La questione dell’esistenza del male di Vincenzo Masini

 

Sul piano della mia ricerca ho lavorato profondamente sulla distinzione tra giudizio e condanna proprio per contrastare l’equivoco presente nel “non giudicare” trasmesso (e mal tradotto dal Vangelo) che è un controsenso visto che il giudizio (e non mi piace sfumare l’equivoco ricorrendo al termine valutazione) è un’operazione mentale continua e sana.

Ho lavorato sulla distinzione tra “giudicare” che è nella mente delle persone ed è solo un processo cognitivo e “condannare” che è un atto relazionale e sociale. La questione è estremamente rilevante perché induce a molte contraddizioni anche sul piano dell’interpretazione della Parola.

Il giudizio può essere difficile e, a volte, sbagliato ma l’albero buono produce frutti buoni e l’albero cattivo produce frutti cattivi. E questa è l’indicazione più semplice per formulare un giudizio: si giudicano buoni assaggiandoli oppure cattivi se hanno un brutto sapore o se ti avvelenano. Poi si può condannare l’albero (sradicandolo) oppure lasciarlo li. Si può avvisare gli amici della sua bontà o della sua pericolosità (ed è un fatto educativo) o tenersi le informazioni per sé laddove non si voglia passare per calunniatori dell’albero…Per questa via si perviene a “io ti giudico ma non ti condanno” lasciando questa seconda parte a chi fa il mestiere del giudice e amministra una pena e, parimenti, si può socializzare il giudizio mettendo in guardia la comunità degli umani sulla nocività dell’albero. “Non giudicare” invece è la via buonista, ipocrita e opportunista perché non prende posizione nei confronti dell’albero che, poverino, non lo fa apposta ad avvelenare le persone.

Rimando ad un breve dibattito sviluppato su http://www.prepos.com/io-ti-giudico-ma-non-ti-condanno/ che discute con semplicità su questo equivoco in cui siamo molto più immersi di quanto non pensiamo tanto da sviluppare sensi di colpa (se giudichiamo) o opportunismi ipocriti (se non giudichiamo). La discussione è affrontata senza far ricorso alla morale o alla teologia proprio per evitare le complicazioni che portano lontano dalla vita quotidiana.

Ove si affronti la questione in senso morale ecco che sopraggiunge la “questione del male”. E cioè il male esiste? Ha una sua natura? Ha una sua strategia? È semplicemente una conseguenza dell’agire umano o esiste la malvagità in sé?

Charles Baudelaire, il poeta dannato dei Fiori del Male, afferma che “Il più bel trucco del Diavolo sta nel convincerci che non esiste!” nonostante tutta la letteratura e tutte le scritture ne discutano e ne propongano le più impressionanti immagini.

Le teologie più recenti si muovono, invece, nella direzione della non esistenza del male e lo vedono come un prodotto dell’assenza di amore nel rapporto tra gli uomini. Il loro punto di vista è che il male appare quando Dio non c’è e risolvono in questo modo la questione dell’infinita Onnipotenza (perché se Dio è onnipotente non elimina il male?) e della infinita Bontà (perché se Dio è infinitamente buono non estingue il male e ce ne libera?). Dunque Dio o non è onnipotente o non è buono.

La soluzione di dichiarare che il male non esiste o che è solo attribuibile alla negatività umana risolve questo “giudizio” su Dio. Contemporaneamente questa teologia ha però il merito di liberare gli uomini dalla paura, dall’oppressione, dai sensi di colpa, dalla dimensione di peccatori che attendono la misericordia di Dio come premio per le loro azioni o la condanna come pena da scontare. È infinitamente triste il ricorso ad una immagine di un Dio punitore e inquisitore perdendo di vista il modo in cui Gesù Cristo ce lo ha invece presentato e cioè come un “Papà Buono”. Non nego che nel corso della storia probabilmente il timor di Dio è servito per contenere azioni malvage, odi, stragi, violenze attraverso la paura della punizione. Ma forse anche questa interpretazione può essere messa in discussione fondandosi sul pentimento, autonomamente scaturito in uomini, anche decisamente malvagi, che hanno però convertito il loro operato.

La teologia della relazione affronta la questione da un altro punto di vista. In primo luogo la relazione interumana è fondata sulla risonanza delle onde cerebrali nei momenti di empatia. Tale risonanza, proposta attraverso la scoperta dei neuroni specchio e verificata attraverso la neuro imagine ma anche attraverso le consonanze degli EEG, consente di dare sostanza alle diverse curve d’onda in risonanza e di leggerle nella loro qualità di prodotto oggettivo dell’agire relazionale interumano (e non solo). L’amore sarebbe dunque una sostanza prodotta all’interno della relazione che rimane come un dato oggettivo anche al di là della mente delle singole persone che lo sperimentano. L’aumento della sensibilità empatica consente di percepirlo anche in certi luoghi, in certi ambienti, all’interno di particolari momenti di comunione tra persone. Tale sostanza è ciò che si è sempre chiamato “spirito”, termine che oggi sostituiamo erroneamente con “clima sociale”, “vibrazioni in sintonia”, “incontro tra i corpi sottili”, ecc.

Erroneamente perché la relazione che da vita al mondo e cioè quella tra Padre Celeste e Gesù di Nazareth si chiama Spirito Santo ed ha consistenza di “Persona” all’interno della Trinità.

Il termine umano “persona” è una semplificazione indispensabile per prendere consapevolezza dell’intenzionalità, della volontà e dell’irradiazione affettiva nel mondo dello spirito come caratteristiche delle Persone della Trinità. Ciò consente l’uscita da religiosità che cercano di interpretare le leggi dello spirito all’interno degli schemi, prodotti dall’uomo, più svariati. Ed è questa l’originalità del Cristianesimo… come Gesù spiega a Nicodemo “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito“.

L’espressione “dove vuole” implica l’intenzionalità della Persona Divina. Del resto se io, essere umano, sono persona, Dio che è più di me deve essere come minimo Persona, oltre un infinito numero di altre cose. Se Dio non fosse persona sarebbe meno di me!

 

La sostanza relazionale dell’amore è dunque un dato di realtà che, oltre ad essere sintonia nella relazione è sostanza in sé percepibile attraverso lo sviluppo della propria consapevolezza e della propria sensibilità spirituale mistica ed ascetica.

 

E il male? Posto che la sostanza spirituale del male sia prodotta dalla sintonia tra costellazioni cerebrali in uomini che ne condividono il sapore ed agiscono di conseguenza, o nei rapporti asimmetrici tra vittima e carnefice in tutte le loro forme possibili (dalla tortura fisica alla squalifica di una professoressa nei confronti di un alunno), questa dimensione assume una valenza spirituale e diventa essa stessa sostanza.

Se è stato l’uomo a produrre il male ormai il male è un prodotto in libera circolazione nello spazio e nel tempo ed ha una sua natura ed una sua intenzionalità, indipendente da chi lo ha messo in moto. Sottovalutare la presenza del male nel mondo ci espone al grave rischio di non riuscire più ad interpretare, nemmeno moralmente, quanto sta accadendo in questa fase della nostra storia evolutiva.

La riproduzione del male e del dolore, nella sua invarianza nella storia determina ormai la sua presenza nel mondo indipendente dagli umani. Così come esiste la sostanza della relazioni positive e produce benessere spirituale e sociale anche la sostanza del male prodotta dalle relazioni negative si riproduce nella storia.

Distrarsi e dimenticarlo può essere davvero spiritualmente pericoloso soprattutto quando tale sostanza malefica sembra aver raggiunto livelli di autocoscienza tali da percorrere vie strategiche per far fallire il progetto di Dio sull’uomo. E per allontanare l’uomo dalla Felicità.

Se oggi osserviamo la manipolazione delle idee e delle informazioni prodotte dall’establisment non possiamo non prendere atto che sono superati i livelli di guardia: non è solo condizionamento di  opinioni ma un processo che intacca le scelte educative e relazionali della vita quotidiana delle persone.

