, che di Angela diventarono, per qualche tempo, compagni di viaggio.
Oggi Angela continua instancabilmente a diffondere il messaggio che ha avuto in dono e poi elaborato nel corso di una vita: riconoscere il divino che è dentro di noi, diventare consapevoli delle proprie infinite possibilità di sviluppo, dare senso alla propria vita attraverso la relazione con l’altro e l’esercizio della creatività e della libertà. Un messaggio forte, capace di dare speranza al futuro e futuro alla speranza.

Archetipi e inconscio collettivo

L’archetipo è l’immagine originale, l’esemplare di riferimento, l’idea del prototipo su cui si costituisce la norma, la forma primitiva di un pensiero. In chiave relazionale l’archetipo è il modello inconscio di riferimento predeterminato sul significato di una relazione che siamo soliti non investigare perché diamo per scontata la comprensione universale di quella relazione.

Carl Gustav Jung ha formulato in modo esplicito la teoria degli archetipi[1]. Egli afferma che essi sono impostazioni psichiche innate trasmesse in modo ereditario. “La mia tesi, dunque, è la seguente: oltre alla nostra coscienza, che è di natura del tutto personale e che riteniamo essere l’unica psiche empirica (anche se vi aggiungiamo come appendice l’inconscio personale), esiste un secondo sistema psichico di natura collettiva, universale e impersonale, che è identico in tutti gli individui. Quest’inconscio collettivo non si sviluppa individualmente ma è ereditato”[2].

Tali prototipi universali precedono la coscienza individuale e sono sorti nell’antichità, in una fase della evoluzione in cui l’essere umano era in grado di percepire il mondo intorno a sé, ma non aveva ancora sviluppato la coscienza riflessiva.

La mitopsicologia ha esteso l’’uso degli archetipi all’analisi delle divinità dell’ antica Grecia e alle loro corrispondenze con le emozioni di base umane: ha associato le dee Era, Demetra, Persefone, Artemide, Atena e Afrodite, gli dei padri Zeus, Poseidone e Ade, gli dei figli Ares, Dioniso, Ermes, Apollo, Efesto alla maternità, alla paternità, all’intelligenza, all’amore, alla guerra e all’aggressività, alla bellezza, ecc.

Parimenti anche nella mitologica biblica compaiono l’archetipo di Adamo, Eva, Abele, Caino, Noè, Giacobbe, Davide, Mosè, Abramo, Isacco a rappresentare paternità e maternità, gelosia, prudenza, coraggio, religiosità, ecc.

Archetipi sono anche i miti della religione induista, Brahma (l’architetto dell’universo), Ganesh (la perfezione), Shiva (l’energia maschile), Vishnu (la potenza), Shakti (l’energia femminile), Brahma (il principio creativo), Kali (la guerra), Agni (il fuoco), Dyaus (il cielo), Prthivi (la terra), Parvati (la rigenerazione). Altre serie di archetipi compaiono nel contesto mesopotamico (l’acqua, il diluvio, la montagna, la torre), nelle società precolombiane della Mesoamerica e del Perù (il diluvio, i gemelli divini, il sacrificio dell’innocente, il culto solare), nell’antico Egitto (il sole, la vita, l’immortalità, la conoscenza, la potenza, la regalità).

Il simbolismo della Kabbalah ebraica, nell’interpretazione di Eliphas Levi, attribuisce significati archetipi alle 22 lettere dell’alfabeto ebraico: Aleph – Padre; Beth – Madre; Ghimel – Natura; Daleth – Autorità; He – Religione; Vau – Libertà; Dzain – Proprietà; Cheth – Ripartizione; Theth – Prudenza; Iod – Ordine; Caph Forza; Lamed – Sacrificio; Mem – Morte; Nun – Reversibilità; Sarnech – Essere Universale; Gnain – Equilibrio; Phé – Immortalità; Tsade ‒ Ombra e riflesso; Koph – Luce; Resch – Riconoscenza; Shin ‒ Potenza totale; Thau – Sintesi.

Più noti sono gli archetipi dei tarocchi: il bagatto, la papessa, l’imperatrice, l’imperatore, il papa, l’amante, la giustizia, l’eremita, la ruota della fortuna, la forza, l’appeso, la morte, la temperanza, il diavolo, la torre, la stella, la luna, il giudizio, il mondo, il matto.

Sono poi di estrema diffusione gli archetipi degli oroscopi occidentali (Ariete, Toro, Gemelli, Cancro, Leone, Vergine, Bilancia, Scorpione, Sagittario, Capricorno, Acquario, Pesci) o cinesi (Topo, Toro, Tigre, Coniglio, Drago, Serpente, Cavallo, Capra, Scimmia, Gallo, Cane, Maiale).

Lo stesso Jung si era addentrato nella descrizione degli archetipi delle diverse culture al fine di interpretare i prodotti onirici e aveva individuato il Fanciullo Divino, il Vecchio Saggio, la Grande Madre, l’Eroe, il Briccone Divino, e poi l’animale infernale, in forma di serpente o di drago, e l’eroe liberatore, il senso di caduta nel vuoto, la caccia selvaggia, la putrefazione, la virescenza del bosco, l’aggressione subita da parte di insetti, gli escrementi, il deserto lunare, la caduta della volta celeste, il terrore di essere sommerso da masse acquatiche, ecc. Solo più tardi Jung definirà come elementi archetipici essenziali il “Sé” (il risultato del processo di formazione dell’individuo), l'”ombra” (la parte istintiva e irrazionale contenente anche i pensieri repressi dalla coscienza), l'”anima” (la personalità inconscia femminile) e l'”animus” (la personalità inconscia maschile).

In seguito alla legittimazione della teoria dell’inconscio collettivo sono comparsi sulla scena suggestivi e innumerevoli modelli archetipali. Ad esempio, la cultura Reiki individua come archetipi l’innocente, l’orfano, il guerriero, l’angelo custode, il cercatore, l’amante, il distruttore, il creatore, il sovrano, il mago, il saggio, il folle.

Tuttavia, una tale estensione del concetto di archetipo ne ha probabilmente depotenziato il significato, sia perché gli archetipi originali vengono di continuo rielaborati e associati a simboli arcani e cangianti sia perché rischiano di essere sommersi dal fiume della comunicazione pseudoesoterica.

Dal punto di vista della teoria relazionale può essere utile fare riferimento al concetto originale di archetipo e, una volta purgato da suggestioni e esoterismi e precisato, ritenerlo ‒ con Jung ‒ come una forma a priori nella psiche umana. Neumann approfondisce questa chiave evolutiva e vede gli archetipi come modelli originari di essere, di pensare, di sentire e di agire e Hillman, un allievo di Jung, delinea una psicologia archetipica che li collega alle principali rappresentazioni della vita umana e della relazione interumana. La teoria relazionale interpreta gli archetipi fondamentali come figurazioni simboliche delle esperienze relazionali che si sono sedimentate nell’inconscio collettivo.

29/01/2017

 

[1] Jung Carl G., cit.

[2] Jung Carl G., cit. p.82

Gli aspetti ambivalenti degli archetipi primordiali

 

È assolutamente vero che archetipi primordiali debbano essere liberati dalle degenerazioni primitive: per il figlio l’archetipo materno negativo della supermamma, madre simbiotica, madre complice, madre incestuosa, madre iperprotettiva, madre anaffettiva e distaccata, iperprotettiva, ecc.; per la figlia l’archetipo materno negativo della rivalità femminile nel possesso del maschio e nell’esercizio del potere domestico.

L’archetipo paterno negativo per il figlio maschio implica la rivalità, la successione, la conquista e/o la consegna delle chiavi del mondo; per la figlia l’incesto affettivo, il timore della differenza, la distanza paterna, il desiderio di esclusività relazionale e il bisogno di sentirsi la preferita.

Anche nella relazione matrimoniale intervengono gli archetipi negativi: il marito padre, il marito madre, la moglie madre, la moglie figlia, la moglie padre, la coppia di fratelli, i complici nella sessualità…

Tutte queste variazioni relazionali, anche fisiologiche, nella coppia sottendono alle crisi ricorrenti che conducono alla violenza domestica: abusi sessuali, aggressione fisica, minacce di aggressione, intimidazione, controllo, stalking, violenza psicologica, trascuratezza, deprivazione economica.

Le indagini vittimologiche quantificano la dimensione in Italia in 6.743.000 le donne da 16 a 70 anni vittime di violenza fisica o sessuale nel corso della vita, e in circa 900.000 i ricatti sessuali sul lavoro. 14,3% delle donne ha subito almeno una violenza fisica o sessuale all’interno della relazione di coppia (da un partner o da un ex partner), il 24,7% da un altro uomo; le violenze non denunciate sono stimate attorno al 96% se subite da un non partner, al 93% se subite dal partner; la maggioranza delle vittime ha subito più episodi di violenza, nel 67,1% da parte del partner, nel 52,9% dal non partner, nel 21% violenza sia in famiglia che fuori; 674.000 donne hanno subito violenze ripetute dal partner e avevano figli al momento della violenza.

Le vittime sono per il 64,8% femmine, per il 33,9% maschi; gli autori sono maschi nel 68,5%, femmine nel 27,7%; la maggioranza delle vittime è di nazionalità italiana (71,6%), il 28,4% è straniera; assunzione di alcol, “futili motivi” e problemi connessi alla separazione o alla rottura della coppia sono le motivazioni delle condotte violente maggiormente esplicitate; nel 70,5% la vittima è percossa con pugni, calci, ecc., per lo più alla testa, alla faccia o al collo; oltre il 40% presenta lesività (contusioni, ecchimosi, ematomi etc..) in molte parti corpo; nel 30% dei casi si tratta di “violenza reciproca”, e cioè entrambe le parti, nel medesimo episodio o in momenti diversi, sono sia vittima che autore.

L’insieme di questi dati presenta un universo relazionale terribile e in costante espansione, forse interpretabile, da un lato, come esito della crisi della famiglia tradizionale, dall’altro, come regressione verso il primitivo da parte di coloro che non riescono a trovare la propria collocazione relazionale in un nuovo contesto senza più punti di riferimento tradizionali e senza elementi discriminatori tra relazioni affettive e non affettive.

 

29/01/2017

La destrutturazione degli archetipi: le diverse teorie del gender

La cultura della nostra contemporaneità, definita ancora come postmodernità ovvero come epoca in cui le certezze della modernità sono finite[1], presenta meriti e limiti inerenti i modelli di relazione tra persone e non riesce ancora ad individuare in che modo le istanze affettive possono dirigersi verso orizzonti di relazionalità più evoluta tra esseri umani.

La questione del gender è una delle più tipiche della postmodernità. Per identità di genere si intende la sensazione intima che la persona ha di se stessa riguardo al suo essere maschio o femmina. L’identità di genere è quindi una identità soggettiva che esprime i codici mentali di mascolinità e di femminilità attribuiti a se stessi e agli altri indipendentemente dalla propria identità sessuale biologica. A sua volta, l’identità di ruolo di genere è legata all’identità di genere, e corrisponde all’insieme delle predisposizioni e degli atteggiamenti riconosciuti come maschili o femminili in un determinato contesto socio-culturale.

Che i connotati psicologici della mascolinità e della femminilità siano prodotti culturali e che la loro determinazione in un individuo sia più o meno marcata in dipendenza dalle relazioni interpersonali vissute, è un dato relazionale abbastanza evidente. Così come è evidente che essi vadano a rinforzare o a indebolire i tratti temperamentali genotipici dell’individuo stesso.

Resto però molto perplesso di fronte alla filosofia politica a cui negli ultimi decenni sono approdati gli esponenti più radicali degli studi di genere. Secondo il loro punto di vista il carattere di genere non ha nulla a che fare con il carattere sessuale, e cioè non è biologico ma solo culturale, ed è autopercettivo, ovvero fondato su ciò che una persona sente di essere, indipendentemente dalla propria biologia.

L’acronimo di derivazione anglosassone “LGBT”, nel quale si riconoscono le persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e transessuali, si è recentemente esteso alle persone che vivono una condizione intersessuale e alle persone che si identificano come queer. “Il termine queer, dall’inglese ‘strambo’, ‘eccentrico’ ma anche ‘finocchio’ e ‘frocio’, indica oggi una condizione soggettiva in cui non ci si riconosce nelle identità fisse, nelle categorie prefabbricate e precostituite che la società impone e nella logica binaria e dicotomica etero/omo, maschile/femminile”[2].

L’orientamento pansessuale[3], infine, ovvero la potenziale attrazione (estetica, sessuale o romantica) verso un determinato soggetto indipendentemente dal suo sesso, supera sia la concezione binaria maschio/femmina sia quella di genere. Le persone pansessuali affermano che il sesso e il genere non influenzano in alcun modo la direzione del loro desiderio.

Paradossalmente la posizione pansessuale presenta quella caratteristica spirituale che la tradizione cristiana attribuisce alle anime, che, dopo la morte del corpo, non hanno identità sessuale, come gli angeli. Il percorso evolutivo ipotizzato da una posizione di questo tipo (associato agli strabilianti progressi della tecnologia applicata alla genetica, alla procreazione medicalmente assistita e all’ostetricia, che oggi dispone di incubatrici in grado di far sopravvivere un feto nato alla 23a settimana di gestazione a dispetto dell’altissimo rischio di cecità, sordità, malformazioni fisiche, ritardo mentale, ecc.) ha come fine implicito quello di liberare dai vincoli del corpo la riproduzione umana. Gli uteri artificiali solleverebbero finalmente le donne dalla condanna “con dolore partorirai figli!” contenuta nel terzo capitolo del libro della Genesi e attribuita al volere di un Dio punitivo, molto lontano sia dalle più recenti interpretazioni del testo biblico sia dal Dio d’amore rivelato dal Vangelo. Uteri artificiali, simili al marsupio con cui l’evoluzione naturale ha consentito al canguro femmina di accudire i propri cuccioli nati immaturi, sarebbero protesi sostitutive del corpo materno e potrebbero garantire un contatto parenterale con i caregiver del bambino sulla base della compatibilità biologica. Il dolore del parto, da lenire come qualunque altro dolore presente nella condizione umana, è causato dalla conformazione del bacino conseguente alla stazione eretta ed è legittimo affermare che, da questo punto di vista, i canguri rappresenterebbero una tappa evolutiva più avanzata rispetto agli umani. Il futuro sviluppo tecnologico potrebbe presentare infatti una nutrita serie di alternative al processo di gestazione e di nascita quale lo conosciamo oggi ma ciò non cambia nulla rispetto alla caratteristica fondante della riproduzione biologica sessuata.