La tecnologia di manipolazione chiamata finestra di Overton[1], ad esempio, ha lo scopo di abituare la gente all’inaccettabile attraverso passaggi successivi che rendono addirittura legale quella stessa idea fino a ieri impensabile. Questa tecnica si fonda sull’ipocrisia e sugli irretimenti che le persone subiscono a causa dei loro copioni primitivi ed impedisce lo sviluppo di sane relazioni interpersonali. Abbiamo così accettato il declino dei valori, la diffusione della droga, del gioco d’azzardo, la teoria del gender, la burocrazia informatica, il clientelismo, la corruzione, il consumismo, l’immigrazione forzata, la privacy, la precarietà, le perversioni sessuali, il sadismo, ecc. Ed ora accetteremo gli obiettivi del Bildelberg e della Trilateral delle multinazionali: la globalizzazione imperante, la guerra, la legittimazione della pedofilia, il ritorno alle aristocrazie medioevali e un sostanziale ripristino delle servitù della gleba. Il capitalismo è oggi una religione che fa della meritocrazia (corrotta) un culto finalizzato alla legittimazione delle disuguaglianze dove i demeritevoli sono scacciati perché sventurati. La struttura che regge questo sistema è un impianto?, un apparato?, un sistema? , è la finanza internazionale?, è il mercato?, è il denaro? è una necessità? è il caso?…A fronte di tutte queste numerose categorie interpretative ciò che sta alla base del reticolo di potere appare sotto il nome di “male” che si presenta cosciente, consapevole e intenzionale. E la lotta contro questo male non può essere efficace se non parte dal giudizio e dalla condanna e se, soprattutto, non mette in gioco il vero territorio della battaglia: il mondo delle sostanze relazionali o, meglio, il mondo dello spirito.

Dunque il quadro del potere nel mondo si presenta oscuro sia per la caduta delle libertà democratiche mediante raffinati e mutevoli sistemi elettorali sia per i conflitti/intese tra i gruppi di potere. E’ assai probabile che, non essendoci alcun progetto (anche utopico) di società, la web society si presenti come sistema in perenne crisi con continui riaggiustamenti e cambi di linea.

Nel frattempo l’avanzata tecnologica renderà minima la partecipazione attraverso il lavoro liberando i “servi della gleba” dalla fatica del lavoro ma privandoli dell’identità di produttori.

Tutto ciò apre però un immenso spazio per la formazione di relazioni evolute specialmente nel mondo giovanile che, progressivamente affrancandosi dalle monocordi comunicazioni dei social (pur usandole con competenza) proverà il desiderio di sensazioni, emozioni e sentimenti carichi di sostanza affettiva.

Occorre però che siano in grado di esprimere giudizi e di ricevere protezione dalla sostanza relazionale maligna che circola nel sistema. Ecco perché non va sottovalutato il male e le sue strategie.

Può però diventare oggi possibile un progetto di lavoro che tendenzialmente riguarderà il futuro assetto del sistema sociale fondandosi sulla costruzione di piccole molecole relazionali che costruiscono ed hanno cura del rapporto che si crea tra le persone molto più che dei risultati socialmente visibili e politicamente/economicamente spendibili. Come del resto la storia umana ci ha mostrato attraverso i fari di civiltà e di evoluzione nati nel contesto di comunità, piccole nel mostrarsi ma gigantesche nel proporsi come capisaldi del mondo dello spirito.

[1] La finestra di Overton è uno schema di comunicazione-persuasione ideato da Joseph P. Overton (1960-2003). Si tratta di un modello di persuasione centrato su sei fasi che descrive lo spostamento dell’atteggiamento dell’opinione pubblica rispetto a una certa idea. Sulla base del modello di Overton, sono state  costruite campagne a favore di alcune idee non accettate dalla società che, come da schema successivo, diventano diffuse e legalizzate.

 

 

30/9/2017

Smascherare l’ipocrisia

SMASCHERARE L’IPOCRISIA

di Vincenzo Masini

9/3/2017

 

 

 L’idea si fa strada a poco a poco. E’ qualcosa che ho da tempo dentro di me e che si muove e si agita. La natura patologica dell’ipocrisia mi è da tempo nota e l’ho meditata e, per quanto complessa e perversa, mi appare abbastanza chiara da consentirmi di scrivere che “l’ipocrisia è una comunicazione che finge di essere una relazione”. Un’affermazione che è una specie di versetto, una sura. Attribuisce alla comunicazione il carattere secondario di trasmissione di informazioni mentre designa la relazione con un carattere primario di sincronizzazione mentale tra persone. Ciò che si forma nell’onda relazionale è una vera e propria sostanza. La finzione ipocrita toglie consistenza alla sostanza.

L’ipocrisia ha un ruolo enormemente distruttivo per le relazioni. Infatti l’ipocrisia dissolve le relazioni, destruttura la personalità di chi la subisce, impedisce l’emersione dell’autenticità della vita, umilia l’umanità.

Da tempo ho scoperto che il mio lavoro di psicoterapeuta è spesso consistito nel liberare le persone dalle ragnatele delle ipocrisie in cui erano irretite. Se qualcuno sta male, spesso c’è qualcun altro nascosto, reale o fantasmatico, presente o passato, che lo fa star male.

Oggi mi appare lampante la necessità di smascherare, ed invitare a smascherare, l’ipocrisia per raggiungere il proprio benessere, per dare soddisfazione agli altri e per realizzare il bene comune.

 

La voglia di coraggio, di sincerità, di lealtà

Questo passaggio di liberazione dalle dipendenze e dai condizionamenti ha oggi bisogno di una lettura molto più ampia se accostiamo condizionamenti e dipendenze alle relazioni malate di ipocrisia.

Ipocrisia sottile, celata, in cui si cade senza accorgersene: una trappola ordita contro le relazioni affettive da chi gestisce il suo potere egocentrico per dominare.

La pericolosità dell’ipocrisia sta nel suo contagio: se infatti mi accorgo che chi si relaziona a me è un ipocrita e faccio finta di non accorgermi della sua ipocrisia divento io stesso ipocrita e sono trascinato nello stesso gorgo.

Non si tratta più solo di liberarsi e difendersi dagli attentati ai propri sentimenti ma di comprendere e contrastare un’insidia molto più penetrante.

Gli attentati ai sentimenti sono infatti visibili in chi si approccia a noi sempre in modo ultracritico o polemico, in chi opprime, intimida, squalifica, seduce, demotiva, istiga e imbroglia. E’ facile riconoscerli anche quando si fingono lamentosi piangendosi addosso o vogliano coinvolgerci nelle loro esigenze oppure manipolarci con invadenza. Sono tutte persone che ci parassitano scaricandoci addosso problemi da cui occorre non farsi coinvolgere e da cui, anzi, occorre prendere le distanze perché qualunque rapporto di aiuto, dato alle loro condizioni, non modifica la loro realtà e ci trascina nella confusione. Senza una chiarificazione autocritica da parte di tali attentatori non è possibile nessun rapporto di autentico aiuto.

Il nucleo patologico dell’ipocrisia si pone però a un livello ancora più raffinato, giacché l’ipocrita si presenta come un soggetto equilibrato, positivo, cordiale ed aperto alla relazione. Ma propone una relazione falsa. In prima approssimazione si presenta come una relazione di cortesia, attenta e non invadente, positiva ed anche elegante. Ma, a ben vedere, la relazione è una costante falsificazione di ciò che si vive davvero con quella persona. L’ipocrisia relazionale è molto sottile perché non svela mai l’equivoco di definirsi come una relazione vera, autentica e profonda mentre invece nasconde abilmente l’essenza delle persone in relazione.

Essa si può definire come una “falsificazione definita vera nella relazione”. Infatti, se una relazione è falsificata non è possibile svelarla (per convenienza, per distrazione, per accondiscendenza, per dubbio, per timore…) e la sua assenza di autenticità proietta su chi la vive una zona d’ombra.

La sensazione è che ci sia qualcosa di nascosto da cui guardarsi perché non si capisce dove l’altro voglia arrivare. Ci si aspetta prima o poi un passaggio di verità, una richiesta, un atto spontaneo che mostri la vera anima del nostro interlocutore ed invece tutto rimane in uno stadio indefinito di opacità. Ciò non significa che gli attori della relazione debbano essere sempre e assolutamente trasparenti, aperti e sinceri. Significa che quando un attore si accorge della mancanza di autenticità espressa dall’altro e, a sua volta, finge di non accorgersene, la relazione si ammala.

Una certa quantità di discrezione e riservatezza non ipocrita è assolutamente tollerabile specie nella fasi iniziali di contatto relazionale ma ci si aspetta che qualcosa accada per entrare in qualche forma di condivisione più carica di affettività. Se una relazione non cresce e non si rinnova decanta e progressivamente svanisce.

L’ipocrita invece alimenta le sue relazioni senza mai farle diventare vere, tantomeno evolute o autenticamente affettive, e senza che mai si attui qualche vero scambio. E’ un professionista della diplomazia relazionale.

 

La malattia psicologica dell’ipocrisia

L’ipocrisia nelle sue diverse forme è il principale male relazionale dell’umanità in questa fase della sua storia. Subire le relazioni ipocrite e adattarsi a esse fa entrare in una spirale di progressiva sofferenza psichica. Per chi non ne comprende il gioco, infatti, il suo ripetersi è un baratro di “non senso” che distrugge la personalità e fa perdere il contatto con se stessi. Si perde la padronanza di ciò che si vive perché svanisce la capacità di empatizzare, e distinguere, l’autenticità dal falso. Si galleggia così su schemi di comportamento e di azione ritenuti funzionali a diverse contingenze senza accorgersi che non consentono l’espressione delle emozioni e che costruiscono pensieri rigidi privi della comprensione delle metafore, degli esempi e dell’ironia. Veri e propri disturbi del pensiero che deraglia, si blocca o diventa persistente. Tali schemi, intimamente connessi alla relazione ipocrita, diventano veri e propri disturbi di personalità che possono far perdere i confini della propria identità.

La situazione di scissione vissuta all’interno di scene relazionali ripetute e da cui non è possibile ricavare senso condiviso (ricavare cioè processi di associazione e conferma delle emozioni sperimentate) destruttura il senso personale di identità. Oppure produce la mancanza di autodirezionalità intesa come capacità di perseguire obiettivi coerenti e significativi sia a breve che a lungo termine. L’introiezione di scene relazionali di cui non si comprende e non si condivide la prospettiva (non si intuisce dove vanno a finire perché l’ipocrisia non è chiarificabile) impedisce l’autoriflessione attuale e prospettica. O, ancora, la caduta dell’empatia, generata dall’impossibilità della verifica mediante oggettivazione del vissuto altrui e della definizione relazionale della relazione, fa cadere la comprensione degli effetti del proprio comportamento sugli altri. E, infine, il ritiro dall’intimità per scarsa profondità e durata della relazione positiva con gli altri è spesso causata da sofferenza assimilata nei momenti di falsa vicinanza per ipocrisia relazionale. Molti disturbi di personalità possono dunque essere considerati frutto di socializzazione ipocrita, qualora si comprenda il dramma dell’ipocrisia relazionale e il suo ruolo nell’impedire l’empatizzazione della definizione relazionale e la chiarificazione della sostanza relazionale prodotta. Le conseguenze dell’ipocrisia nel vissuto spaziano dunque lungo tutti gli ambiti del disagio: labilità emotiva, ansia, angoscia di separazione, sottomissione, ostilità, antagonismo, perseverazione, depressione, distacco e sospettosità, ritiro, evitamento dell’intimità, anedonia, affettività ridotta, sospettosità, manipolazione, inganno, grandiosità, ricerca di attenzione, insensibilità, ostilità, irresponsabilità, impulsività, distraibilità, tendenza a correre rischi, perfezionismo rigido, convinzioni ed esperienze inusuali.

L’ipocrisia infatti agisce a diversi livelli a seconda della progressiva evoluzione delle relazioni. Finché le relazioni sono primitive, si attua solo la ripetizione dei flussi relazionali empatizzati, non si innesca ancora nessuna forma di coscienza della relazione e dunque l’ipocrisia può essere innocua perché, in fondo, la relazione nemmeno c’é.. Le forme di apprendimento ripetitivo sono in contatto con istinti e pulsioni e lo stato mentale caratterizzante è la coscienza sonnolenta. Possono determinarsi atteggiamenti di falsità e di inganno, più o meno riconoscibili, ma non raggiungono la complessità dell’ipocrisia. I bambini non sono ipocriti.

Nelle relazioni oppositive invece la coscienza si oppone dialetticamente a qualcosa che la limita. In questa dialettica prende forma una prima definizione della relazione che può consentire di muoversi verso relazioni affini, oppure un pervicace attaccamento a forme di opposizione contro gli altri dovute alla sensazione di aver subito torti o ingiustizie o mancanze senza saperle bene riconoscere e senza saper attribuire chiaramente la responsabilità agli ipocriti che hanno fatto finta di prendersi cura senza mai averlo fatto davvero.

 

Il linguaggio dell’ipocrisia è politicamente corretto

L’ipocrisia ha costruito numerose modalità relazionali che danneggiano e sottomettono le persone attraverso la mistificazione, l’istigazione, la manipolazione, il condizionamento, ecc., ipocritamente negato: l’oppressione esercitata “per il bene dell’altro”, il giudizio, la critica e la condanna per far andare l’altro sulla giusta strada, l’istigazione per diffondere le maldicenze e  “svegliare”  e  “motivare” le persone affinché se ne rendano conto, l’inganno strategico per non far riconoscere la vera faccia del potere.

Il volto del potere che non riusciamo a vedere è quello che si nasconde dietro i criteri legalitari e giustificazionisti della burocrazia e della tecnocrazia ma, per riuscire a cogliere la sua natura, è necessario prima purificarsi della facciata con cui si presenta e cioè dal “politicamente corretto”.

Il tema del politicamente corretto è infatti la via attraverso cui più sottilmente si insinua la strategia politica dell’ipocrisia. L’espressione “politicamente corretto”, nata negli anni ’70, si incentrava sul tipo di linguaggio da utilizzare per garantire il rispetto verso persone appartenenti a minoranze, a differenti culture, con situazioni di disabilità, di esclusione sociale o di maggiore debolezza nel potere contrattuale e nell’immagine. Il linguaggio voleva rappresentare un atteggiamento di accettazione e di inclusione da parte dei “politicamente corretti” per sancire una alleanza politica con le diverse minoranze. Non si trattava solo di consentire attraverso diverse ipocrite “carte dei diritti” o attraverso l’ipocrita “diritto alla privacy” la possibilità di vivere secondo le proprie scelte di costume, di stile di vita, personali fedi e convinzioni, senza subire emarginazione o etichettamento sociale ma di considerare inclusa nella società ogni forma di diversità e di stranezza, facendo finta che ci fosse una società che includeva. Mentre la società, intesa come insieme di relazioni tra persone, era già evaporata nelle sue appartenenze e sostituita da un raffinato sistema di ruoli sociali e di maschere dentro i cui schemi gli esseri umani dovevano adeguarsi.

Ruoli e maschere, peraltro, talmente astratti da non determinare mai la certezza di un giusto adeguamento, negli abiti, nel comportamento, nelle regole sociali, nei modi di fare tanto da far nascere, soprattutto tra i giovani, quel diffuso senso di inadeguatezza che apre le porte al disagio esistenziale.

Il “politicamente corretto” è proposto come un linguaggio totalmente libertario ed è funzionale a creare la convinzione che sia possibile qualunque inclusione sociale delle minoranze le quali vengono percepite come “maggioranza” formata dalla somma di tante minoranze. In realtà è spesso sempre lo stesso individuo proprio perché a partecipare alle diverse minoranze (contemporaneamente ambientalista, vegetariano, omosessuale, malato, disabile, tossicodipendente, appartenente ad una minoranza etnica, ad una religione non ufficiale, ecc.). Tale maggioranza sembra essere l’autentico tessuto di rapporti che costituisce la società.

In realtà tale società semplicemente non esiste. L’accettazione della minoranza è quindi solo nominalistica e la tolleranza verso il diverso è solo linguistica poiché non è autenticamente relazionale. Infatti si esprime sul piano dei diritti civili, delle carte dei diritti, delle leggi e delle forme di interazione sociale condivise e normate ma non nella realtà delle relazioni umane. In altre parole è ipocrita.

La minoranza si attenderebbe però un altro livello di accettazione relazionale poiché vorrebbe che la maggioranza si “facesse simile” ovvero conformasse lo stile di vita al messaggio, anche di sofferenza, di cui la minoranza è portatrice. L’attesa ingenua della minoranza è quella di poter essere maggioranza per ottenere un’identità collettiva che sazi il bisogno di riconoscimento.

Invece si trova di fronte solo al cambiamento del linguaggio. Il linguaggio determina nella minoranza una ulteriore e più forte attesa di attenzione e di cura che però non arriva. Il buonismo alle spalle di tali promesse di integrazione e di inclusione è di gran lunga superiore alle possibilità relazionali, sociali ed economiche dei sistemi e degli stili di vita. Il politicamente corretto finisce così a generare ulteriori aspettative deluse che, se diventano rivendicazioni, generano reazioni di rifiuto sociale verso le minoranze ancora più forti.