Se la questione sollevata dalle teorie del gender circa l’adesione personale a un modello di maschile e di femminile è reale in tutte le sue sfumature, la via teorico-pratica che esse propongono non risolve il problema.

La teoria relazionale affronta la questione in un modo del tutto diverso: maschile e femminile sono connotati biologici più o meno marcati in ciascun individuo e nel corso della vita sono soggetti a un processo di evoluzione. La prima e fondamentale fase di questo processo consiste nella scoperta del paterno come evoluzione del maschile e del materno come evoluzione psicologica ed esistenziale del femminile. La maturazione e la sovrapposizione dei diversi punti di vista e dei diversi stili di vita modulerà poi la iniziale irriducibilità delle due condizioni, consentendo a un padre di capire una madre e viceversa. E anzi è proprio l’evoluzione e la diversificazione dell’affettività, che si esprime soprattutto nei momenti di bisogno e di assenza dell’altro, a far maturare nella madre la possibilità e la capacità di svolgere un ruolo anche paterno e viceversa.

La corrosione del significato di mascolinità e di femminilità non fa evolvere i modelli archetipi della paternità e della maternità (e della coniugalità) e rischia, invece, di far regredire l’umanità alle esperienze relazionali dell’orda primordiale, precedenti la formazione della coppia riproduttiva umana.

Sul piano naturale il maschile e il femminile sono indispensabili alla riproduzione della vita biologica sia praticamente (il concepimento e il parto) sia concettualmente (per quanto avanzate, le tecnologie riproduttive dovranno in ogni caso combinare le due emi-eliche del DNA). Sul piano affettivo la relazione, anche solo simbolica, tra caratteristiche paterne e caratteristiche materne produce la sostanza relazionale dell’affiatamento interpersonale che orienta la costruzione della personalità dei figli. Una omogeneizzazione a priori delle caratteristiche, dei comportamenti e dei valori ascrivibili al maschile e al femminile quale quella proposta dall’approccio delle teorie di genere rischia di destrutturare lo spazio di relazione tra diversi che viene riempito dalla sostanza relazionale creata di volta in volta dall’incontro. In particolare, una educazione alla affettività basata su criteri di omogeneizzazione di maschile e femminile anziché sul riconoscimento e sull’accettazione delle rispettive diversità impone nella mente dei bambini e dei giovani un modello di relazione virtuale tra gli esseri umani che non corrisponde alla reale solidarietà tra viventi. Un approccio di questo tipo consegna le nuove generazioni al pensiero magico (“le cose sono sicuramente come voglio io”) e rende ancora più arduo il raggiungimento della sostanza relazionale sublime, la sola a garantire un’autentica purificazione degli archetipi negativi. Per questo motivo diventa indispensabile l’oggettivazione scientifica dell’irradiazione affettiva e la sua misurazione a partire dalle capacità empatiche dell’individuo.

29/01/2017

 

[1] Lyotard vede la fine definitiva della modernità nell’Olocausto, cfr. Lyotard J.F., (1981), La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano. L’epoca attuale assumerà probabilmente la denominazione di web society.

[3] Wikipedia, (2016). Pansessualità. C’è da notare che l’elenco delle tipologie di gender tende a espandersi. LGBT è diventato LGBTTIQQ2SA ed inoltre il conteggio dei tipi di gender è arrivato a 58.

[2] Paolo Valerio, A. A. (2015). Lesbiche Gay Bisessuali Transgender. Una guida dei termini politicamente corretti. Napoli: Comune di Napoli.

 

Questionario sulla relazione materna

DALL’ATTACCAMENTO ALLA AFFETTIVITÀ

I diversi modelli di attaccamento attuati dalle madri producono sostanze relazionali, se l’attaccamento è sicuro, e/o “residui delle relazioni primitive” se l’attaccamento è evitante, ambivalente o  disorganizzato. Una recente ricerca di Beatrice Beebe e Frank M Lachmann[1], dopo aver utilizzato riprese video di brevi interazioni madre-bambino di 4 mesi, ha verificato dopo 10 anni la fondatezza della teoria dell’attaccamento negli esiti sulla personalità del bambino.

 

Indica con una crocetta nelle diverse tabelle le caratteristiche della relazione materna e l’esito educativo sul figlio

 

Una madre che sa amare da lontano senza avvolgere ma senza abbandonare attua un attaccamento? liberante e genera un figlio/a? Indipendente
confermante e rassicurante Sicuro di sé
nutriente Amabile

 

Esempi celebri:

  • Una madre si china sul suo bambino intorpidito dalla stanchezza e canta una canzone. (Christian Bobin)
  • Se anche solo per un istante pensavo di essere strana, gli occhi di mia madre mi guardavano da sopra gli occhiali, e come due puntine da disegno mi fissavano saldamente al mio posto nel mondo. (Banana Yoshimoto)
  • Il rapporto madre-figlio è paradossale. Richiede il più intenso amore dal lato della madre, ma questo amore deve aiutare il bambino a crescere lontano dalla madre, e a diventare completamente indipendente. (Erich Fromm)

 

Una madre che sa avere un contatto che trasmette certezza senza avvolgere il figlio  attua un attaccamento? liberante e genera un figlio/a? Indipendente
confermante e rassicurante Sicuro di sé
nutriente Amabile

 

Esempi celebri:

  • È quell’abbraccio lì che mi dice: non avere paura. E la paura se ne va. (Cecilia Seppia)
  • Da grande diventerò un uomo, come la mamma. (Agostino Bellini)
  • La figlia di una buona madre è la madre di una buona figlia. (Proverbio cinese)

 

Una madre che sa avere un contatto che trasmette affettività e sazia il bimbo facendolo sentire amato attua un attaccamento? liberante e genera un figlio/a? Indipendente
confermante e rassicurante Sicuro di sé
nutriente Amabile

Esempi celebri:

  • Per pronunciare la parola “mamma” la bocca bacia due volte. (Enrico Battista)
  • La mia unica consolazione, quando salivo a coricarmi, era che la mamma sarebbe venuta a darmi un bacio una volta che fossi a letto. (Marcel Proust)
  • La mamma è quella persona che vedendo che i pezzi di torta sono quattro e le persone sono cinque, dice che i dolci non le sono mai piaciuti. (Tenneva Jordan)

 

Una madre che ama con freddezza e mette le regole al primo posto nel suo rapporto con il figlio, attua un attaccamento? evitante e genera un figlio/a? chiuso e introverso
ambivalente ansioso
disorganizzato inquieto

 

Esempi celebri:

  • L’amore di certe madri è come una corda passata intorno al collo del figlio: al minimo movimento di quest’ultimo verso la vita, il nodo scivolando si stringe. (Christian Bobin)
  • Saprai che i tuoi figli stanno crescendo, quando iniziano a fare domande che hanno delle risposte. (John J. Plomb)
  • Se i figli possono confessare francamente di annoiarsi coi genitori, una madre non può mai confessare di annoiarsi coi figli senza sembrare snaturata. (Alba de Céspedes)

 

Una madre che vive di preoccupazioni per il figlio e non sa prendere una posizione chiara,  attua un attaccamento? evitante e genera un figlio/a? chiuso e introverso
ambivalente ansioso
disorganizzato inquieto

 

Esempi celebri:

  • Maglione = indumento indossato dal bambino quando sua madre sente freddo. (Ambrose Bierce)
  • La madre pietosa, fa la figlia tignosa. (Proverbio)
  • Una mamma ha due doveri: preoccuparsi ed evitare di farlo. (E.M. Forster)
  • Chi ti ama più di mamma ti inganna. (Proverbio)

 

 

Una madre che ha atteggiamenti imprevedibili tanto che i figli non riescono a capire cosa pensa e cosa fa attua un attaccamento? evitante e genera un figlio/a? chiuso e introverso
ambivalente ansioso
disorganizzato inquieto

 

Esempi celebri:

  • Se non riuscite a crescere bene i vostri figli, non penso che tutte le altre cose che fate abbiano molta importanza. (Jacqueline Kennedy)
  • La madre è la nostra prima storia d’amore. E se poi la odiamo, ci portiamo dietro quella rabbia e la riversiamo su chi amiamo. E se la perdiamo, dove la ritroveremo? (Jeanette Winterson)
  • Il primo comandamento dell’essere genitore: sii sempre coerente. (Marcelene Cox)

DALL’AFFETTIVITÀ ALLA CONSAPEVOLEZZA

La ricerca di un modello educativo materno è una spesso una caratteristica implicita nel vissuto delle madri che cascano in alcuni errori ricorrenti: la tendenza al proprio compiacimento nel figlio senza valutarne limiti e difetti, il bene assoluto per il figlio indipendentemente da ciò che è giusto per lui, l’iperprotezione o, al contrario, l’eccesso di distacco e l’insensibilità.

 

Domande:

 

Tu mamma… Modello di attaccamento
Ora rifletti sul tuo modo di essere madre, o di essere materna verso figli di altri, o di essere stata madre o sul come saresti stata nell’esperienza di madre e segna con una numero progressivo da 1 a 6 le caratteristiche prevalenti, sia al negativo che al positivo. liberante
confermante e rassicurante
nutriente
evitante
ambivalente
disorganizzato

 

 

Tua mamma… Modello di attaccamento
Cerca di ricordare gli atteggiamenti prevalenti di tua madre verso di te quando eri bambina e di formulare una giudizio sulle sue qualità e i suoi limiti liberante
confermante e rassicurante
nutriente
evitante
ambivalente
disorganizzato

 

Esempi celebri:

  • Tutto ciò che rimane alla madre nella moderna società dei consumi è il ruolo di capro espiatorio. La psicoanalisi utilizza enormi quantità di denaro e di tempo per convincere i pazienti e imporre i loro problemi alla madre assente, che non ha la possibilità di pronunciare una parola in sua difesa. (Anonimo)
  • Tutte le figlie femmine diventano come la loro madre. Questa è la tragedia delle donne. Nessun maschio lo diventa: e questa è la tragedia degli uomini. (Oscar Wilde)
  • Ognuno porta in sé un’immagine della donna derivata dalla madre: da essa ognuno viene determinato a rispettare o a disprezzare le donne in genere, o a essere generalmente indifferente verso di loro. (Friedrich Nietzsche)
  • La mamma italiana non insegna ai figli il principio di responsabilità: semmai, suggerisce loro che se le cose vanno male la colpa è degli altri, o della sfortuna, o dell’invidia; che c’è sempre un modo di farla franca, almeno finché restano in famiglia. (Fabrizio Rondolino)
  • L’istinto della maternità è forse il più forte fra tutti quelli che sono propri dell’umanità. (Maffeo Pantaleoni)
  • Auguri alle donne che non possono avere figli, ma che li vorrebbero tanto. Sono splendide mamme anche loro. (Instintomaximo, Twitter)
  • La madre è orgogliosa del figlio che è salito in alto, ma darebbe la vita per l’altro: per il figlio senza fortuna. (Libero Bovio)

 

 

 

Nell’educazione materna verso un figlio maschio o verso una figlia femmina quali valori ritieni più importanti da trasmettere?

 

(Metti nelle due colonne il numero 1 al valore più importante, il numero 2 al successivo, ecc.)

 

Valori Figlio maschio Figlia femmina
Responsabilità
Impegno
Libertà
Generosità
Pace
Uguaglianza
Fedeltà

 

Quali sono i sistemi di controllo che consideri legittimi o illegittimi (indica con una crocetta nella colonna a fianco)

 

  Tecniche educative al comportamento Legittimi Non legittimi
polo emozionale (negare)
  1. Negare affetto e approvazione
  1. Lasciarli da soli
  1. Chiuderli in una stanza buia
  1. Non tornare a casa all’ora di cena
  1. Non chiamarli per la cena
  1. Farli sentire abbandonati a se stessi
  1. Lasciare che si arrabbino e lasciarli piangere.
  1. Sentirsi offesi e non parlare con loro.
polo dinamico (proiettare)

 

  1. Punirli fisicamente
  1. Prenderli a schiaffi.
  1. Togliere privilegi
  1. Chiudere le pagine di Facebook, cambiare le password dei social network, togliere i cavi della Playstation, nascondere l’iPod e cellulari.
  1. Sospendere la paghetta.
  1. Far loro lavare i piatti o altre incombenze di casa.
  1. Metterli in punizione.
  1. Criticarli o rimproverarli di fronte ai loro amici
polo cognitivo

(scindere)

  1. Far loro capire che non conviene un certo atteggiamento
  1. Ricattarli
  1. Minacciarli
  1. Vietargli di uscire.
  1. Spiare (i diari, i messaggi, le telefonare, ciò che dicono e fanno con gli amici).
  1. Richiamarli all’orgoglio
  1. Farli sentire in colpa
  1. Umiliarli di fronte ai vostri amici o ai suoi insegnanti

 

 

 

 

Quali delle seguenti tecniche educative sei d’accordo ad usare? (indica con una crocetta nella colonna a fianco)

 

Tecniche educative D’accordo
  1. complimentarsi per i loro pregi
  1. stabilire le regole insieme a loro
  1. consolarli dei loro fallimenti
  1. formulare frasi brevi e semplici senza premesse e ragionamenti
  1. non discutere sul tempo che impiegano per fare le cose (es. esecuzione dei compiti a casa)
  1. dare un solo comando alla volta
  1. fargli tenere in ordine la cartella, la scrivania, la stanza  (progressivamente)
  1. evitare di fare braccio di ferro con loro
  1. non metterli mai in competizione con altri
  1. dare consegne semplici
  1. lasciare promemoria scritti sulle cose da fare
  1. programmare in anticipo le attività
  1. far loro rispettare il turno per prendere la parola in una discussione
  1. cercare di distrarli quando sono agitati
  1. utilizzare premi per il loro comportamento (punti o gettoni guadagnati) e non denaro

 

DALLA CONSAPEVOLEZZA ALL’AMOR SUBLIME

I bambini e i ragazzi cresciuti con una formazione spirituale sono, in genere, più sereni ed ottimisti anche se meno motivati alla competizione ed al personale successo. Sembra inoltre che siano più protetti rispetto all’abuso di droga o alcol (anche se più propensi alla sperimentazione esplorativa e conoscitiva occasionale). Inoltre hanno meno urgenza nella sperimentazione della sessualità e sono quindi più protetti dal rischio delle delusioni amorose o dal rischio del sesso “usa e getta”.

Il pensiero magico che caratterizza l’infanzia può trovare riferimenti condivisi e concreti e non perdersi nel relativismo di una spiritualità fantasy, horror o splatter.

 

Quale la formazione spirituale per tuo figlio/a?