L’ipocrisia del linguaggio politicamente corretto produce danni relazionali molto grandi all’interno della società fino a destituirla e renderla così liquida da non presentarsi più come un corpo sociale ma solo come un insieme di connessioni rette da impalcature burocratiche. Ipocrisia e burocrazia sono infatti fenomeni della stessa specie, infatti l’ipocrisia sta alla persona come la burocrazia sta alla società.

 

Burocrazia e ingiustizia

Ma cosa nasconde il politicamente corretto?

In primo luogo l’equivoco tra la legalità e la giustizia giacché non è assolutamente detto che una legge, in quanto legge, rappresenti un passo avanti verso la realizzazione dell’obiettivo giustizia. E’ molto difficile definire cosa sia la giustizia mentre tutti noi percepiamo molto bene cosa siano le ingiustizie! E, quotidianamente, siamo di fronte a fatti di ingiustizia senza riuscire a raccapezzarci del perché avvengano e del modo in cui tali ingiustizie siano orchestrate.

La palese verità si spalanca però di fronte a noi nel momento in cui riusciamo a capire come funziona l’ipocrisia nella società burocratica.

Prima di tutto scopriamo che il fastidio sperimentato per la figura del burocrate è giustificato e giusto giacché egli è la personificazione del male! Non è fedele alla legge anche se finge di esserlo, non è impersonale e neutro ma vive di clientele, non obbedisce ai regolamenti ma li costruisce e li utilizza a suo piacimento, non è onesto perché costruisce lui stesso i concorsi attraverso cui è assunto nella casta sulla base di criteri che lo favoriscono, non è leale perché utilizza il suo ruolo per massimizzare il suo potere, non è generoso perché si sottrae al suo impegno per demotivazione ed egoismo, non è relazionale perché si ritiene una persona speciale in ragione della sua collocazione, non è competente perché non riesce a districarsi tra i problemi burocratici che la sua stessa mentalità ha creato, non è chiaro perché la sua presenza è sempre fonte di complicazioni, non è utile perché la sua presenza rappresenta sempre un costo sociale, non è bello perché è ingrigito nell’animo e nell’aspetto, non è colto perché la sua chiusura mentale gli impedisce di allargare i suoi orizzonti, non è simpatico perché la sua apertura emozionale si limita all’ambito in cui è ristretto, non è delicato perché il suo ruolo lo trasforma in prepotente, … insomma è rozzo, antipatico, vuoto, inutile, pesante, ossessivo, invadente, prepotente, oppressivo, ossequioso, viscido, losco, strisciante, falso, opportunista, egoista, noioso, pedante, parassita, improduttivo, scontato, inefficiente, ecc..

Ciò dipende dal fatto che il fondamento del potere della burocratico è l’inerzia ovvero il deliberato rallentamento (coperto da motivi sempre misteriosi) delle trafile a meno che una potenza esterna non faccia pressioni per velocizzarle. Le diverse velocità nell’espletamento delle pratiche demandate al potere della burocrazia non sono funzionali all’efficienza della piramide burocratica ma a sistemi per aggirare quella complessità crescente del sistema che la burocrazia stessa produce, governa e regola rendendo inossidabile il suo potere.

 

Burocrazia e tecnocrazia

Il potere dei tecnocrati, che sono la forma più recente della mutazione dei burocrati, è l’assalto più pericoloso alle democrazie ed alla conquiste sociali del secolo scorso.

La gran parte dei burocrati rimane di basso rango, ovvero non vengono prescelti per l’ingresso nelle élites e, nel rimanere all’esterno dell’Olimpo a cui tendevano, cadono in una profonda alienazione che li conduce all’inefficienza precedentemente descritta, alla incapacità addestrata, alla deformazione professionale, al ritualismo operativo fino all’assenteismo organizzato, se non addirittura a vere e proprie sindromi passivo aggressive verso cittadini, nei confronti dei quali proseguono nella  finzione ipocrita della neutralità, del rispetto della forma ,

I burocrati di alto rango sono prescelti attraverso i canali privilegiati della conoscenza burocratica del funzionamento dei concorsi pubblici, della selezione per titoli, dell’incarico ad personam, naturalmente motivato in modo burocraticamente perfetto e blindato come solo un burocrate sa fare. I burocrati di alto rango vengono cooptati all’interno della casta dei tecnocrati al servizio e compartecipi della superclass delle multinazionali e delle sue diramazioni di potere vigenti nei diversi paesi. Vengono infatti ed inseriti nei settori chiave delle organizzazioni statuali e internazionali per favorire gli interessi della progressiva concentrazioni dei poteri e delle ricchezze. Tecnocrati e Superclass, e le loro organizzazioni internazionali, hanno infatti in comune l’odio per le democrazie politiche degli stati sovrani.

Il processo di globalizzazione, innescato dalle élites burocratiche e tecnocratiche, sembrerebbe tendere all’organizzazione di un nuovo stato mondiale in cui le multinazionali hanno il ruolo di dirigere gli orientamenti del mercato e dell’economia. L’ipocrisia della globalizzazione mostra il suo vero volto nella crisi globale del 2006 quando, a seguito della messa in atto da parte della banche internazionali di alcuni nuovi strumenti finanziari ad alto rischio (i Credit Default Swap che trasferiscono i rischi a terzi, i mutui subprime concessi dalle banche senza ricorrere a efficaci garanzie di restituzione e gli Hedge Funds, fondi di investimento gestiti da privati e fondati su derivati e vendite allo scoperto), esplode la bolla immobiliare e, soprattutto, assicurativa.

L’ultima ipocrisia dei tecnocrati è la lotta e la polemica contro i “complottisti” ovvero contro coloro che cercano di comprendere a chi appartenga, ad esempio, la BCE, le cui quote sono distribuite tra la principali Banche Nazionali, le cui quote sono distribuite tra Banche private, assicurazioni, enti, ecc., le cui quote azionarie sono ulteriormente frazionate in incroci di difficile lettura in mano alla Superclass ed ai tecnocrati.

L’ipocrita cortina di fumo dietro cui si nascondono interessi potentissimi è raffinatamente coperta dall’ipocrisia magistralmente amministrata dal ceto dei burocrati statalisti.

E’ da questa casta che il potere delle multinazionali seleziona e attinge i burocrati che diventeranno i tecnocrati amministratori internazionali del potere e della finanza a nome e per conto delle agenzie di cui sono in parte dipendenti, in parte soci. E l’ipocrisia politico burocratica regna sovrana! Ho analizzato altrove[3] più in profondità il rapporto tra burocrazia e corruzione cercando di individuare nella semplicità e nella Real Justice strumenti che potrebbero contenere la contaminazione e la corruzione che la burocrazia e la tecnocrazia determinano. C’è però prima da riconoscere ed affondare il vascello degli ipocriti aprendo gli occhi disincantati alla visione della realtà che ci circonda.

 

La malattia spirituale dell’ipocrisia

L’aspetto più inquietante dell’ipocrisia è però quello che riguarda la sfera più intima e spirituale della persona. La forma del rituale incarcera la spiritualità e produce una simulazione che allontana dalla partecipazione autentica alla ricerca del senso della vita e della morte. “E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti, che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano” (Mt 6:12). Il primo livello dell’ipocrisia nella spiritualità è quello di far vedere di possederla mentre essa è solo una finzione di convenienza. L’atteggiamento devoto e buonista si presenta come un formidabile passaporto per essere socialmente accettati e per presentarsi con l’aspetto adeguato alla superficialità delle relazioni. I rituali coprono tutto perché sono un modello magico, praticabile solo ai diversi iniziati, per fingere di entrare in contatto con la dimensione dello spirito. Questo simulato contatto è un ottimo vanto ed una benemerenza sociale ingannatoria. Il rinforzo narcisistico dell’io può dare una soddisfazione momentanea ma “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere davanti agli uomini per essere da loro ammirati” (Mt 6:1), mette in guardia chi sa ascoltare: la più “bella figura” non riempie il vuoto esistenziale!.