 

Dimensioni del significato spirituale Da 1 a 7
Hai trasmesso ai tuoi figli l’importanza della celebrazione delle feste come momento di rinnovamento spirituale?
Hai trasmesso ai tuoi figli la responsabilità personale del loro destino nel mondo e nell’eterno?
Hai riflettuto con i tuoi figli sul significato della felicità come esperienza interiore e non come possesso o consumo di oggetti?
Hai mostrato ai tuoi figli gesti di solidarietà verso i poveri e gli emarginati?
Hai vissuto con i tuoi figli qualche esperienza (pellegrinaggi, visite a luoghi di culto, meeting, ecc.) di riconciliazione e perdono?
Hai parlato con i tuoi figli della vita, del senso della morte, del rapporto personale con Dio e della sua bontà?
Hai trasmesso ai tuoi figli il sapore della condivisione nella devozione verso Dio con tutti coloro che hanno un credo religioso?

 

Esempi celebri:

  • Vedi, la gioia che prova una madre quando coglie il primo sorriso del suo bambino dev’essere proprio la stessa che prova Iddio ogni volta che, su dal cielo, vede un peccatore che gli rivolge una preghiera con tutto il suo cuore. (Fëdor Dostoevskij, L’idiota)
  • Le verità che contano, i grandi principi, alla fine, restano sempre due o tre. Sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino. (Enzo Biagi)
  • Un padre può voltare le spalle a suo figlio, fratelli e sorelle possono diventare nemici inveterati, i mariti possono abbandonare le loro mogli, le mogli i loro mariti. Ma l’amore di una madre dura per sempre. (Washington Irving)
  • L’amore di tua madre non devi meritarlo, mentre devi meritarti quello di tuo padre. (Robert Frost)
  • Ci sono mamme che riempiono di baci e altre di sgridate, ma l’amore non cambia e in realtà la maggior parte delle mamme fa entrambe le cose. (Pearl S. Buck)
  • Può esistere una religione senza la maternità? (Fulton J. Sheen)
  • Le madri sono l’antidoto più forte al dilagare dell’individualismo egoistico. (Papa Francesco)

 

Qual’é la visione della religiosità che hai trasmesso ai tuoi figli?

 

Domanda Scegli tra le diverse risposte (massimo due) crocetta
Quali tra le seguenti affermazioni su Dio senti più vicino alla tua fede? Dio è sopra tutte le cose
Dio è il punto di arrivo del destino degli uomini
Dio è in tutte le cose del mondo
Dio è nel rapporto tra gli uomini
Dio è irraggiungibile
Dio è dentro di me
Dio è vicino a tutti gli uomini
Qual è il tuo modo di rapportarti a Dio? Sono scrupoloso nel rispettare le regole che Egli ha dato
Cerco di impegnarmi a fare ciò che Egli chiede
Cerco di conoscerLo sempre di più
Cerco di entrare in un contatto emozionale con Lui
Cerco di stare in pace con Lui
Lo sento dentro di me
Gli chiedo di essermi vicino
Cos’è per te la preghiera? Recitare con disciplina le orazioni
Impegnarmi con tutte le forze nelle opere di fede
Trovare il senso della vita
Sperimentare il contatto con Dio
Un momento di pace
Sentire la Sua presenza
Farmi avvolgere da Lui e non essere solo
Quali sono le pratiche religiose che senti inaccettabili nella tua ed in altre religioni? L’incoerenza tra dottrina e azioni
Il bigottismo e il sentimentalismo senza opere
Certi riti mi sembrano sciocchi e tradizionalisti
L’eccesso di impegno e il sacrificio inutile
L’esagerazione e il fanatismo
Il mettersi in mostra ed utilizzare Dio per i propri fini
La mancanza di condivisione e l’individualismo

 

 

INTERPRETAZIONI

Il questionario dovrà essere compilato e consegnato al convegno poiché è troppo lungo per essere compilati in quell’occasione. Il questionario si presenta come una occasione per interrogarsi sulle proprie dimensioni di maternità ed è una buona preparazione alla discussione al convegno.

E’ molto utile come traccia di autoanalisi anche se si presenta come base per raccogliere dati. Le risposte sulla religiosità dell’ultima parte possono servire per auto interpretare il modello base di religiosità acquisito o scelto nel corso della vita. La somma delle crocette che designano le diverse esperienze possono essere riportate nella tabella successiva per individuare la propria tipologia di religiosità.

 

Idealtipo Somma crocette
Ritualista
Militante
Ricercatore
Emozionale
Convenzionale
Intimista
Devoto

Nome e cognome (se vuoi la restituzione dei dati complessivi)______________________

Email___________________________________________________________________

Consegnare al convegno o spedire compilato su questo stesso foglio word a prepos@prepos.it

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LEGENDA PER I COUNSELOR RELAZIONALI SUI PROCESSI E SULLE SEQUENZE

Interpretazione delle componenti elementari

 

Formazione degli idealtipi positivi

 

Formazione degli idealtipi negativi

 

Confermante (conferma) SAGGIO Ambivalente (scinde) AVARO
Autonomizzante (associa) INTRAPRENDENTE Disorganizzato (proietta) RUMINANTE
Confermante + Autonomizzante INDIPENDENTE Ambivalente + Disorganizzato DELIRANTE
Nutriente  (introietta) GENEROSO Evitante (nega) SBALLONE
Confermante + Autonomizzante + Nutriente PACIFICO Ambivalente + Disorganizzato + Evitante APATICO
Confermante + Nutriente UMILE Ambivalente + Evitante INVISIBILE
Autonomizzante + Nutriente FEDELE Disorganizzato + Evitante ADESIVO

 

Ulteriori domande per comprendere le regressioni all’attaccamento primitivo che possono essere utili in un percorso di counseling per individuare le cause ed i propri o altrui scivolamenti nel copione relazionale:

 

1) Evitante (sequenza negazione):
– per quanto tempo (in anni, nella storia della tua vita di bambino) hai sentito negate le tue richieste, le tue osservazioni, le tue idee, i tuoi gesti di affetto?
-Per quanto tempo (in anni, nella storia della tua vita di bambino) hai sentito di non essere importante, considerato, amabile?
2) Ambivalente (sequenza scissione):
– per quanto tempo (in anni, nella storia della tua vita di bambino) hai sentito che non dovevi mollare anche se eri stanco, che dovevi andare oltre la tua resistenza, oltre le tue capacità, che venivi trattato da bambino più grande?
– per quanto tempo (in anni, nella storia della tua vita di bambino) sei stato investito di un ruolo che non era giusto che ti fosse addossato (es: troppa responsabilità come fratello maggiore, da padre assente, da sorella che non c’era più ecc)?
3) Disorganizzato (sequenza proiezione):
– per quanto tempo (in anni, nella storia della tua vita di bambino) non sapevi come dovevi comportarti perché c’era sempre qualcosa che poteva essere sbagliato? hai ricevuto rimproveri senza capire il perché?
– per quanto tempo (in anni, nella storia della tua vita di bambino) Hai subito dei repentini cambiamenti (di luogo in cui vivere, di assetto familiare, ecc), senza che tu avessi compreso il senso?

10/2/2017

[1] Beebe B., Lachmann F.M., The Origins of Attachment: Infant Research and Adult Treatment, Relational Perspectives Book Series, Routledge 2013; trad. it. Le origini dell’attaccamento: Infant research e trattamento degli adulti, Cortina, 2015.

Analisi dati questionario e prima sintesi sulla discussione al convegno

I DATI

Complessivamente i risultati del questionario pongono il problema della mancanza di UNA CULTURA EDUCATIVA CONDIVISA DA PARTE DELLE MADRI nell’attaccamento non consapevole, nella adesione al senso comune delle tecniche educative e nella trasmissione del senso della spiritualità.

Per attaccamento non consapevole si intende il trasferimento dei propri bisogni e delle proprie esperienze di attaccamento[1] (saziato o non saziato) verso i propri figli. I dati più significativi che mergono nel nostro campione sono:

1) E’ molto interessante il fatto che le madri confermanti[2] verso i loro figli abbiano ricevuto conferme dalle loro madri (hanno avuto mamme poco ambivalenti[3] [0,52364] e poco evitanti [-0,54361], abbastanza confermanti [0,417057] e nutrienti[4] [0,407577]. La conferma produce conferma.

2) Quanto più le intervistate sentono di dover essere liberanti[5] nei confronti dei loro figli tanto meno hanno avuto mamme disorganizzate[6] [-0,41778] e poco liberanti [-0,4206]. L’attaccamento disorganizzato (atteggiamenti non prevedibili e routine non consolidate e chiare, oscillazioni di umore, ecc.) produce la necessità di sentirsi liberi perché in qualche modo ha ingenerato dipendenza. Pertanto questa madri sentono il bisogno di essere liberanti nei confronti dei loro figli.

3) Quanto  più le intervistate sentono di dover essere ambivalenti tanto più hanno  avuto mamme particolarmente ambivalenti [0,428649] e poco nutrienti [-0,48432] tanto più rischiano esse stesse di essere ambivalenti e poco nutrienti.

 

Le mamme esprimono modelli di attaccamento derivati dall’attingere al modello materno ricevuto o, al contrario, dal rifiutare il modello materno ricevuto senza però porsi il problema della giusta scelta. L’impressione è quella di un forte bisogno di etero direzione. Tra le intervistate non emergono atteggiamenti evitanti[7] molto probabilmente in ragione delle caratteristiche esistenziali e di personalità che la qualità delle partecipanti al convegno esprime.

  • i valori educativi trasmessi a maschi e femmine DIFFERISCONO nonostante le pari opportunità. Ai figli maschi vengono richiesti maggiore responsabilità e impegno, alle femmine maggior libertà ed uguaglianza con Radicale ribaltamento dei modelli tradizionali
  • Prevalgono interventi dinamici equilibrio negli opposti ma ampie indecisioni sulle questioni più attuali. Ad eccezione dei complimenti e delle consolazioni vengono prescelte con maggior frequenza modalità regolative e operative (cognitive e dinamiche). I contenuti EDUCATIVI SPIRITUALI sono prevalentemente intimisti e devozionali (nascosti e indicibili). La spiritualità trasmessa è sempre meno relazionale/sociale e sempre più ricerca ed emozione (confina con il pensiero magico o  fantasy). Dove è finita la roccia su cui costruire?

 

In sintesi: La percezione complessiva è quella di madri che si affidano ad un “istinto” che non funziona più e che non cercano risposte finalizzate a degli scopi chiari e orientati ma si affidano al caso o alla loro esperienza di figlie o alle suggestioni dei mass media restando peraltro insoddisfatte di quanto hanno ricevuto.

 

IL DIBATTITO SU FEMMINILE E MATERNO

Liberare il “materno” dal “femminile” non significa per noi donne corrompere la nostra natura, la nostra femminilità, significa  considerare la maternità non collegata solo alla persona generante, che è biologicamente femmina, ma alla persona nutre con una particolare affettività, che è specificamente materna. Di conseguenza è biologicamente partoriente chi genera, ma è madre chi diventa in grado di sperimentare la specifica irradiazione affettiva del materno verso il cucciolo di uomo.

La maternità è un percorso di crescita della persona che si prende cura, che osserva, che sostiene e che sa stare a distanza, che non condiziona le scelte ma pone delle perplessità, che non si aggrappa ma prende per mano, che non consuma le emozioni, biologicamente e psicologicamente, indotte in lei dal cucciolo di uomo ma lo nutre con il sentimento materno.

Ciò implica una profonda distinzione tra il femminile e il materno, sia in senso evolutivo giacché il femminile maturo ed adulto raggiunge il traguardo del sentimento materno indipendentemente dall’aver generato biologicamente figli propri, sia in senso esclusivo ovvero laddove emerge il materno scompare il femminile e laddove è prevalente il femminile non può venire alla luce il materno.

Femminile e materno sono due stati dell’essere non sovrapponibili ma alternativi l’un l’altro e disponibili come potenzialità di vissuti per la donna a seconda delle circostanze sociali e delle contingenze relazionali che ciascuna donna vive nella sua quotidianità.

La miscela tra queste due dimensioni dell’affettività è sempre altamente pericolosa sia quando la donna sceglie di essere materna nei confronti del proprio partner, sia quando sceglie di essere femminile nel rapporto con i propri figli e figlie.

E’ in corso la raccolta delle testimonianze prodotte al convegno e di quelle che non è stato possibile ascoltare per mancanza di tempo. Invito chi intenda partecipare alla raccolta delle storie ed alla prosecuzione del dibattito di inviarmi testimonianze e riflessioni che diverranno oggetto di ulteriore elaborazione e confronto.

E’ anche possibile presentarle come commento a questa pagina anche se, per me, è preferibile siano inviate a emilia@prepos.it.

 

Emilia Scotto

10/2/2017

 

Note

[1] Accanto alle 3 categorie dell’attaccamento insicuro di Bowbly  (evitante, ambivalente e disorganizzato) abbiamo aggiunto una tripartizione dell’attaccamento sicuro fondandolo sul modello nutriente, liberante e confermante. Nelle note successive sono contenute alcune brevi didascalie per spiegare l’uso di questi termini sia nella accezione bowlbiana sia nella nostra ulteriore specificazione positiva.

[2] Una madre confermante sa avere un contatto affettivo che trasmette certezza senza avvolgere il figlio.

È quell’abbraccio lì che mi dice: non avere paura. E la paura se ne va. (Cecilia Seppia)

Da grande diventerò un uomo, come la mamma. (Agostino Bellini)

La figlia di una buona madre è la madre di una buona figlia. (Proverbio cinese)

[3] Una madre ambivalente vive di preoccupazioni per il figlio e non sa prendere una posizione chiara nelle scelte educative e mostra bisogno di sostegno e indicazioni.

Maglione = indumento indossato dal bambino quando sua madre sente freddo. (Ambrose Bierce)

La madre pietosa, fa la figlia tignosa. (Proverbio)

Una mamma ha due doveri: preoccuparsi ed evitare di farlo. (E.M. Forster)

Chi ti ama più di mamma ti inganna. (Proverbio)

[4] Una madre nutriente sa avere un contatto che trasmette affettività e sazia il bimbo facendolo sentire amato.

Per pronunciare la parola “mamma” la bocca bacia due volte. (Enrico Battista)

La mia unica consolazione, quando salivo a coricarmi, era che la mamma sarebbe venuta a darmi un bacio una volta che fossi a letto. (Marcel Proust)

La mamma è quella persona che vedendo che i pezzi di torta sono quattro e le persone sono cinque, dice che i dolci non le sono mai piaciuti. (Tenneva Jordan)

[5] Una madre liberante sa amare da lontano senza avvolgere ma senza abbandonare attua un attaccamento liberante.