Il secondo passaggio, più grave ancora è quello della mistificazione. “Trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste cose bisognava praticare, senza omettere quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!” (Mt 23:24). La mistificazione è pervicacemente presente nelle norme etiche, morali e nelle prescrizioni religiose. In tutte. Le leggi morali si riferiscono teoricamente ai valori ma, affinché si formi un valore, è necessario le persone abbiano potuto viverlo per assimilarlo e che non sia semplicemente una obbedienza formale che, spesso, lo rende vuoto o incomprensibile. Noi conosciamo la giustizia nel momento in cui, dopo grande fatica e ricerca, siamo riusciti a realizzarla e la vediamo buona e giusta. Raramente riusciamo a vederla come frutto di applicazione di un codice giacché la vita non si presenta mai lineare come le prescrizioni etiche tendono a far supporre. “Ipocriti! Sapete giudicare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?” (Lu 12:56).

E’ proprio l’originalità della coscienza umana che ci mette costantemente di fronte a contraddizioni, a scelte complesse e a momenti critici che superiamo quando la coscienza riesce a librarsi di un gradino e diventare consapevolezza della nostra condizione. Allora ci rende liberi di scegliere e di orientarci sulla base di una soggettiva riflessione personale. Invece della supina obbedienza sappiamo produrre un valore e, sentendolo profondamente nostro, siamo fedeli al suo autentico significato e riusciamo ad essere felici e a esultare nella realizzazione di qualcosa di positivo che abbiamo realizzato. Privare l’essere umano di questa potenzialità, per legarlo alla adesione passiva a una norma o a un rituale, è un delitto contro la sua spiritualità.

L’inganno è una terza tragica potenzialità dell’ipocrisia. Esso è esercitato sulla base della convenienza dell’ipocrita, burocrate nello spirito. Egli attira a se i suoi adepti attraverso un carisma seducente per aumentare la sua sfera di influenza e la sua personale importanza. Gode a mostrare i suoi trucchi e le sue abilità di capacità di convincimento, di coinvolgimento e di fascinazione che funziona però solo quando è esteticamente ben costruita, quando è solenne, quando è incensata per cadere invece nel vuoto subito dopo. E quando si avrebbe la necessità profonda di sentire una autentica risposta dentro di sé, tale risposta non si trova. Così accade che momenti anche apparentemente esaltanti di espressione spirituale condivisa lascino un senso di vuoto e di insoddisfazione e rimangano come esperienze che non hanno consolidato nessun valore nella coscienza. Così che quando le persone cercano di attingere ai ricordi connessi ad esperienze che sembravano forti e significative, si trovi solo il vuoto dell’angoscia. Ciò significa che l’esperienza che qualcuno ci ha proposto era una ipocrisia. “ Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno son belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume” (Mt 23:37).

La manipolazione dell’ipocrisia è molto più intenzionale e strategica del semplice inganno. “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci” (Mt 23:13). Essa è tipica dei falsi maestri, di coloro che fingono di possedere risposte e di averle raggiunte attraverso la fatica di una poderosa ricerca interiore ma o non hanno mai fatto alcun cammino e semplicemente fingono di averlo fatto o ne hanno perso il significato perché assorbiti dal desiderio e dal gusto di avere lode dagli uomini intorno a loro.

In ambedue i casi le loro indicazioni sono false e pericolose perché insegnano “dottrine che sono precetti di uomini” (Mr 7:6) e non esperienze, testimonianze o percorsi autentici vissuti in prima persona che hanno condotto a vedere i cieli aperti.

Spesso questi falsi maestri, appartenenti a tutte le forme di religiosità e a tutte le religioni, sono in aperta malafede e trasferiscono solo le loro congetture o le loro ideologie e non insegnano autentici passi per la crescita interiore e spirituale. Il conflitto interno che si genera dentro di loro è l’aspetto più inquietante e pericoloso perché, a più riprese, sono chiamati a ripensare a ciò che fanno e a ciò che dicono, ma la voce della loro coscienza non riesce più a raggiungere la soglia della consapevolezza e scelgono di proseguite nel loro personale racconto e nella loro personale ubriacatura. Ed eccoli, all’improvviso, implosi dentro di sé i fondamentalisti giungono a praticare forme di fanatismo, di oppressione e di violenza che sono l’esatto contrario del punto di partenza da cui avevano mosso i loro primi passi di ricerca spirituale. Sono passati al “lato oscuro della forza” come Anakin Skywalker che si trasforma in Dart Fener in un progressivo crescendo di malvagità che lo rende schiavo del suo inconscio tormentato. L’esatto contrario della consapevolezza che rende trasparente e purifica dalla ambivalenze dell’inconscio.

La finzione ipocrita gioca sull’equivoco e scivola nel paradosso che lentamente prende il sopravvento. L’equivoco progressivamente si trasforma in malafede. Chi agisce in malafede inganna se stesso e si nullifica, perché la malafede non è né più solo l’emergere di desideri inconsci né solo una menzogna: la malafede vive in una terra di nessuno, in quanto impedisce di dare a se stessi una definizione chiara delle proprie intenzioni. È una sorta di auto-ipocrisia in cui le voci interiori sul significato dell’azione svolta, o da svolgere, sono messe a tacere in un processo che rallenta e dissolve la coscienza tramite un’auto-ipnosi consolatoria e fatalistica. Il soggetto sa che la sua azione produrrà danni a sé ed ad altri, ma finge di non accorgersene e compie ugualmente l’azione ricorrendo per giustificarla a tutte le buone scuse a sua disposizione. Questa condizione di quasi coscienza sonnolenta regressiva è diametralmente opposta alla consapevolezza e rimuove anche il potenziale rimorso nel danneggiare fisicamente e psicologicamente qualcuno.

“Guardatevi dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia. Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto (Lu 12:1)” è un insegnamento intramontabile che smaschera la malafede perché è proprio vero che la verità finisce per emergere nella sua evidenza, per chi ha gli occhi per vederla e la mente libera per gustarla.

 

[1] vedi la storia di Prevenire è Possibile, Da Prepos a Relazioni Evolute, i Convegni e la Storia dei Cavalieri di San Valentino

[2] La Regola dei Cavalieri di San Valentino

[3] Burocrazia e Apocalisse, La Svolta Relazionale,

Il pericolo della penetrazione burocratica/tecnocratica nella Web Society di Vincenzo Masini

Consunzione degli stati moderni, multinazionali della globalizzazione e burocrati/tecnocrati

La critica all’establisment e al suo stile polically correct deve oggi incentrarsi su una analisi della crisi della democrazia come frutto della sottovalutazione del cambiamento epocale prodotto dalla globalizzazione e dall’ingresso imprevisto sulla scena della politica di 75000 multinazionali (di cui circa 400 con un orizzonte di interessi mondiale) che sono il vero luogo delle decisioni politico economiche che orientano il mondo.

Non è un caso che le consultazioni democratiche si orientino verso i populismi per cercare di fermare o rallentare il processo di dominio sul mondo di questi potentissimi gruppi di interessi (a cui le diverse fazioni micropolitiche dei partiti tradizionali fanno riferimento pensando in questo modo di poter contare e di poter  ricavare qualche fetta di potere come servi sciocchi). Non è nemmeno un caso che i più fini politologi pensino che, fino a quando gli stati hanno ancora un potere giuridico-legislativo, sia il caso di rendere democraticamente elettive le cariche dei consigli di amministrazione di queste multinazionali che, tendenzialmente, rappresentano la nuova forma di governo mondiale nella web society. E propongono questa operazione di democratizzazione prima della tendenziale estinzione degli stati postmoderni. Dopo sarebbe ovviamente troppo tardi. A ben vedere gli unici stati al mondo che hanno ancora dignità di stato moderno sono solo quattro: gli USA, la Russia, la Cina e l’India che, per la loro estensione la loro organizzazione statuale possono ancora confrontarsi con le superpotenze dell’economia transnazionale. Gli altri stati hanno in gran parte perso la loro identità per permeabilità dei confini, per fragilità degli ordinamenti, per impossibilità di intervento sui processi macroeconomici, per dipendenza dai processi finanziari internazionali e per incapacità di gestione amministrativa delle loro risorse. Queste ultime gestite con margini di manovra insignificanti rispetto alla necessità di ripensare, riprogettare e ricostruire l’idea stessa di stato sociale.

La consunzione degli stati moderni appare evidente sotto i nostri occhi nel concreto fallimento dell’idea di welfare state (ugualitario, erogatore di servizi, amministratore della fiscalità, equanime, onesto e improntato alla giustizia sociale) di cui non solo non vi è più traccia ma nemmeno più idea.