Una madre si china sul suo bambino intorpidito dalla stanchezza e canta una canzone. (Christian Bobin)

Se anche solo per un istante pensavo di essere strana, gli occhi di mia madre mi guardavano da sopra gli occhiali, e come due puntine da disegno mi fissavano saldamente al mio posto nel mondo. (Banana Yoshimoto)

Il rapporto madre-figlio è paradossale. Richiede il più intenso amore dal lato della madre, ma questo amore deve aiutare il bambino a crescere lontano dalla madre, e a diventare completamente indipendente. (Erich Fromm)

[6] Una madre disorganizzata ha atteggiamenti imprevedibili tanto che i figli non riescono a capire cosa pensa e cosa fa

Se non riuscite a crescere bene i vostri figli, non penso che tutte le altre cose che fate abbiano molta importanza. (Jacqueline Kennedy)

La madre è la nostra prima storia d’amore. E se poi la odiamo, ci portiamo dietro quella rabbia e la riversiamo su chi amiamo. E se la perdiamo, dove la ritroveremo? (Jeanette Winterson)

Il primo comandamento dell’essere genitore: sii sempre coerente. (Marcelene Cox)

[7] Una madre evitante ama con freddezza e mette le regole al primo posto nel suo rapporto con il figlio

L’amore di certe madri è come una corda passata intorno al collo del figlio: al minimo movimento di quest’ultimo verso la vita, il nodo scivolando si stringe. (Christian Bobin)

Saprai che i tuoi figli stanno crescendo, quando iniziano a fare domande che hanno delle risposte. (John J. Plomb)

Se i figli possono confessare francamente di annoiarsi coi genitori, una madre non può mai confessare di annoiarsi coi figli senza sembrare snaturata. (Alba de Céspedes)

 

L’evoluzione della relazione materna

Documento del 24° Convegno Nazionale di Prepos

video del convegno

QUESTIONARIO MATERNITA’ 

analisi dati

 

 

 

 

Documento del 24° Convegno Nazionale di Prepos Novacana 11 e 12 febbraio 2017

IL DIBATTITO SU FEMMINILE E MATERNO

Liberare il “materno” dal “femminile” non significa per noi donne corrompere la nostra natura, la nostra femminilità, significa  considerare la maternità non collegata solo alla persona generante, che è biologicamente femmina, ma alla persona nutre con una particolare affettività, che è specificamente materna. Di conseguenza è biologicamente partoriente chi genera, ma è madre chi diventa in grado di sperimentare la specifica irradiazione affettiva del materno verso il cucciolo di uomo.

La maternità è un percorso di crescita della persona che si prende cura, che osserva, che sostiene e che sa stare a distanza, che non condiziona le scelte ma pone delle perplessità, che non si aggrappa ma prende per mano, che non consuma le emozioni, biologicamente e psicologicamente, indotte in lei dal cucciolo di uomo ma lo nutre con il sentimento materno.

Ciò implica una profonda distinzione tra il femminile e il materno, sia in senso evolutivo giacché il femminile maturo ed adulto raggiunge il traguardo del sentimento materno indipendentemente dall’aver generato biologicamente figli propri, sia in senso esclusivo ovvero laddove emerge il materno scompare il femminile e laddove è prevalente il femminile non può venire alla luce il materno.

Femminile e materno sono due stati dell’essere non sovrapponibili ma alternativi l’uno all’altro e disponibili come potenzialità di vissuti per la donna a seconda delle circostanze sociali e delle contingenze relazionali che ciascuna donna vive nella sua quotidianità.

La miscela tra queste due dimensioni dell’affettività è sempre altamente pericolosa sia quando la donna sceglie di essere materna nei confronti del proprio partner, sia quando sceglie di essere femminile nel rapporto con i propri figli e figlie.

Nel documento del convegno viene descritta l’evoluzione del materno attraverso tra grandi passaggi

DALL’ATTACCAMENTO ALLA AFFETTIVITÀ individuato nell’Eva Africana

DALL’AFFETTIVITÀ ALLA CONSAPEVOLEZZA individuato in Cornelia madre dei Gracchi

DALLA CONSAPEVOLEZZA ALL’AMOR SUBLIME individuato in Maria madre di Gesù

Emilia Scotto

 

 

LA RELAZIONE MATERNA AFFETTIVA,  CONSAPEVOLE E SPIRITUALE

La vita nasce dalla vita e il materno è culla della vita poiché consente a un’altra esistenza di differenziarsi per via epigenetica ovvero per apprendimento culturale che le madri trasmettono ai figli.

Il mitocondrio produce quell’energia biologica che ha consentito la nascita della coscienza umana attraverso la scoperta del “tu”. Quando Eva Africana, 30mila anni fa, scopri di amare quel cucciolo anche dopo la fine dell’allattamento nacque la prima relazione affettiva della storia umana. Quando, nel neolitico, l’uomo scopri che uccidendo i montoni le femmine non figliavano più, capì che accoppiamento e parto riguardavano anche lui e scoprì la paternità.

Quando l’essere figli della stessa madre generava invidia e gelosia prese forma la fratellanza, gerarchizzata però dal padre che, per essere certo della sua autentica discendenza biologica, impose l’archetipo della verginità e della eredità per primogenitura. Fin tanto che i fratelli scelsero di essere fraterni.

Un salto evolutivo della maternità appare oggi indispensabile per consentire alle nuove generazioni di esistere nella loro identità.

Il materno non è il femminile! Il materno evoluto andrà sempre più liberandosi dal gender se vorrà portare a compimento la differenziazione di un altro individuo nella autonomia della sua esistenza.

Le comunicazioni interumane vivono nelle emozioni trasmesse, le relazioni si esprimono mediante sentimenti che danno a loro sostanza, l’identità dell’anima appare al di là di queste connotazioni.

Obiettivo del convegno è la discussione sul superamento dell’ambivalenza dell’archetipo materno per una maternità evoluta che non si coniuga né nel femminile né nel maschile, tantomento in una delle 58 possibili sfumature articolate del gender.

 

EVA

L’Eva mitondriale, detta anche Eva africana, progenitrice della nostra specie e chiamata mitocondriale per il corredo genetico presente nei mitocondri trasmessi, viene datata con la tecnica dell’orologio molecolare fra i 99.000 e i 200.000 anni fa. La sua comparsa sarebbe dunque antidiluviana (la glaciazione Wurm sarebbe compresa tra i 110mila anni e i 20mila anni fa con il conseguente innalzamento del livello degli oceani di 150 metri)[1].

L’Eva mitocondriale ha un significato molto più ampio di quello genetico perché investe la prima ed indubitabile relazione interumana: quella tra madre e figlio. Tutte le altre relazioni, la paternità, la fraternità, la parentela, ecc., sono espressioni culturali ed implicano un precedente sviluppo della coscienza che consenta il riconoscimento di tali relazioni. La relazione con la madre, invece, avviene attraverso un rapporto che precede, e determina, lo sviluppo della coscienza umana.

La datazione dello sviluppo coscienziale della nostra specie è altamente problematico e può essere avvenuto circa 40mila anni fa mentre lo sviluppo cognitivo è molto più antico come mostrano reperti di utensili in pietra risalenti all’Africa Pliocenica di 3.3 milioni di anni fa. La relazione indubitabile con la madre è la condizione attraverso cui si sviluppa la coscienza, ovvero la sensazione della propria esistenza come individui, ed avviene probabilmente nel paleolitico quando l’Eva mitondriale scopre di amare il figlio anche dopo la fase dell’allattamento.

L’innesco dell’affettività materna ha prodotto il conseguente sviluppo della coscienza del “tu” e dell’”io” e un salto evolutivo senza precedenti.

Lo sguardo materno, empatizzato dal cucciolo di essere umano, ha prodotto la proprietà fondamentale della coscienza, quella di vedersi dall’esterno senza perdersi e cioè la sensazione di esistere. L’affettività supera la simbiosi e va verso l’autoriflessività perché consente la separazione senza l’angoscia. Lo sguardo materno è la base sicura per il sé del cucciolo che, in assenza di tale contatto affettivo, può inibire la sua futura consapevolezza manifestando in futuro criticità emozionali evitanti o dipendenze o sensi di colpa dirompenti e dissocianti.

L’assenza di consapevolezza, qui intesa al suo primo livello come un semplice automonitoraggio dei propri vissuti, è infatti tipica:

1)             degli adulti chiusi, silenziosi ed introversi che non sanno fa percepire la loro presenza agli altri, che non comprendono emozioni e sentimenti mostrandosi opachi a se stessi ed agli altri e privi di manifestazioni affettive (attaccamento evitante della madre).

2)             di adulti dipendenti e ansiosi incapaci di percepire sazietà affettiva e di reggere distacchi prolungati, convinzione di non essere amabili ed incapacità di lasciarsi voler bene (attaccamento imprevedibile, insicuro, ansioso e ambivalente).

3)             di adulti spaventati, dissociati, paranoici o borderline che non hanno ricevuto chiari segnali di accettazione e che manifestano confusione nei loro atteggiamenti perché non sanno se sbagliano o dove sbagliano ed attribuiscono a se stessi la colpa di essere sbagliati (attaccamento disorganizzato).

Tali condizioni peraltro sono sempre state tipiche degli umani primitivi dell’antichità, ma anche della contemporaneità indipendentemente dal sesso, etnia, cultura, istruzione, religione o classe sociale. I principali residui primitivi generati dall’attaccamento insicuro sono diffidenza, impeto d’ira, amor proprio, dispetto, indifferenza, estraniazione e collusione, tratti di personalità che possono diventare psicopatologie se le persone non diventano consapevoli dei loro copioni e li superano attraverso un riesame delle relazioni primitive che li hanno determinati.

L’attaccamento insicuro fornito al cucciolo dal caregiver inibisce lo sviluppo dell’affettività e l’estensione della coscienza. Questo accade nelle madri o i caregiver anaffettivi a seguito degli archetipi ambivalenti che sono stati installati in loro: la supermamma, la madre simbiotica, la madre complice, la madre innamorata incestuosa, la madre dominante, la madre distaccata, la madre iperprotettiva, la madre rivale, ecc. a seconda delle convinzioni, delle tradizioni e degli archetipi vigenti  nell’esercizio del potere domestico.

Tali madri o caregiver non riescono a produrre un attaccamento sicuro mediante quell’esplicita affettività che innesca un flusso reciproco di riconoscimento e, oltre a generare riflessività relazionale, espande le aree della coscienza.

La caratteristica fondamentale dell’Eva africana è l’aver superato l’attaccamento biologico ed aver sperimentato il flusso affettivo. L’attaccamento infatti non è un fenomeno esclusivamente umano ma interviene in tutti i processi di allevamento da parte degli animali della loro prole in assenza di coscienza, seppur in presenza di cognizione e di intenzionalità.

Il superamento dell’attaccamento biologico mediante flusso affettivo funziona anche tra esseri umani e specie animali e può non essere simbiotico. Il flusso affettivo che muove dall’essere umano verso un animale determina in quest’ultimo una forma di accumulazione dell’affettività ricevuta con conseguenteimprinting, bisogno della vicinanza affettiva e preferenza per la figura di attaccamento su cui si fonda la domesticazione e l’addestramento.

L’irradiazione affettiva ha dunque un ruolo determinante nella nascita delle relazioni interumane e su di essa si fondano tutte le tappe evolutive della nostra specie attraverso la “consegna del testimone” al padre, ai fratelli, ai nonni, ai parenti. La buona mela che Eva passa ad Adamo rappresenta la condivisione del flusso affettivo della madre con il padre, i fratelli e tutti i sistemi di relazione che riescono a godere di questa proprietà.

Il passaggio del gusto evolutivo dell’affettività interumana avviene attraverso lo sviluppo dell’empatia ma si interrompe laddove l’egocentrismo evitante, dipendente o strategico ne inibisca le potenzialità.

 

CORNELIA

Cornelia (189-110 avanti Cristo) fu madre di dodici figli, ma gli unici che arrivarono alla maggiore età furono i due famosi Tiberio e Gaio Gracco, e la loro sorella maggiore, Sempronia, moglie di Cornelio Scipione Emiliano.

Cornelia è un emblema del passaggio dall’affettività alla consapevolezza. Tra milioni di madri che giungono a tale stadio la scegliamo come simbolo per tre motivi: 1) il fatto di scegliere di esser madre e non figlia, 2) il valore attribuito ai figli, 3) l’insegnamento di giustizia e libertà trasmesso a Tiberio e Caio.

1) Cornelia rifiuta di essere conosciuta come figlia di un uomo importante ed eroico come Scipione l’Africano che sconfisse Annibale e ripetutamente dichiara: “Fino a quando mi indicheranno come la figlia di Scipione? Quando potrò chiamarmi la madre dei Gracchi?”. Con tale iscrizione le verrà dedicata dai Romani del II° secolo avanti Cristo la prima statua di una donna nel Foro con l’iscrizione “Madre dei Gracchi”.

2) Rimasta vedova ancora giovane rifiuta di risposarsi nonostante le numerose proposte anche molto allettanti come quella di  Tolomeo VIII Evergete, re d’Egitto. L’aneddoto centrale della sua storia resta la sua risposta a una matrona che ostentava le sue pietre preziose:  “Haec ornamenta mea!” (ecco i miei gioielli!) mostrando i suoi figli Tiberio e Gaio.

3) Il suo cenacolo famigliare nutre la filosofia ellenistica che si presenta come una istanza politica di riforma sociale e culturale. Siamo in una Roma feroce e primitiva, che non riesce a trasformarsi in Stato attraverso riforme ugualitarie[2] e che è percorsa di frequenti insurrezioni delle quali la più importante avverrà, 60 anni dopo, ad opera di Spartaco.

Le caratteristiche di Cornelia ci fanno individuare una relazione affettiva con i figli che si traduce in consapevolezza educativa. La dimensione della consapevolezza è quella che conduce ad una maternità guidata da valori.

L’evoluzione della coscienza verso la consapevolezza guida l’affettività in senso cognitivo, emozionale e operativo incanalandola nello spazio esistenziale e relazionale dell’essere umano.

La coscienza è infatti una tappa evolutiva intermedia per sua stessa natura. La coscienza non può occupare tutto lo spazio della mente, neanche quando siamo svegli, non interviene necessariamente nel parlare, nello scrivere, nell’ascolto e nella lettura, non è nemmeno la sede della ragione, anzi i pensieri più creativi fanno a meno della sua presenza. “Noi siamo coscienti meno a lungo di quanto pensiamo, perché non possiamo essere coscienti di quando non siamo coscienti”.[3]

L’evoluzione della coscienza verso la consapevolezza apre gli orizzonti psichici e relazionali che servono per osservare se stessi e per rappresentare il proprio mondo soggettivo che è a se stante rispetto al mondo reale. La consapevolezza di sé, del proprio corpo, delle proprie potenzialità e dell’essere persona è una conquista molto recente dell’evoluzione umana.