La progressiva disintegrazione degli stati moderni avviene sotto la spinta di molteplici fattori. Da un lato l’irrimediabile crisi fiscale degli stati con la conseguente impossibilità di pareggio di bilancio. Tale crisi fiscale è strettamente connessa alla globalizzazione che consente alle multinazionali di localizzare le unità produttive e le unità amministrative a seconda delle loro convenienze: le unità produttive laddove il costo del lavoro è più basso, magari godendo contemporaneamente dei contributi e degli incentivi statali nei paesi dove hanno la sede amministrativa[1]; le unità amministrative nei paesi dove la tassazione dei loro utili è più bassa[2] giocando sulla mancanza di regolamentazione fiscale internazionale.

Dal lato dei bisogni la segmentazione burocratica delle forme assistenziali di welfare manca di una idea guida in grado di orientare il futuro assetto complessivo della società e non risolve i conflitti sociali determinati dalla mancanza di strategia e di obiettivi: come risolvere, ad esempio, il conflitto tra i fondi erogati per l’accoglienza di migranti e le condizioni di povertà in cui versano migliaia di cittadini italiani? E da cosa dipende questo ed altri conflitti che hanno eroso la possibilità di far esistere il welfare? E quel’è la principale causa della progressiva estinzione degli stati e la vincente organizzazione mondiale delle multinazionali (cha sanno fare meglio degli stati e, soprattutto, sanno fare a meno degli stati)?.

L’idea ottocentesca di stato la cui costituzione è centrata sull’homo faber (la repubblica fondata sul lavoro) richiede o una ridefinizione del concetto stesso di lavoro o la ridefinizione del fondamento costituzionale incentrando, ad esempio, il significato dello stato sul principio guida della solidarietà.

I principali valori di riferimento della modernità sono stati la libertà, l’uguaglianza e la fraternità e le diverse forme di democrazia hanno rivestito il ruolo di metodo per realizzarli ed ampliarli anche a valori di accettazione, tolleranza (figlie della libertà), giustizia e progresso sociale (figli dell’uguaglianza), accoglienza e responsabilità (figlie della fraternità).

Se nella attuale contingenza della globalizzazione si può osservare il ruolo delle multinazionali come destrutturatore dei criteri valoriali del welfare, si deve però osservare che, nel corso dei decenni più recenti, ciò che ha sistematicamente impedito agli stati postmoderni la realizzazione di un sistema di funzionante di welfare è stata la burocrazia.

L’idea weberiana a cui ci siamo assuefatti di burocrate era incentrata su:

la fidelizzazione del burocrate al sistema gerarchico che è andata in crisi quando il lavoro burocratico non è più consacrazione e appartenenza ad una casta venerabile e prestigiosa ma diventa una professione e una carriera simile alle altre, sindacalmente tutelata con forme di contratto collettivo stipulate con “se stessa”.

l’impersonalità nelle relazioni esterne e interne sistematicamente influenzate da mediazioni di “convenienza politica e sociale” che utilizzano diverse velocità nell’espletamento delle pratiche demandate al potere della burocrazia. Il fondamento del potere della burocratico è infatti l’inerzia ovvero il deliberato rallentamento (coperto da motivi sempre misteriosi) delle trafile a meno che una potenza esterna non faccia pressioni per velocizzarle.

la presenza di un sistema formale di regolamenti non è più la ragione della struttura piramidale gerarchica nell’organizzazione burocratica giacché il burocrate conosce bene i sistemi per aggirare quella complessità crescente del sistema che la burocrazia stessa produce, governa e regola rendendo inossidabile il suo potere.

Solo sostituendo la sbagliata concezione weberiana di burocrazia con quella dimentica (o rimossa?) del potere delle élites del nostro Vilfredo Pareto si riesce a comprendere l’evoluzione della burocrazia in tecnocrazia con due principali conseguenze.

Per i burocrati di basso rango non prescelti per l’ingresso nelle élites è iniziata una fase di profonda alienazione che li ha condotti all’inefficienza selettiva ed a vere e proprie sindromi passivo aggressive versi cittadini, alla finzione della neutralità, alla disuguaglianza selettiva, alla incapacità addestrata teorizzata da Veblen, alla deformazione professionale di Warnotte, al ritualismo operativo fino all’assenteismo organizzato.

I burocrati di alto rango, prescelti attraverso i canali privilegiati della conoscenza burocratica del funzionamento dei concorsi pubblici, della selezione per titoli, dell’incarico ad personam – ovviamente motivato in modo burocraticamente perfetto e blindato –  sono stati selettivamente cooptati all’interno della casta dei tecnocrati al servizio e compartecipi della superclass delle multinazionali e delle sue diramazioni di potere vigenti nei diversi paesi proprio attraverso le diverse tipologie di tecnocrati attive nei settori chiave degli stati. Tecnocrati e Superclass, e le loro organizzazioni internazionali, hanno infatti in comune l’odio per le democrazie politiche degli stati sovrani.

Con molta lucidità superclass e tecnocrati vedono la progressiva dissoluzione degli stati postmoderni che possono evolvere verso forme più mature, anche tendenzialmente più democratiche e solidaristiche, attraverso la nascente web society, e vogliono incidere sull’ordine mondiale per non perdere il privilegio di auto confermarsi per cooptazione.

Vilfredo Pareto descriveva molto bene questi processi di cambiamento quando affermava che “la storia è un cimitero di élite”. Se infatti l’élite non è più in grado di agire con una buona cooptazione di membri e, soprattutto, con idee razionali di organizzazione per l’intera società ma solo attraverso azioni non logiche guidate da residui primitivi di ricerca di potere personale, decade o produce effetti invalidanti e distruttivi per l’intera società (crisi economiche, sociali, conflitti, guerre, ecc..).

Per evitare il baratro verso cui ci stanno facendo avvicinare è necessario scegliere semplicità in luogo di complessità crescente (specie sul web), trasparenza in luogo di opacità e popolarità in luogo di tecnocrazia.

Vediamo nel dettaglio come nascono gli equivoci weberiani sulla burocrazia.

 

La burocrazia

La definizione di organizzazione burocratica a cui ci si riferisce con continuità è quella weberiana e cioè una forma di amministrazione moderna e razionale, applicabile a qualsiasi tipo organizzazione, pubblica o privata. Weber identifica le caratteristiche principali delle organizzazioni burocratiche in:

– Il principio di gerarchia (responsabilità del funzionario nei confronti del suo superiore per tutte le decisioni prese da lui e dai suoi inferiori).

– Un sistema formale di regole e regolamenti stabili volti a garantire il raggiungimento di un’uniformità di azioni e decisioni mediante vincoli che servono per mantenere la struttura piramidale gerarchica nell’organizzazione e per evitare possibili attriti all’interno del sistema.

– Una divisione del lavoro (responsabilità o doveri dell’ufficio) e un alto livello di specializzazione e di competenza degli addetti che non hanno potere personale ma solo di ruolo per l’ufficio che rivestono.

– L’impersonalità nelle relazioni esterne e interne, che evita l’interferenza dei sentimenti nell’assolvimento razionale dei doveri d’ufficio.

– Una visione del lavoro sia come professione che come carriera. Molti uffici burocratici prevedono un impiego per tutta la vita e questo si traduce per il funzionario in un certo livello di sicurezza dell’impiego e in una retribuzione crescente attraverso procedure automatiche di promozione basate sul merito e sull’anzianità.

Le critiche teoriche al modello weberiano di interpretazione della burocrazia sono state numerose. Merton (1970) critica la mancanza di adattamento a contingenze che cambiano per rigidità delle regole e fa notare le disfunzioni prodotte dalla incapacità addestrata di Velben e dalla psicosi dell’occupazione di Dewey.

Gouldner (1954) critica la versione della burocrazia weberiana come modello ideale e suggerisce l’esistenza di una pluralità di modelli. La sua critica si concentra in particolare sul dualismo esistente tra disciplina gerarchica e competenza professionale, che a suo avviso generano due diversi modelli di burocrazia.

Selznick (1966) sostiene che il progressivo scostamento dai fini originari, provocato dalla tirannia dei mezzi, sia una tendenza universale e solo in parte contrastabile e il processo degenerativo della burocrazia è legato alla necessità di adattamento al contesto esterno.

Crozier (1964) sostiene che l’apparato burocratico presenta una eccessiva accentuazione della forma piuttosto che alla sostanza. La burocrazia è formalistica nei criteri organizzativi, nel reclutamento e controllo dell’apparato stesso con il risultato che le competenze finiscono per essere secondarie.

Lo studio di Bozeman e Raney (1998) pone l’attenzione sia alle caratteristiche delle organizzazioni, sia alle percezioni che gli individui hanno della burocrazia. La percezione delle regole, all’interno dell’organizzazione in cui si lavora, non è oggettiva ed accade che alcune persone percepiscono la presenza di troppe regole quando in realtà, queste, sono poche.  Se la percezione di red-tape (dove per burocrazia o red tape si intende il numero elevato di regole) non è causata dalle caratteristiche dell’organizzazione, è ragionevole pensare che esista una forma di “personalità burocratica” che porti l’individuo a chiedere più regole indipendentemente che ne esistano già in quantità sufficiente.

Nell’ottica proposta da tale studio emerge la definizione di personalità burocratica caratterizzata da insicurezza, alienazione e sensazione di mancanza di potere.

“Come primo risultato indicativo dei test emerge che i burocrati del settore pubblico non presentano una preferenza più alta per le regole rispetto a quelli privati confermando altri studi in merito (Allison, 1984). Molti studiosi fino a questo momento avevano pensato fosse l’inverso e invece i risultati delle indagini hanno messo in evidenza come solo un 13% dei manager delle organizzazioni pubbliche vorrebbe più regole, mentre la controparte nel settore privato ha una percentuale più alta. I risultati ottenuti inoltre supportano il concetto che il bisogno di regole sia strettamente collegato con il senso di alienazione dell’individuo”.[3]

In ricerche successive nel contesto USA viene invece alla luce che la complessificazione dei sistemi e la loro diversificazione produce una crescita sproporzionata della componente amministrativa rispetto a quella operativa sia in termini di spesa, sia in termini di posti di lavoro. Lo studio di Gumport e Pusser analizza il contesto, le conseguenze e le possibili cause della crescita amministrativa. Una prima ipotesi è che se le grandi organizzazioni sono difficili da gestire e creano conflitti all’interno tali da preferire l’aumento di posti amministrativi rispetto a scelte più efficienti. Un’altra ipotesi è che tale crescita sia dovuta al fatto che le strutture si espandono, crescono e si diversificano, diventando sempre più complesse per cercare di rispondere alle richieste dell’ambiente esterno.

Le caratteristiche salienti delle diverse forme delle attuali burocrazie sono dunque:

– la personalità burocratica e la sua sofferenza per alienazione chiede un numero maggiore di regole per fronteggiare la diversficazione dei compiti prodotta dall’aumento di complessità

– la complessficazione dell’amministrazione porta ad un aumento sproporzionato degli addetti nelle amministrazioni.

– questi due elementi non portano ad una maggiore efficienza della macchina amministrativa, anzi! l’aumento dei passaggi di controllo allunga i tempi di lavoro sulle diverse pratiche e determina effetti di inefficienza e di ritardo.

Gli esiti della burocratizzazione smentiscono dunque l’ipotesi weberiana mettendo in discussione soprattutto tre dei suoi criteri salienti: la fidelizzazione del burocrate al sistema gerarchico va in crisi quando la visione del lavoro diventa quella di una professione e di una carriera simile alle altre, l’impersonalità nelle relazioni esterne e interne sono impossibili da mantenere per le caratteristiche relazionali umane del burocrate e il sistema formale di regolamenti non è più in grado di mantenere stabile la struttura piramidale gerarchica nell’organizzazione in ragione della complessità crescente del sistema che la burocrazia dovrebbe regolare.

 

La fidelizzazione del burocrate al sistema gerarchico è il primo anello debole del pensiero weberiano

Ben diversamente dalla funzione sacrale o imperiale del funzionario nel mondo antico il burocrate attuale non ha più una soddisfazione così grande dalla valorizzare sociale di cui è investito il suo lavoro. Il prestigio di sentirsi membri di una casta eletta è infatti fortemente ridimensionato dalla sindacalizzazione e dalla contrattazione di categoria con lo stato.

“Il costituirsi grazie alla contrattazione collettiva di una procedura decisionale di tipo bilaterale modifica lo status giuridico-istituzionale dell’impiegato pubblico e il principio dell’unica linea di autorità. Tale tipo di principio è ulteriormente messo in discussione quando si ha un’estensione della contrattazione collettiva ad alcuni aspetti, che nel settore privato sono considerati prerogative del datore di lavoro, come la facoltà di organizzare e allocare il personale in mansioni e uffici. Su questa strada, e proprio per questa volontà dei sindacati di voler tutelare in profondità l’intera condizione di lavoro, la contrattazione collettiva tende a diffondersi a livello decentrato e locale mettendo, in tutti questi casi e in modo definitivo, in discussione oltre al principio dell’unica linea di autorità quello della centralizzazione delle decisioni…(gli orientamenti risultano così ambivalenti nei significati rispetto alle) retribuzioni e alle condizioni di lavoro. Per una parte della Pubblica Amministrazione, le procedure sono ancora di tipo unilaterale. L’esperienza più rilevante è quella della Germania dove il 40% dei dipendenti pubblici è inquadrato come «Beamte», ruolo di funzionario senza diritto di sciopero e di contrattazione collettiva. Oppure della Francia dove le organizzazioni dei lavoratori hanno il diritto ogni anno alla «négociation préalable» prima che il governo assuma una decisione in merito ad aumenti retributivi o a norme inerenti le condizioni di lavoro. I risultati della negoziazione non sono vincolanti per il governo, esso è libero di decidere quando iniziare le negoziazioni, se raggiungere un accordo e se accettarne i risultati una volta che l’accordo è stato raggiunto. Lo stesso caso della Gran Bretagna è da questo punto di vista piuttosto significativo: più del 25% dei dipendenti pubblici vede le proprie condizioni di lavoro stabilite dal governo in virtù di raccomandazioni fatte da autorità indipendenti. Fino al 1980 queste autorità definivano le condizioni di lavoro solo per un gruppo molto ristretto di lavoratori (medici e forze armate e senior civil servant), il loro potere di intervento è stato successivamente esteso al personale ospedaliero e agli insegnanti proprio dallo stesso governo conservatore fautore della flessibilità, di forme di regolamentazione di mercato e del decentramento e autonomia della contrattazione collettiva (Bordogna, Winchester, 2001)”.[4]

“Secondo il modello weberiano l’impiegato pubblico è assunto per il perseguimento degli interessi generali; entrando a fare parte dell’organizzazione amministrativa l’impiegato pubblico è chiamato a svolgere un servizio alla collettività e a soddisfare, quindi, un interesse di tipo collettivo in rappresentanza generale di tutti i cittadini e non certo egoistico individuale o della propria associazione di interessi”.

Dunque questo primo assunto della teoria weberiana, su cui si fondano le nostre convinzioni sul significato della burocrazia è di per se inconsistente ed è una proiezione del “pensiero magico” verso l’organizzazione burocratica dello stato di cui siamo implicitaente convinti anche di fronte alle evidenze più eclatanti.

La neutralità del burocrate e la sua fidelizzazione dunque non esiste né come criterio teorico definitorio della burocrazia né come esercizio concreto della professione. La pratica dei suoi interessi individuali e di categoria è la regola del tutto simile a quella di altre professioni e non l’eccezione su cui indignarsi. Ci si dovrebbe semmai indignare sull’ipocrisia sociale che nasconde questa realtà agli occhi dei cittadini. Forse che un magistrato nell’emettere una sentenza (o un burocrate nel negare il consenso a una pratica) non ha pensato alla sua personale convenienza in termini di criticabilità, di esposizione personale, di giudizio da parte dei superiori, di interessi che va a colpire, di effetti che la sentenza può andare a produrre, di relazioni personali che può intaccare, di giudizio da parte dei colleghi, ecc.? E il suo richiedere maggiori regole o più circostanziate e dettagliate prescrizioni normative non nasconde il suo disimpegno nell’assumersi la responsabilità di una decisione scomoda?