La mente dell’uomo era bicamerale (così Jaynes definisce l’uomo senza connessione tra emisfero destro e emisfero sinistro) scissa in due parti: 1) nel flusso dell’accadere delle cose del mondo senza autorappresentarsele; 2) nell’ascolto della sorprendente voce interna, attribuita agli dei, che compariva simile ad un’allucinazione uditiva.

Sempre secondo J. Jaynes, l’uomo passa dalla mente bicamerale[4] alla consapevolezza nel secondo millennio a.C. con l’inizio dei commerci, l’aumento della popolazione, l’avvento della scrittura, il caos migratorio ecc., che conduce allo sviluppo di nuove aree cerebrali che giungono al traguardo del socratico “conosci te stesso”.

La maternità di Cornelia esprime tre valori tipici della consapevolezza.

– Il primo è l’adultità, e cioè la condizione di libertà dalla dipendenza dai genitori. Per essere madri consapevoli occorre aver riconosciuto dentro di sé la voce della propria madre ed averne preso le distanze. Fino a che una madre pensa a cosa penserebbe sua madre la commistione delle voci interiori è deleteria giacché non vi è spazio per le proprie decisioni autonome di maternità ma c’è solo obbedienza dipendente o opposizione conflittuale.

Il comandamento con cui si apre la seconda tavola della legge ebraica recita “Onora il padre e la madre, perché si prolunghino i giorni nel paese che ti da il Signore Dio tuo”. Onorare è il contrario dell’amore dipendente dai genitori perché, semmai, invita i figli a far si che i genitori siano orgogliosi dei figli. I figli diventano liberi ed adulti e si occupano dei vecchi genitori che, con l’aiuto dei figli, possono  prolungare i loro giorni. Sono semmai i vecchi genitori a diventare dipendenti dai figli e non il contrario se non si vuol cadere nella manipolazione educativa che sgretola l’identità individuale o nella genitorializzazione (diventare genitori dei propri genitori senza essere transitati nella fase della consapevolezza della propria individualità.

– Il secondo valore è l’esposizione dei figli al mondo. Cornelia non si conforma a quello che dice la gente, ovvero non cresce i suoi figli nell’ipocrisia di nascondere i loro difetti e non cade nella trappola della rivalità tra madri su chi ha i figli “che vanno meglio a scuola!”. Non si pone cioè il problema di ben figurare nel suo contesto relazionale e di presentare i suoi figli come emanazione di se stessa. Non ha bisogno di conferme dalla società e dalle altre madri. Tiberio e Gaio sono i suoi gioielli e li presenta esattamente per come sono, senza abbellimenti e rappresentazioni. E’ consapevole di amarli e sa che il suo amore li rende belli.

– Il terzo valore è quello di consentire il ruolo personale dei figli nel mondo anche se ciò li espone al rischio della morte. Cornelia trasmette la cultura ellenistica ai figli in contrasto con la primitività violenta del potere a Roma. Guarda i rapporti tra uomini con gli occhi del futuro e rispetta la loro personale missione. Questa consapevolezza educativa è l’assoluto contrario della manipolazione, ovvero del costringere con messaggi impliciti ad essere ciò che la madre vuole che i figli siano.

Cornelia vive un amore consapevole verso i figli che si traduce nella presenza affettiva (non li abbandona), non li opprime (facendoli bersaglio di continue critiche) ma li accetta nella loro bellezza e, soprattutto, non li manipola conducendoli la dove non scelgono di andare.

Queste tre dimensioni sono indispensabili per poter evolvere dalla femminilità alla maternità (così come dalla mascolinità alla paternità) e descrivono un atteggiamento materno in lotta contro gli archetipi inconsci o trasmessi dalla cultura. Ove prevalgano gli archetipi si impedisce ai figli di andare verso la realizzazione della propria vita e, soprattutto, di costruire autonomamente l’identità collettiva della loro futura famiglia.

Manca però a Cornelia, ed a tutte le madri in crescita lungo la via della consapevolezza una visione della spiritualità affettiva del rapporto con Dio.

L’immaginazione spirituale dell’uomo antico costruiva divinità a somiglianza delle sue emozioni (l’amore, la fertilità, la guerra, ecc.) e dei suoi archetipi ambivalenti che contenevano rappresentazioni terribili ed incombenti di dei crudeli, punitivi e vendicativi nei confronti dell’essere umano. Dei a cui offrire sacrifici affettivi anche estremi per ingraziarseli come fece Abramo nel sacrificare Isacco fermandosi all’ultimo momento con l’intuizione che Dio non poteva volere quel dolore straziante.

La consapevolezza ha a che fare con l’esperienza dell’irradiazione affettiva divina mediante l’auto osservazione delle nostre componenti spirituali. La consapevolezza conduce all’innesco della relazione con Dio attraverso un vero e proprio esercizio spirituale volontario[5].

La transizione verso questa forma mentale di consapevolezza nella relazione con Dio è ancora in corso. Non siamo più sottomessi a oracoli, culti, medium, astrologi, possessioni, tarocchi, maghi, sciamani, danzatori, ipnotismi, meditazioni, caste sacerdotali  ecc. Questi non sono altro che residui di una forma mentale primitiva da cui stiamo evolvendo grazie ad una fanciulla di Nazareth di nome Maria diventata mamma.

 

 

MARIA

Il salto evolutivo avvenuto in Maria al momento del concepimento è molto più grande e misterioso della mutazione indotta da Eva mitocondriale ed anche della razionalità educativa e valoriale di Cornelia, poiché riguarda il legame tra psichismo e dimensione spirituale.

Non mi sono mai posto con attenta meditazione il problema della verginità di Maria perché l’analisi razionale, svolta con onestà intellettuale, della predicazione di Gesù sulle caratteristiche affettive e paterne di Dio mi ha da tempo dato risposte più che convincenti sulla manifestazione del divino nell’uomo Gesù.

Ho sempre considerato la verginità di Maria un elemento del tutto secondario proposto con insistenza per ovvie ragioni di repressione sessuale. Che importanza ha di chi è biologicamente figlio Gesù!, mi sono sempre detto. Ho sempre letto la dimensione immacolata di Maria, nata senza il peccato originale, una condizione del tutto marginale rispetto al suo ruolo gigantesco nella storia dell’umanità; ho infatti sempre attribuito alla concezione di un Dio punitivo sia il peccato originale (peraltro mai menzionato nel Vangeli) che la cacciata dell’uomo dal paradiso terrestre. Il senso di colpa, specie se associato all’angoscia di morte, è un buon meccanismo di controllo sulla vita degli esseri umani e, comunque, ha avuto anche funzioni positive nel fermare la mano ai potenti ed ai prepotenti.

Alla luce dell’evoluzione della coscienza e dello sviluppo della relazione con Dio la vicenda di Maria di Nazareth mi appare oggi come la prima occasione nota nella storia umana di trasformazione dell’affettività psicologica in sostanza di amore spirituale.

 

L’accettazione dell’oceanica empatia di Dio

Il processo di amore di Maria per Dio è dapprima consistito nella accettazione e poi nella disponibilità a ricevere: E’ molto più facile amare che lasciarsi amare soprattutto quando ad amare è l’oceanica empatia di Dio.

Ho imparato cosa significa accettazione nei momenti di maggior distacco da me stesso, ad esempio quando una sensazione estatica vissuta in condizioni ditrance meditativa (con ritmi cerebrali superBeta o Gamma o forse Lambda) mi sfuggiva di mano perché cercavo di andare a verificare razionalmente se ciò che sentivo era davvero vero. Ma anche quando mediante rilassamento entravo in ritmi theta o delta, per non sentire i forti dolori del cancro ed ho progressivamente imparato che, nel momento in cui riesci a non percepire il dolore, non devi commettere l’errore di andare con la mente a verificare se davvero se ne è andato. Se lo cerchi, lo trovi in tutta la sua acuzie!

Accettazione dunque è uno stato di totale disponibilità verso aperture sensoriali diverse da quelle quotidiane e sperimentate attraverso i cinque sensi.

Maria accetta una relazione diretta con Dio totalmente nuova per l’umanità e conosce la felicità su questa terra. Per questo la testimonia e la caldeggia. Ma oltre all’accettazione accade la più importante mutazione evolutiva dell’umano che prende in sé il divino: il concepimento.

Non siamo in grado di individuare i meccanismi biologici con cui tale mutazione può essere avvenuta senza il crossing-over cromosomico della ricombinazione di due diverse eliche del DNA ma sappiamo con certezza che questa mutazione può avvenire. Può essere perniciosa quando le rotture del doppio filamento, a causa di agenti ossidanti, alchilanti e radiazioni ad alta energia, come i raggi X e gli UV, producono molecole cancerogene. Può essere evolutiva quando il DNA, alterato dall’azione mutagena, si fa spazio nella fittissima rete cellulare altamente selettiva e produce un organismo arricchito dalla mutazione.

Ancora una volta nella storia umana è la maternità il luogo prescelto per la mutazione. Questa relazione interumana originale e assolutamente indubitabile e inviolabile da qualunque contaminazione culturale archetipica, si è presentata come il miglior luogo di incontro possibile per la relazione con Dio.

Da questa lettura nel linguaggio scientifico contemporaneo discendono altre considerazioni:

 

La verginità

L’insistenza della tradizione sulla verginità di Maria non sarebbe legata ad un processo di repressione sessuale e di obbligato candore della giovinetta che non “ha conosciuto uomo”, ma tende a dichiarare la mutazione (come la possiamo chiamare oggi) avvenuta in lei nel contatto empatico con Dio. Il fatto che tal concepimento sia una straordinaria mutazione nella nostra specie viene sottolineato dalla verginità di Maria, accertata dall’ostetrica Salomé al parto[6]. Con ciò voglio affermare che tale concepimento divino sarebbe potuto avvenire anche se lei non fosse stata vergine. E’ lo straordinario e incredibile concepimento che trae sostegno dalla sua verginità e non la verginità in sé come valore. Nella successiva generatività dei probabili fratelli di Gesù, considerati fratellastri (figli di un precedente matrimonio di Giuseppe)  o cugini[7], è verosimilmente impossibile che la ginecologica verginità di Maria si sia mantenuta.

 

Il concepimento

Non sono un teologo ma l’interpretazione della frase in linguaggio occitano “Que soy era Inmaculada Conception” che viene utilizzata a dimostrare quasi esclusivamente l’assenza del peccato originale in Maria, non mi ha mai del tutto convinto perché, se così fosse, la frase pronunciata sarebbe stata diversa e cioè “Io sono stata concepita immacolata”. Mi sembra che il suo significato sia invece da intendersi in modo molto più letterale: “Chi io sono è stata il concepimento immacolato”. Ovvero: “La mia precipua caratteristica è stata quel concepimento che significa: Io sono la prova della possibilità dell’esistenza di un processo riproduttivo della vita, della affettività materna e dell’amore spirituale senza contaminazioni primitive”. In altre parole ancora: il fondamento precipuo della mia identità di persona sta nel fatto di aver concepito un figlio senza aver avuto un rapporto sessuale riproduttivo. E non perché nel rapporto sessuale ci sia qualcosa di male o di sbagliato anche se, purtroppo, la difficile comprensione del mio concepimento è stata funzionale per opprimere l’uomo con sensi di colpa repressivi. L’assenza di un rapporto sessuale testimonia lo straordinario contatto con la dimensione divina che ha determinato quell’incredibile concepimento. Con il concepimento di Gesù Dio ha donato all’Uomo, attraverso Maria, l’Albero della Vita dando l’autorinnovamento e la totipotenza delle cellule staminali di Gesù, innescati per l’uscita della quiescenza delle cellule dell’ovocita di Maria attraverso la sostanza della relazione con lo Spirito Santo.

 

Perché un’adolescente?

Perché è stata scelta una adolescente? Ho sempre dato per scontato questo aspetto considerandolo un tratto culturale di quell’epoca ma, se mi interrogo con maggior puntualità, debbo ammettere che un’età così tenera quasi mi disturba. Dentro di me ho sempre avuto l’idea che se il concepimento più straordinario della storia umana fosse avvenuto in una donna più matura e formata, sarebbe apparso più “sensato”. Non tanto per una maggiore formazione intellettuale, meno che mai culturale, di Maria, giacché la sua non è  certo una scelta intellettuale ma una apertura empatica totale all’esistenzialità spirituale dell’essere nel mondo, quanto per la possibilità di avere strumenti di adattamento maggiori alla realtà di Madre di Dio che le si poneva dinnanzi. Se guardo le ragazze di sedici anni e penso a Maria mi si stringe il cuore per un senso di protezione che non posso trattenere. Invece devo prendere atto che semmai è Lei che può proteggere me. Di sicuro non io Lei. Eppure Maria ha sedici anni quando la mutazione biologica del concepimento avviene in un suo ovocita. E tale mutazione può avvenire probabilmente  proprio perché ha solo sedici anni. Cosa accade nel passaggio tra adolescenza e giovinezza se non la conformazione a strategie di adattamento tipiche del modello mentale dell’adulto. Maria ha scelto qualcosa di diverso rispetto alle strategie di coping (come le chiamano gli psicologi) e non si è “adattata”, anzi ha tenuto aperta quella porzione del mondo interiore che gli adolescenti ancora possiedono prima che l’opera educativa degli adulti li conformi (o li emargini) al mondo. C’è nella adolescenza la possibilità che il pensiero magico dell’infanzia non si chiuda ma evolva verso la dimensione spirituale ovvero che superi la soglia del senso di realtà fenomenica per partecipare ad una sfera spirituale superiore, lasciando spazio al divino che potenzialmente è presente in ogni essere umano.Se osservo gli adolescenti e ne assorbo le caratteristiche e, spesso, la sofferenza vedo in loro una spazio esistenziale aperto all’ignoto che va pian piano chiudendosi e incanalandosi nei percorsi evolutivi “normali” che proponiamo ai giovani.

La nostra proposta di adulti nei loro confronti è retta dal buon senso, dal sapere le difficoltà della vita e dal voler offrire maggiori garanzie possibili ai giovani affinché si integrino nei sistemi di relazione di cui è fatto il mondo. Noi adulti proponiamo agli adolescenti un mondo come realtà oggettiva e concreta nel quale vigono modelli di pensiero, di azione e di emozione strutturati sulla base o del pensiero magico e ritualista o del pensiero logico e razionalista. Gli adolescenti spesso ci dicono che non li capiamo perché sentono, vogliono e desiderano qualcosa in più. Noi riflettiamo sulla nostra adolescenza e ricordiamo quel desiderio di qualcosa in più ma non riusciamo a metterlo a fuoco e lo consideriamo un’aspettativa sognante ed ingenua rispetto a ciò che abbiamo invece imparato sul funzionamento del mondo e delle cose. Ma funziona davvero così bene il mondo? Forse che non hanno ragione gli adolescenti a desiderare qualcosa di diverso e di migliore che noi ci affrettiamo a far tacere come utopia irrealizzabile? E se Maria avesse accettato questa utopia proprio perché adolescente? E proprio perché adolescente si fosse tutta intera arresa all’amore di Dio per Lei? Noi consideriamo marginale il desiderio di quel di più che ci mancherà per tutta la vita quasi fosse un corollario dell’esistenza. E se invece la vera ragione e la vera risposta l’avesse data quella adolescente di Nazareth da cui è dipeso il futuro del mondo?. Forse dovremmo tentare di tornare adolescenti ad osservare quella soglia dimensionale che ci è stato consigliato di evitare. Qualcuno la ha tenuto un po’ in conto dentro di sé e la sente riemergere come nostalgia di un modo di essere e di esistere ormai negato per la troppa strutturazione della nostra pseudo identità. Maria sceglie qualcosa di diverso che può essere intravisto e intuito solo nella adolescenza prima che i copioni subentrino con le loro ripetizioni strutturate e, spesso, primitive. L’evoluzione vera era da un’altra parte ma non la abbiamo colta e non la lasciamo cogliere alle generazioni che si susseguono nel tempo. Come genitori vogliamo che i nostri figli abbiano copioni stabilizzati e siamo inquieti quando i nostri figli non sono inseriti come tessere ordinate nel mondo. Non credo che le potenzialità dell’umano che tranciamo siano in conflitto con l’inserimento sociale o il comportamento corretto. Credo che sacrifichiamo le potenzialità del divino ad un modello adattativo che ci sarebbe lo stesso ed anzi sarebbe sicuramente migliore. Chi conosce gli adolescenti sa che in loro c’è una potenzialità di scelta molto più ampia di quanto noi adulti possiamo capire. Infatti non si sentono mai pienamente capiti dagli adulti e noi attribuiamo a questo loro modo di pensare una connotazione di infantilismo. Diciamo loro: “Anch’io sono stato giovane come te ed ho vissuto quel che vivi, ti capisco, poi passa e si diventa grandi”. E se avessero ragione gli adolescenti? Pur non sapendo dire ciò che sentono come possibilità e non riuscendo ad esprimerlo perché lo abbiamo implicitamente negato a loro dopo averlo negato a noi stessi? Cosa è accaduto nella nostra adolescenza che non riusciamo a ricordare se non come fantasia di un’estasi non compiuta? Come siamo diventati chi siamo, convinti di essere responsabilmente nel giusto e di riprodurre con senso e con giustizia le cose del mondo che hanno davvero significato? Ma siano proprio così sicuri che il mondo relazionale, economico, politico ecc. che abbiamo costruito sia proprio il più giusto possibile?

 

La soglia e i meccanismi di coping

Maria ha attraversato quella soglia che noi abbiamo negato e in questo atto adolescenziale ha incontrato il divino. Avremmo dovuto scegliere come ha scelto Maria. Ciò che ha scelto di essere Maria. Spesso nella vita ci ritroviamo presso quella soglia che compare come punto di passaggio in molte occasioni, a volte la oltrepassiamo sempre senza rendercene pienamente conto perché il nostro modello di pensiero è ormai totalmente conformato alle strategie di adattamento al mondo. Non guardiamo quasi mai nell’altra direzione. Quando timidamente alziamo lo sguardo verso tale dimensione siamo castrati da mille paure, dall’angoscia che ci siano cose terribili e spaventose che il condizionamento sociale ci ha fatto credere vere ed esistenti. Non vediamo ed abbiamo paura di vedere poiché ci è stato detto che il varco sul divino è terribile e pericoloso, è un misterium tremendum!

Non è vero! Non c’è paura ma pace ed accoglienza tra le braccia di Dio. Sono le nostre strategie di coping a farci vedere la realtà in modo sbagliato. Tali strategie compaiono quando il pensiero magico dell’infanzia si dissolve e sono focalizzate sui problemi, o sulle emozioni, quando ci ritroviamo a dover fronteggiare situazioni difficili, impreviste o preoccupanti. Quando cioè il mondo degli adulti pone a ciascun essere umano la domanda adattativa centrale: se vuoi essere di questo mondo devi accettare questi dolori, queste fatiche, queste rinunce. Per questo gli adolescenti non vogliono diventare adulti e per questo agli adolescenti non piacciono gli adulti. Fino a che vigeva nella loro infanzia il pensiero magico con la legge della somiglianza (per cui due cose che si rassomigliano superficialmente hanno in realtà una somiglianza sostanziale) e la legge del contagio (per cui oggetti che sono stati in contatto tra di loro, continuano ad influenzarsi reciprocamente anche a distanza), fortuna e destino apparivano spiegabili giacché tutte le cose sono vive e unite tra di loro. Senza confini tra una cosa e l’altra, tutto partecipa di tutto, l’uomo e il suo ambiente sono uniti così indissolubilmente che il bambino non è capace di distinguere tra fenomeni fisici e fenomeni psichici. La sua vita è tutta aperta, egli sta vivendo dentro di sé. Il pensiero magico lentamente si dissolve in due diverse direzioni: l’adattamento lo trasforma in visione scientifica del mondo, la creatività invece potrebbe aprirlo al divino ed alle coincidenze. Questa seconda via è impraticabile perché vietata da noi stessi a noi stessi e agli altri. Al massimo può essere consentita una regressione primitiva al magico, in specie se evocato con qualche oggettivo rituale da ripetersi con cura e precisione. E guai a chi sbaglia!

 

Gesù di Nazareth

Il figlio di Maria ha in sé il bagaglio cromosomico che gli consente l’apertura al divino. E non ha bisogno di rituali tanto da scegliere per offrirci l’apertura al divino il gesto più semplice e banale: spezzare il pane! La sua dimensione umana si muove tra il momento della sua nascita e quello della sua morte per crocefissione, mentre la dimensione divina sta tra il momento del concepimento e quello della sua resurrezione. L’apertura a questa visione consente di comprendere la totale purificazione dagli archetipi in Maria, nel concepimento di Gesù e in Gesù stesso. E questo pone in una luce diversa il contatto tra il mondo della nostra quotidianità e la dimensione spirituale, li rende prossimi se non contigui per chi si pone con accettazione verso l’empatia con cui Dio comunica con noi. La maternità e la paternità di Dio nei confronti dell’essere umano sono un’incessante comunicazione a cui riusciamo a prestare ascolto solo occasionalmente. I momenti forti della vita aprono più facilmente verso tale contatto e il più forte in assoluto è quello della generatività materna della vita. Gesù ha una mamma adolescente che si propone con un attaccamento sicuro, molto più sano delle proiezioni di una madre adulta con le paure e le insicurezze generate dall’adattamento al mondo. Maria lo allatta e lo nutre senza le proiezioni psicologiche “adulte” finalizzate al risultato di un attaccamento o di una educazione. Gesù cresce amato con semplice naturalezza adolescenziale aperta, anzi spalancata, verso il senso dell’esistenza divina. L’amore di Maria verso Gesù è, di fatto, un amore trascendente, tutto oltre la soglia della dimensione del terreno e del mondo. Questa relazione affettiva è del tutto nuova sulla terra ed è meravigliosa. Ha lasciato un eco potentissimo nella storia dell’uomo che è stato percepito da mistici, santi, poeti e pittori che ne hanno raccolto le tracce e lo hanno fatto rimbalzare, generazione dopo generazione, fino a noi trasmettendocene qualche nobile richiamo colto dalla sensibilità di chi, per qualche attimo, è andato oltre la soglia dell’umano sentire. Che poi è la via che Maria ci indica. Le sue apparizioni, spesso ai bambini e agli adolescenti, confermano come solo chi non ha ancora chiuso la soglia delle percezioni spirituali può vederLa e riconoscerLa. Dopo l’adattamento e la chiusura egocentrica nell’umano è molto difficile riconoscere il varco della porta sul divino. Lei l’ha ben aperta ma noi non riusciamo a vederla. Forse proprio perché troppo aperta per essere accessibile quando si è incastrati nelle difficoltà dolorose della condizione umana. Certo gli uomini si rivolgono a Lei con la preghiera per ottenere un aiuto appoggiandosi a frammenti residui di pensiero magico e di rituali ma, strutturati come siamo nel razionalismo egoico, non riusciamo più ad aprirci verso il varco che ci ha indicato. Per questo è indispensabile il viaggio nell’umano di suo figlio Gesù che tocca, rigenerandole, tutte le esperienze dell’umano che gli uomini hanno modo di vivere nel corso della loro vita. Gesù non ne trascura nessuna ed a tutte risponde aprendo continue vie nuove all’amore di Dio verso l’essere umano. Ma la maggior parte degli uomini non lo hanno riconosciuto, né capito, né accettato perché siamo impediti dall’adattamento al mondo a guardare oltre la soglia del mondo stesso. E dunque ci invita a tornare bambini per rinascere ed investire quel “di più” che è il nostro desiderio di divino nella semplicità di una accettazione innocente del privilegio che ci è stato concesso e di cui non ci rendiamo ancora conto.

7/3/2017

 

NOTE

[1]  Il dibattito tra gli antropologi circa le successive ondate migratorie dell’Homo Erectus, Neanderthal, Cro-magnon e sapiens e le sovrapposizioni contemporanee tra queste popolazione è controverso anche in ragione delle datazioni contraddittorie dei reperti. Uno sguardo semplificatorio sugli ultimi 40000 anni, data in cui è probabile la prima comparsa di una razza umana a cui attribuire lo sviluppo dell’affettività interumana prodotta dall’Eva mitocondriale, vede un’industria litica diversificata appartenente sia agli uomini di nearnderthal che ai cro-magnon e la comparsa dell’arte figurativa delle pitture rupestri ma anche delle veneri steatopige. Tali statuine sono rappresentazioni realistiche della femminilità dell’epoca che fanno pensare ai primi interrogativi circa l’origine della vita e la riproduzione della specie attraverso il corpo della femmina. La vita dei cacciatori del paleolitico si farà da allora progressivamente più stanziale attraverso l’allevamento e la prima agricoltura mentre l’idea della riproduzione farà scoprire sia la maternità affettiva sia il ruolo del maschio che, come intuito nel processo riproduttivo tra gli animali, è fecondatore nel concepimento. L’Eva mitocondriale, ovvero la portatrice della genetica presente nei mitocondri femminili, è il simbolo più convincente di tale processo evolutivo. Bryan Sykes, genetista dell’università di Oxford, nel suo libro del 2001 “The Seven Daughters of Eve”, scherza sull’uomo di Cro-Magnon che si sarebbe accoppiato con sette tipi di donne figlie di Eva, a cui da un nome diverso a seconda del loro DNA mitocondriale derivato da Eva africana: Ursula (aplogruppo U) trovata in Siberia, Xenia (aplogruppo X), Tara (T) e Helena (H) trovate in Europa nel paleolitico, e poi Katrine (K) e Velda(V) evolutesi nel mesolito e infine Jasmine (J) venuta dal levante nel neolitico. Esse danno origine ai principali aplogruppi mitocondriali diffusi nelle popolazioni moderne.

[2] Tiberio e poi Gaio occupano l’importante ruolo di Tribuni della Plebe, magistrati che avevano progressivamente acquisito potere nei confronti del Senato che rappresentava l’aristocrazia. Tiberio diventa artefice della riforma agraria del 133 a.c. che ridistribuisce la terra ai contadini e per questo motivo viene assassinato. In quell’occasione Cornelia scrive una lettera al figlio Gaio invitandolo a rinunciare a vendicarsi del tribuno Marco Ottavio, ritenuto responsabile della morte di Tiberio. Anche Gaio dieci anni dopo la morte del fratello proporrà una lunga serie di leggi approvate per plebiscito (la riforma agraria, urbanistica, l’inapplicabilità della pena di morte senza un regolare processo, la distribuzione di grano alla plebe, la legge contro la corruzione dei governatori, il divieto della leva militare prima dei 18 anni). Gli aristocratici romani muoveranno armati contro Gaio ed i suoi seguaci che saranno sconfitti e uccisi dopo essersi rifugiati sull’Aventino.

[3] J. Jaynes, “Il crollo della mente bicamerale”, Adelphi pag. 40.

[4] Mente bicamerale che ben rappresenta la scissioni interiore tra la propria voce e volontà ed i condizionamenti emozionali ricavati dagli archetipi e dalla cultura in cui quell’individuo è cresciuto.

[5]La prima annotazione è che con questo termine “esercizi spirituali” si intende ogni modo di esaminare la coscienza, meditare, contemplare, pregare vocalmente e mentalmente, e altre attività spirituali, come si dirà più avanti. Come infatti il passeggiare, il camminare e il correre sono esercizi corporali, così tutti i modi di preparare e disporre l’anima a liberarsi da tutti gli affetti disordinati e, una volta che se ne è liberata, a cercare e trovare la volontà divina nell’organizzare la propria vita per la salvezza dell’anima, si chiamano esercizi spirituali”. Esercizi spirituali di Sant’Ignazio di Loyola, prima annotazione.

[6] Nel protovangelo di Giacomo è raccontato l’episodio della levatrice Salomé che dopo aver introdotto un dito nella vagina di Maria per constatarne la verginità, riceve un’ustione nella mano che sarà guarita nel successivo accudire Gesù. “Salome mise il suo dito nella natura di lei, e mandò un grido, dicendo: “Guai alla mia iniquità e alla mia incredulità, perché ho tentato il Dio vivo ed ecco che ora la mia mano si stacca da me, bruciata”. Protovangelo di Giacomo, 20,1.

[7] Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda.

[8] Il dogma dell’Immacolata Concezione, proclamato da papa Pio IX l’8 dicembre 1854, sancisce come la Vergine Maria sia stata preservata immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento e non riguarderebbe il concepimento verginale di Gesù da parte di Maria. Mi sembra estremamente interessante il fatto che nelle apparizioni di Lourdes del 1858, 4 anni dopo il dogma di Pio IX, emerga con esplicita dichiarazione la natura dell’essere lei stessa, Maria, l’oggetto di un concepimento immacolato e cioè totalmente privo di ambivalenze biologiche, psicologiche, archetipiche e culturali.

Per evolvere la fraternità – Documento 23° Convegno Prepos

 Fratellanza o fraternità?

Il programma di lavoro sulle qualità relazionali tocca, quest’anno, il tema della distinzione tra fratellanza e fraternità.

La fratellanza può essere consanguinea o famigliare oppure essere un criterio etico (Dichiarazione dei diritti dell’uomo) e si struttura in processi associativi chiusi: fratellanze religiose, nazionali, di classe che hanno espresso l’universalismo mutuandolo in solidarietà verso altri sistemi associativi.

La fraternità è invece un sentimento che si sviluppa nella relazione tra fratelli, tra amici, tra colleghi, tra parenti: meglio essere fraterni senza dirlo, che dirlo senza esserlo.

 

La fratellanza biologico/famigliare[1]

Gelosia e Invidia:

Il maggiore è sempre geloso del minore e il minore è sempre invidioso del maggiore.

Il bambino scopre di non essere più l’unico centro di interesse dei genitori, deve dividere l’affetto e deve lasciare il posto di privilegiato al nuovo nato. L’ex figlio unico interpreta come “preferenze” gli atteggiamenti di cura verso il fratello che gli appare come rivale e concorrente. Tale rivalità tra fratelli è attuata per attirare l’attenzione dei genitori.

Marcel Rufo: “i rapporti tra fratelli si costruiscono sulla base di relazioni affettive imposte, non ci scegliamo né fratelli né sorelle, ci sono imposti dai genitori”. Si è fratelli per nascita ma non tutti riescono ad essere fraterni, così come non tutti i genitori riescono a diventare padri e madri.

Ai genitori spetta il compito di fare in modo che tali relazioni affettive diventino armoniche attraverso un uso intelligente dell’affettività. “La mano destra non sappia cosa fa la sinistra” significa moderare l’affettività, i complimenti e le effusioni in presenza dei diversi figli per trasmetterle invece nel rapporto a due. Le madri invece si considerano sempre imparziali nell’amore e tendono a sottovalutare del tutto la gelosia e l’invidia che i figli hanno tra di loro. Alle madri sembra impossibile che i figli possano nutrire sentimenti negativi per i fratelli. In genere i genitori pensano che i figli si amino tra di loro e considerano la gelosia un difetto senza pensare che ”la gelosia non è un difetto ma una sofferenza”  come afferma M. Porot.

Rivalità:

I sentimenti di rivalità possono essere modulati dal comportamento adottato dai genitori. Hellinger afferma che c’è un ordine gerarchico “dell’appartenenza alla famiglia regolato dalla sequenza temporale dell’appartenenza. Nel sistema familiare il primogenito ha la precedenza sul secondogenito.”

Adler chiama dramma della detronizzazione le frustrazioni subite dal primogenito/a: cambio di stanza, di posto a tavola, allontanamento presso nonni e parenti, ecc. Per evitare l’eccesso di frustrazioni bisogna saper preparare il bambino all’arrivo del fratello/sorella.

Il primogenito percepisce il cambiamento del suo posto: ”voglio un fratello o una sorella ma vorrei restare sempre la più piccola”. (M. Rufo)

Il maggiore manifesta rivalità diverse a seconda:

18 mesi di differenza: rivalità minima perché i fratelli si mescolano, possono però sorgere problemi di differenziazione di identità come tra gemelli.

3 o 4 anni di differenza: il primogenito si adatta con difficoltà per le richieste di responsabilità da parte dei genitori (autosufficienza, buon comportamento a casa e a scuola).

6 anni di differenza: può diventare protettivo e assumere il ruolo di vice genitore.

Privilegi:

I figli maggiori accusano i genitori di avere delle preferenze perché vedono accordati al cocco di mamma privilegi che a lui vengono negati.

Le preferenze dei genitori ci sono quasi sempre ma sono inconsapevoli. Le principali sono rivolte al  figlio primogenito che rappresenta la prova di riproduzione superata ed a cui vengono dedicate molte più attenzioni che verso i figli cadetti. Proprio per questo motivo i primogeniti sono in genere più ansiosi.  Anche le aspettative dei genitori determinano atteggiamenti privilegiati spesso legati a somiglianze fisiche e tratti caratteriali che determinano pregiudizi oppure insorgono in ragione di problemi di salute, o difetti, che generano ansia ed iperattenzione verso un figlio. Anche le capacità fisiche, l’intelligenza e il rendimento scolastico sono fattori che inducono preferenze

Qualità dell’amore materno e paterno:

Lo squilibrio affettivo produce nel bambino la sensazione di essere poco amato, se rappresenta un fallimento, o troppo amato, se soddisfa le aspettative. Le valutazioni della madre e del padre influenzano moltissimo la percezione di sé perché le valutazioni non meritevoli tendono ad essere escluse dal sé del bambino: egli tende ad essere ciò che gli altri vogliono che egli sia e non quello che in realtà è.

Ove egli sperimenti gelosia o invidia tende a negarla anche a se stesso per non far scoprire questa negatività ai genitori. Proprio perché tali sentimenti negativi possono essere superati solo se vengono verbalizzati, la negazione ne impedisce la metabolizzazione. Gelosia e invidia tendono così a trasformarsi in disturbi del carattere e in disadattamento scolastico ed aumentano la rivalità fraterna psicologicamente inibita.

Il cerchio negativo si stringe ancora di più se i genitori commettono l’ulteriore errore di fare paragoni. Non solo in funzione dell’aumento della rivalità ma anche perché l’eccesso di paragoni positivi determina lo sviluppo del narcisismo egocentrico, l’eccesso di paragoni negativi determina il complesso di inferiorità. Ambedue ritardano l’accertamento della personale identità che si sviluppa solo con rinforzi positivi delle personali qualità.

Inoltre nei figli si infiltra il dubbio sull’amore genitoriale (specie materno). Tale dubbio, che quasi mai giunge ad essere espresso, si trasforma in non accettazione di sé e sfiducia nella proprie capacità. Oppure in iper responsabilizzazione, ansia e fissazione al fine di essere amati per quello che si fa o per gli obiettivi che si raggiungono e non per quello che si è. Ciò determina la confusione tra amore e stima. Se manca la fiducia in se stessi è compromesso il successo nella vita perché non ci si sente riconosciuti come degni d’amore o perché si pensa di aver deluso e scontentato i genitori.

La fratellanza universale

I due termini “fratellanza” e “fraternità” tendono ad essere considerati sinonimi mentre in realtà essi non lo sono sia nell’etimologia che nella storia.

La fratellanza politica risale allo slogan della Rivoluzione francese del 1789 “Liberté, Egalité, Fraternité” che non si traduce in dispositivi giuridici concreti almeno fino al 1848. Per di più essa  assumerà sfumature nazionalistiche (fratelli erano solo coloro che appartenevano alla stessa nazione o classe sociale). La fratellanza religiosa si traduce in associazioni come le confraternite formate soprattutto da laici che s’impegnano in opere di carità e soccorso, nella sepoltura dei morti, nella beneficenza per i poveri e gli emarginati. Anche nelle comunità monastiche, ove è in uso il termine fraternità, si intende un rapporto affettivo, particolare e privilegiato nel condividere lo stesso ideale di vita ma così si confonde l’idea della fraternità con quella della perfezione della amicizia.

Con il marxismo il principio di fratellanza si concretizza in quello di solidarietà all’interno di quelle classi che condividono le difficoltà e gli strumenti di lotta per superarle.

La forma giuridica definitiva della risoluzione alla fraternità è contenuta nell’art.1 della DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI che recita: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”.

La fratellanza universale fa appello alla condizione che accomuna tutti gli uomini tale da condividere la stessa sorte di vita e di morte e si realizzi nella solidarietà verso popoli in particolari difficoltà per malattie, carestie, mancanza d’acqua, malnutrizione. A questo concetto si ispirano molte Organizzazioni non governative come l’UNESCO, la FAO, l’UNICEF, l’OMS, l’ILO, l’UNHCR.

La fratellanza universale è un concetto contenuto in molte associazioni culturali, religiose, massoniche ed esoteriche e si manifesta come ideale da perseguire e realizzare tra esseri umani, figli dello stesso Dio o dello stesso DNA nucleare o anche tra esseri viventi che siano umani, animali o piante, giacché figli della stessa madre terra.

La fratellanza si è tradotta in numerosi riti che ricalcano l’adelphopoiesis (dal greco “farsi fratelli”) praticata principalmente dalla Chiesa cristiana ortodossa. Questo rito sarebbe stato utilizzato per molti scopi, ad esempio per concludere un patto permanente tra i leader di due nazioni o tra “fratelli religiosi”, come sostituto della “fratellanza di sangue”, della “fratellanza di armi” tra cavalieri che si giuravano reciproca fedeltà e aiuto, della simbologia di fratellanza biologica per cui due individui tramite una ferita mescolano il loro sangue realizzando così una parentela fittizia ed anche nei cerimoniali malavitosi.

 

La fraternità

La costruzione relazionale della fraternità è un processo intenzionale affettivo costruito intorno alle modulazioni relazionali di riconoscimento e dialogicità. Fraternità è un ideale che si fonda sul riconoscimento relazionale (che rende superflua la lotta per l’affermazione del sé) e sulla dialogicità (che limita la competizione perché fa capire le ragioni dell’altro).

La fraternità non è un vincolo parentale ma un valore esistenziale realizzabile solo se si individuano le caratteristiche relazionali affini in grado di contenere le pulsioni di concorrenza, competizione e rivalità che insorgono spontaneamente dall’espressione delle relazioni primitive.

La fraternizzazione è un obiettivo di molti tipi di relazioni e, se posta sotto giusta osservazione nel suo modo di manifestarsi, può essere tipica di rapporti di amicizia, di colleganza, anche di relazioni genitori figli e non solo di relazione tra fratelli.

Il modo di concepire la fraternità è infatti esclusivamente relazionale.

La comprensione di questa relazione passa attraverso le sostanze relazionali che produce: trasparenza e chiarezza.

Queste realizzazioni nel rapporto hanno una valenza di miglioramento della fraternizzazione ma non sono tipizzazione di base di tale rapporto. Spesso per raggiungere questi obiettivi che appaiono sentimentalmente appaganti e eticamente distintivi, si trascurano altri processo che individuano la base concreta e solida della fraternità.

Le difficoltà nel produrre la relazione di fraternità sono infatti spesso dovute al fatto che da questa relazione si pretendono aspetti e caratteristiche che sono tipiche di altri modelli relazionali.

In primo luogo non si può vivere la fraternità se non vi è esplicito riconoscimento dell’identità dell’altro. Ogni forma di collusione, o di complicità, o di vincolo segreto o di patteggiamento nascosto è nemico della fraternità perché la dimensione fiduciale che essa sottintende può sgretolarsi con estrema facilità.

La fraternità intensa in senso relazionale non è un valore in sé ma un processo che costruisce un certo tipo di relazione tra tensioni e difficoltà. Innanzitutto essa va compresa giacché è assolutamente insufficiente far ricorso a suggestioni quali il “vivere da fratelli” ove non si sappia cosa tale espressione voglia dire.

Ribaltando i luoghi comuni della naturale affettività tra fratelli occorre comprendere che la fraternizzazione è essenzialmente un processo cognitivo e dinamico con una precisa irradiazione dell’affettività. Il rispetto tra fratelli è infatti il primo ed essenziale obiettivo educativo da raggiungere, prima ancora del coinvolgimento reciproco, della disponibilità e della solidarietà.

Trasparenza

Giungere alla verità relazionale passa attraverso la chiarificazione del riconoscimento dell’identità altrui. La trasparenza è il contatto che si stabilisce tra sensibilità ed intuizione: l’una si verifica nell’altra. Ciò che uno pensa è “sentito” dall’altro e viceversa.

In pratica l’identità dell’altro è percepita sensitivamente (a pelle) ma anche intellettivamente (appare evidente). Il riconoscimento dell’altro avviene sia  attraverso la comprensione delle sue forme di pensiero che dei suoi modi corporei e dei suoi flussi emozionali.

La chiarificazione relazionale ha tempi lunghi perché si muove per aggiustamenti, ricomprensioni, interpretazioni delle sfumature della sensibilità o assaporamenti delle intuizioni sulle forme mentali.

“Capisco la tua commozione e la spiego come un’inclinazione romantica della gioia che provi…” “Sento che la tua idea di passione è esattamente ciò che io intendo per commozione…”.

Ciò che caratterizza il riconoscimento è la distanza cui si pongono gli attori; è questo il distanziamento tipico della meditazione condivisa, in altre parole di una scena relazionale in cui sia l’interferenza dinamica che quella emozionale sono gestite dal controllo. Prende forma nei momenti successivi all’incontro, o al termine di un processo di disponibilità, in cui gli attori stanno assorti in silenzio meditativo, distanziato dalla situazione, e rielaborano il vissuto altrui e proprio.

Per fraternizzare occorre conoscere l’altro per quello che è. Non si può fraternizzare con superficialità o con slancio emotivo. In genere lo slancio emotivo, anche generoso e disponibile, conduce o alla delusione o all’equivoco o all’incomprensione.

Alla delusione quando gli esiti non sono conformi alle aspettative (Io pensavo che tu, mi avresti dato un aiuto viste le mie difficoltà…) e al fastidio quando i comportamenti altrui danno allergia epidermica. Esiti ulteriormente negativi conducono  all’equivoco quando si scopre che le azioni comuni non sono indirizzate allo stesso fine o sono condotte con modi e tempi diversi (pensavo che tu volessi stare un po’ di tempo con me in città e invece volevi solo comperarti un nuovo paio di scarpe…) o  all’incomprensione quando non si riesce a capire il motivo del comportamento dell’altro (possibile che non capisca che….?).

Il riconoscimento richiede un tempo di meditazione e di riflessione sull’altro. Il distanziamento meditativo deve avere come oggetto la realtà vissuta con il fratello senza incanalarsi su usuali processi primitivi ripetitivi e senza rinforzare fissazioni, ossessioni o pregiudizi.

Lo stato di trance meditativa è focalizzato ed attivo (non è un’ipnosi regressiva perché potenzia ed accelera i ritmi cerebrali ma va verso onde superbeta, Gamma o addirittura Lambda, e non Theta o addirittura Delta nel dialogo tra emisferi).

Nella meditazione focalizzata l’emisfero destro assorbe le valutazioni riflessive dell’emisfero sinistro e quest’ultimo si apre al contatto con i contenuti della mente affettiva ed emotiva e la purifica dai copioni e dai pregiudizi. L’uso della parola meditazione può apparire eccessivo in questo contesto ma va ribadito sia per togliere al concetto di meditazione quei connotati “esoterici” che oggi vengono attribuiti a tal pratica sia per riconsiderare tale pratica nell’ottica normale e comune di una specifica attività del pensiero cosciente.

Spesso l’attività del pensiero sfugge di mano e le persone considerano normale “stare soprappensiero”, ovvero lasciar liberamente fluire l’attività mentale senza dare ad essa una specifica destinazione, ma tale modalità è primitiva ed auto ipnotizzante. Le conseguenze sono espressioni e reattività disordinate e impulsive.

Meditare significa chiarificare dentro di sé e, nel caso del riconoscimento nella fraternizzazione, chiarificare la sostanza relazionale. Ogni relazione ha il suo limite ed il riconoscimento che deborda e perde l’oggetto su cui verte, si degrada in delusione (se i contenuti emotivi non corrispondono alle attese) o in fastidio (se la dinamica travalica le attese). Nasce la necessità di esprimere nel dialogo i propri vissuti.

Le tecniche della trasparenza

Intuire le forme mentali: velocità, forma e contenuto del pensiero altrui

Sentire empaticamente i flussi emozionali altrui

Osservare la dinamica della corporeità altrui

La chiarezza

Il dialogo serve a rendere chiare le questioni oscure. La sua sostanza è chiara nell’intuizione, nell’immaginazione e nella decisione e mantiene stabile il rapporto tra persone. Inoltre lo ricarica di attenzione e lo struttura. E’ antidoto dell’evitamento perché copre anche le distanze incolmabili dell’indifferenza. Il dialogo deve essere comprensibile e non logorante perché, nel primo caso, diventa oscuro, nel secondo, diventa chiacchiera inutile.

Il dialogo ricentra i codici con cui definiamo le cose; un eccessivo attaccamento alle proprie convinzioni e la strenua vigilanza delle proprie opinioni trasformano la dialogicità in dialettica. E spesso la dialettica in disputa e conflitto verbale. E’ questo il caso dell’incomprensione.

Al contrario se il dialogo non si eleva al livello raffinato di simultaneo scambio di idee e di intuizioni si può rimanere delusi. Se la concordanza non è perfetta, se la velocità di comprensione da parte dell’altro non è istantanea, se i contenuti sono scarsamente efficaci, se l’astrazione non è al livello adeguato. Se invece progressivamente si attua la chiarezza delle idee, il cui esame è visto in una prospettiva di ricerca che ha come bersaglio il miglioramento dell’affettività, allora il dialogo ha un suo fulcro e la relazione evolve. Altrimenti la ricerca dell’intesa è una ricerca che si perde nel vuoto delle astrazioni.

Nel corso del dialogo, fatto di parole che esprimono emozioni, i vissuti traspariscono con quei significati che non erano in precedenza noti. Ad ogni passaggio di presa di turno si dissolvono oscurità e molte questioni investigate si rivelano sotto un’altra luce.

Nel dialogo occorre una cornice che impedisca le interferenze esterne ai dialoganti e consenta di stare insieme con unione. Non si tratta solo di formale pacatezza dell’eloquio (che comunque non guasta) perché può anche esprimersi con alta intensità emotiva che può essere controbilanciata proprio dalla fraternizzazione.

L’effetto finale della ricomprensione, dopo il dialogo, è la contemplazione del vissuto che, spesso, si accompagna a vere e proprie rappresentazioni visive di quanto emerso nel dialogo. Queste rappresentazioni inducono a guardare ciò che è stato reso chiaro con altri occhi. Nasce spesso la necessità di agire, di riparare agli errori, di condividere, di dare qualcosa di sé quando il dialogo ci ha fatto imparare qualcosa di più sull’altro.

Le tecniche della chiarezza

Prese di turno: esposizione problematica del confidante, anche sottoforma di sfogo (primo turno); risposta supportiva del confidente (secondo turno); reazione del confidante (terzo turno)

Atteggiamenti relazionali: comprensione e partecipazione emotiva.

Allineamenti tra gli interagenti: parlare di sé, raccontare la vita, sostegno emotivo, dare consigli,  scaricare la tensione, far emergere le richieste implicite, dare informazioni.

 

29/01/2017

La scoperta della paternità – Documento del 22° Convegno Prepos

Dal punto di vista evolutivo il concetto  di paternità è una costruzione culturale della specie umana.

La scoperta della paternità ebbe luogo quando gli esseri umani scoprirono il legame tra rapporto sessuale e procreazione. Tale rapporto non è infatti di evidenza immediata. Il concepimento  non è assolutamente osservabile, al contrario del parto, che è del tutto manifesto e visibile. Il lungo lasso di tempo, poi, che intercorre fra il primo ed il secondo non contribuisce certo ad evidenziare il loro legame, ma rende, al contrario, ancora più difficile ipotizzare una loro qualsiasi relazione. Per millenni, quindi, gli esseri umani ignorarono che era l’uomo a fecondare la donna, la quale sembrava dunque essere l’unica detentrice della capacità di procreare. Se, quindi, l’uomo era indispensabile nel provvedere al nutrimento ed alla difesa del gruppo, era tuttavia la donna che, creando nuovi individui, lo incrementava e lo reintegrava; e si conquistava in tal modo un ruolo di primaria, indiscussa importanza in quanto la sua funzione veniva percepita come fondamentale.

Tale situazione si protrasse molto probabilmente per tutto il paleolitico, come le famose “veneri steatopigie” secondo alcuni studiosi sembrano dimostrare[1].

Con l’avvento del neolitico nacquero l’agricoltura e l’allevamento e, a seguito di ciò, la scoperta della funzione procreativa del rapporto sessuale fra maschio e femmina: si osservò che le femmine degli animali non figliavano più se le si tenevano separate dai maschi o se i maschi venivano a mancare perché macellati in quanto inutili alla riproduzione. Ciò che valeva per gli animali, doveva valere anche per l’uomo.

Il passaggio tra attaccamento e affettività, ovvero quel processo attribuito alla Eva Africana  e cioè alla donna che, per prima, scelse di guardare con amore il figlio anche dopo la fine dell’allattamento è determinante per lo sviluppo della coscienza poiché il cucciolo diventa il suo specchio riflessivo con conseguente superamento della soglia neuronale 6, ovvero la Soglia della coscienza. Dopo quel passaggio evolutivo si generò il processo della patrilinearità che determinò l’emergere dei modelli familiari tuttora in vigore, con esclusività nella coppia dell’atto sessuale, con la nascita degli archetipi della verginità e della primogenitura (che garantisce la certezza della paternità nel concepimento con una femmina vergine), finalizzati alla trasmissione dell’eredità paterna del nome e delle ricchezze alla sua discendenza certa.

 

Monoandria, monogamia e paternità

In natura non compare la figura del padre. Compare un maschio che collabora con la femmina nell’allevamento della prole ed è attivo quando c’è monandria, ovvero quando le femmine hanno un solo partner. Ciò accade nella maggior parte degli uccelli, dove vige la monandria e la monogamia, mentre nei mammiferi tale ruolo è raro, a eccezione di diversi carnivori, come la volpe o la donnola, e di pochi erbivori, come il castoro, il topo muschiato e l’arvicola delle praterie. La monogamia è propria delle specie in cui la cooperazione tra genitori è necessaria per assicurare la sopravvivenza della prole. La maggior parte degli uccelli è monogama durante la stagione riproduttiva, perché in genere i piccoli sono inetti e necessitano di cibo, calore e protezione, cui possono provvedere tanto la madre quanto il padre. Diversa è la situazione nei mammiferi: solo la femmina produce il latte necessario al nutrimento dei piccoli. In molti casi i maschi possono contribuire ben poco alla sopravvivenza della prole, quindi è per loro più vantaggioso fecondare il più alto numero di femmine possibile. Fanno eccezione molti canidi, come i lupi e le volpi, i cui maschi procurano le prede per la femmina e i piccoli, difendono il territorio e, durante lo svezzamento, rigurgitano il cibo per la prole.

La poligamia non prevede, laddove non sia regolata da leggi, che il padre debba prestare cure parentali, perché solo in questo modo può dedicare tempo ed energia per competere per nuovi partner e per risorse fondamentali, quali il cibo e l’habitat ottimale.

 

La paternità nei mammiferi umani

I mammiferi hanno evoluto il rapporto con la madre ma esiste una figura maschile che vigila, con continuità e responsabilità sul bambino (in molte culture è lo zio materno)  ed è conseguenza della specializzazione dei compiti tra maschile e femminile in ragione della prematurità del cucciolo umano e della specializzazione funzionale del corpo femminile e di quello maschile.

Nell’evoluzione la gravidanza è divenuta sempre più complessa, i figli nascono prematuri (un bambino assume la posizione eretta in un anno, un puledro in un’ora!) e vanno difesi ed accuditi per lungo tempo. Ciò rende la femmina vulnerabile e bisognosa di difesa da parte del maschio, nel quale progressivamente si forma l’immagine mentale del figlio e delle sue necessità.

L’evoluzione ha reso più forte l’organizzazione sociale centrata sulla monogamia e sulla mascolinità paterna rispetto alla poligamia ed alla assenza del padre: nella selezione naturale tra maschi primitivi e maschi paterni ha vinto la seconda tipologia perché i figli hanno avuto maggiori possibilità di sopravvivere e di avere, a loro volta, discendenza.

Fondamentali attributi mentali della paternità furono dunque il riconoscimento del figlio come proprio, la protezione, la tensione al miglioramento (i padri vogliono che i figli siano migliori di loro perché così c’ maggior probabilità di sopravvivenza del genoma), il trasferimento delle informazioni ricevute dagli antenati (i penati[2]).

 

L’assenza di paternità

La rivoluzione sessuale del dopoguerra non mette in discussione la monogamia ma la rende molto più soft e permeabile concependo la possibilità che gli individui, maschi o femmine, possano accoppiarsi con più partner nel corso della vita. Ciò non induce nessuna forma di poligamia tantomeno minori cure parentali ma incentra il legame di coppia sul puro godimento sessuale.

In funzione di tale godimento viene dedicato tempo ed energia per la ricerca di partner, per la cura fisica ed estetica, per l’immagine e per l’affermazione della propria identità.

Ambedue i sessi sono coinvolti in tale processo all’interno del quale la polarizzazione del potere ritorna alla femmina giacché essa è l’arbitro della sessualità: il soggetto che accetta o rifiuta il rapporto sessuale.

Il grande sviluppo dell’autonomizzazione del femminile rende sempre più marginale le forme più arcaiche del ruolo maschile e paterno. I nuovi padri, i mammi, si dedicano si all’accudimento primario (pappe, pannolini, ninna nanna) ma sono spesso assenti nell’accudimento secondario più educativo e fondato sulla trasmissione di valori, sul riconoscimento del figlio, sulla protezione e sul trasferimento delle informazioni ricevute dagli antenati.

Tale compito potrebbe essere assunto anche da figure esterne (un maestro, un mentore, ecc. nelle qualità di paternità adottiva, spirituale, ecc.) ma la sua struttura archetipica è paterna ed è questa configurazione primaria quella che è venuta a mancare. Oggi i figli imparano più dai coetanei che dai padri e solo timidamente appaiono nuovi sistemi per riempire il vuoto del principio paterno.

Un tratto archetipico persistente, nonostante la forte e pervasiva presenza materna, è la forte ricerca del padre naturale da parte dei figli, ormai adulti, nelle separazioni, nei divorzi, nelle adozioni o nei figli di ragazze madri. Tale tensione è sicuramente legata al bisogno di rinforzi all’identità personale resa debole dalla mancanza di riconoscimento psicologico e di possibilità di proiezione del sé verso un modello. Manca abbondantemente però l’archetipo presente nel 5° Comandamento “Onora tuo padre e tua madre”. Il testo dice “onora” e non dice “ama” mentre altrove tale verbo è utilizzato e ciò implica una forma di relazione in grado di dare ai genitori l’onore e cioè far si che i genitori possano essere orgogliosi dei loro figli. L’attaccamento primario e l’affettività è infatti una prerogativa tipica del rapporto genitoriale verso i figli ma l’onore può essere dato solo dai figli verso i genitori.

La realizzazione di tale onore (in cui è implicito il miglioramento della specie, anche evolutivo) è possibile solo se il padre realizza il suo compito. Tale compito va insegnato di nuovo, generazione dopo generazione, altrimenti si dimentica. La dimensione del paterno è un’evoluzione del maschile: molti sono genitori ma solo alcuni diventano padri. C’è dunque un maschio primitivo (prepaterno), un maschio competitivo e un maschio paterno. Questa è l’evoluzione interiore, psicologica e spirituale, che si rinnova ad ogni generazione.

 

Padri presenti

L’onore non è la gloria. La gloria è narcisistica mentre la autentica presenza paterna è invisibile, sia socialmente che, spesso, alle stesse madri.  Infatti la paternità non si può configurare come un ruolo sociale ma solo come atteggiamento interiore, relazionale non egocentrico. Per questo motivo è da collocarsi tra le relazioni umane evolute.

Gli archi temporali in cui più fortemente si realizza la presenza paterna sono le età del bambino dai 3 ai 6 anni (stadio pre-operatorio, in cui il bambino inizia ad usare i simboli e il padre può insegnare ad apprendere in modo deduttivo o induttivo), dai 10 ai 13 anni (stadio operatorio-formale, in cui il bambino inizia ad applicare le sue competenze a situazioni astratte) ed al termine dell’adolescenza.

Si alternano così delle fasi in cui le zone di sviluppo prossimale si focalizzano sul materno o sul paterno, con specificità di stili di apprendimento, di relazione e di contenuti[3].

Il modello paterno trasmette educazione con protezione paterna, guida, e affettività la cui prima caratteristica è la lealtà, ovvero la aperta assenza di manipolazione, imbroglio, condizionamento e ricatto affettivo.

L’attuale necessità di puntualizzare il compito paterno è ben ricordato dalle parole del Vangelo di Luca 1,17 “ricondurre il cuore dei padri verso i figli”.

Questo è l’obiettivo e la testimonianza di Padri Presenti.

 

[1]

[2] da “penus” = luogo dei valori nascosti e dei valori maschili di continuità. Di tale lemma oggi permane solo “pene” e “penetrazione”.

[3] E’ bene specificare che l’aver associato le fasi dello sviluppo con le aree di sviluppo prossimale ed averle alternate è una indicazione di massima che non prevede nessuna esclusività, tantomeno rigidità nell’individuare tali aree. Ciò va detto al fine di evitare pretestuosi equivoci utilizzati quando sono in atto conflitti tra atteggiamento materno e paterno.

29/01/2017