Questa condizione di insicurezza, che conduce all’indifferenza nei confronti dei cittadini destinatari della azione burocratica, definita da studiosi come Kanter e Mirvis cinismo burocratico, è la causa della lentezza, dell’incapacità addestrata, dello scaricabarile, dell’inefficienza determinata dalla incapacità di assumersi responsabilità da parte del burocrate che tende naturalmente a salvaguardare se stesso in barba alle necessità ed alle emergenze che invece è chiamato a fronteggiare. La nicchia in cui si nasconde l’opportunismo difensivo del burocrate è proprio la gerarchia che rende socialmente invisibile il singolo burocrate che gestisce la pratica e che non la licenzia per timore delle conseguenze sulla sua persona e sulla sua carriera laddove, senza rendersene conto, possa aver pestato, anche indirettamente, i piedi a qualcuno.

 

L’impersonalità nelle relazioni esterne e interne è un altro limite della teorizzazione weberiana.

Già da quanto appena detto appare evidente che anche l’impersonalità nelle relazioni esterne e interne sia un altro limite della teorizzazione weberiana. Avrebbe poca importanza in realtà il fatto che Weber avesse torto se non fosse che l’implementazione sociale della sua visione è entrata così profondamente nei nostri modelli di pensiero che non riusciamo a pensare di poter fare a meno della burocrazia e, soprattutto, che non riusciamo a non arrenderci alla sua presenza con un fatalismo pessimista che la considera un male inevitabile nelle organizzazioni umane. Il modello di pensiero a cui invece dovremmo aprirci è quello di considerare la burocrazia come una struttura artatamente costruita contro la realizzazione del BENE per l’uomo e ipocritamente mascherata come esigenza. L’aspetto più inquietante della costruzione del pensiero burocratico e dell’esercizio del potere burocratico è che una liberazione da questo fatalismo sarebbe oggi possibile grazie a processi di informatizzazione delle reti comunicative che la rendono superflua ed ingombrante mentre invece il suo potere si sta pericolosamente riproducendo mediante contagio comunicativo anche nella nascente web society.

L’assunto che la burocrazia possa essere considerata e studiata come un sistema chiuso e impersonale è l’altro equivoco persistente nel nostro modo di pensarla: la burocrazia è invece un sistema di potere al servizio dei gruppi di interesse opachi alla visibilità sociale. Questa tesi, affermata e discussa 30 anni fa nella mia ricerca sulla penetrazione mafiosa nella pubblica amministrazione siciliana pubblicata in Sociologia di Sagunto (Angeli, 1984), deve essere rispolverata e aggiornata nell’attuale contesto sociopolitico.

L’analisi verteva sui seguenti punti:

 

2.1. Struttura organizzativa

La struttura organizzativa della burocrazia ha una gerarchia che si può leggere nell’organigramma specifico che rappresenta il sistema di comunicazione formale interno di ciascuna struttura. I collegamenti sono in genere un mix tra seriali (A →B→C→D) e radiali (A →B; A→C; A→D) e ciascuna posizione nella struttura ha un suo indice di centralità che rappresenta la sua posizione nella rete comunicativa complessiva. La comunicazione tra posizioni con basso indice di centralità richiede un alto numero di passaggi formali nell’organigramma e funziona male o attiva altri canali di comunicazione non previsti (o addirittura non consentiti) dalla organizzazione burocratica (gli scavalcamenti). Tali canali sono processi di personalizzazione della burocrazia è sono “la regola” in qualunque struttura burocratica che voglia avere un livello minimo di efficienza. Tali canali informali sono relazioni interpersonali dirette che si costituiscono sulla base di appartenenze casuali o strutturate (le persone si conoscono perché hanno i figli che vanno nella stessa scuola, perché appartengono allo stesso sindacato, perché sono collegate alla stessa famiglia mafiosa o perché costituiscono lo stesso gruppo di interesse opaco alla visibilità sociale). La struttura burocratica produce questi canali privilegiati di comunicazione che la aprono all’ambiente e, contemporaneamente, subisce l’influenza orientante di tali canali che la attraversano. Nel libro Sociologia di Sagunto avevo dimostrato come i canali trasversali di comunicazione nella amministrazione pubblica siciliana negli anni ’80 fossero gestiti direttamente dalle famiglie più influenti di Cosa Nostra. Le organizzazioni burocratiche attuali sono corrotte da spezzoni di gruppi di interesse che fanno riferimento a sistemi finanziari multinazionali che entrano in competizione economica tra di loro per il possesso e la gestione di porzioni più o meno ampie della struttura burocratica al fine di influenzarne le decisioni. Nuovi e più raffinati sistemi di network analysis informatica consentono oggi di leggere i disegni e le regie di orientamento nella burocrazia attraverso i nodi organizzativi delle reti e i flussi comunicativi nelle reti.

 

2.2. I canali privilegiati

L’analisi sui processi di efficienza della pubblica amministrazione all’epoca di Sociologia di Sagunto aveva dimostrato come fosse sistematicamente necessaria l’attivazione di qualche canale privilegiato per ottenere la velocizzazione di tutte le pratiche sperimentalmente presentate alla pubblica amministrazione (dal rilascio della tessera sanitaria, alla graduatoria per la casa popolare fino al finanziamento di una ricerca). Ciò aveva portato alla teorizzazione che il potere della burocrazia fosse incentrato sulla sua inerzia, ovvero sul rallentamento dei processi decisionali, a cui si doveva contrapporre una potenza di attivazione che fosse più forte del potere dell’inerzia. La forza della pressione di raccomandazione clientelare di ciascuna pratica aveva consentito la costruzione di una tabella di prestazioni e contropartite a seconda del grado di importanza della pratica presentata, del sistema clientelare di riferimento e delle contingenze di regolazione politica degli interessi in gioco. La scoperta sociologica più rilevante fu che era il potere dell’inerzia a regolare il funzionamento della burocrazia. Ciò dava spiegazione più chiara ed esaustiva all’inefficienza ed ai ritardi, alla disaffezione al lavoro da parte dei singoli impiegati e funzionari, alla sindrome passivo-aggressiva in cui molti di loro versavano fino al cinismo nei loro comportamenti, alle necessità di processi di corruzione/concussione per far funzionare un sistema burocratico altrimenti paralizzato.

Questi elementi di descrizione del sistema sono oggi ancora più evidenti anche alla luce dei raffinati sistemi di relazione che stanno alle spalle degli scambi tra prestazioni e contropartite rintracciabili nei continui processi di corruzione sistematicamente presenti in ogni impresa di un certo grado di importanza finanziata con denaro pubblico. In altre parole la corruzione è diventata una necessità per far funzionare il sistema di comunicazione e di lavoro nella amministrazione burocratica e la distribuzione di contropartite è una scelta obbligata. Attraverso il coinvolgimento nell’impresa della pluralità di attori che gestiscono il controllo amministrativo è possibile garantirsi sia il buon funzionamento del processo di lavoro sia la copertura degli eventuali illeciti, più o meno volontariamente compiuti. Ciò non dipende dalla fame di denaro o di potere dei singoli ma dal funzionamento pratico delle strutture burocratiche.[5] Chiunque voglia mettere in opera anche il più sano, nobile e gratuito processo di gestione di risorse pubbliche amministrate burocraticamente è costretto a coinvolgere nel suo progetto il numero più alto possibile degli attori amministrativi toccati anche solo marginalmente dal progetto. L’esperienza della costruzione di imprese sociali da parte del volontariato per essere efficace ha sempre dovuto preventivamente analizzare la rete di influenze che gravavano sul progetto e coinvolgerle dando come contropartita anche solo e semplicemente la possibilità di fregiarsi narcisisticamente della realizzazione del progetto stesso. Molto più frequentemente oggi, in epoca di crisi, si è passati a forme più tradizionali di corruzione economica mediante compartecipazioni o bustarelle che risultano essere meno impegnative che il coinvolgimento ideale nell’impresa. Specie se chi opera nella progettazione e nella realizzazione di servizi alla persona fa riferimento a strutture organizzative con ampia visibilità e indiscusso potere. Sul piano dei servizi questa è la attuale triste condizione del movimento delle cooperative.

 

  • La finzione della neutralità

E’ importante osservare che l’impersonalità e la neutralità della burocrazia è una finzione a tutti i livelli del suo funzionamento.

  • Nel rapporto con il cittadino, in merito ad autorizzazioni, concessioni, licenze, controlli pensioni, assistenza, prestazioni sanitarie, agevolazioni scolastiche, ecc. i processi attraverso cui si ottengono queste concessioni, pur essendo stabilite da regolamenti e norme, passano attraverso la capacità relazionale del singolo e del suo modo di porsi nei confronti della amministrazione. I risultati possono essere positivi o negativi, lenti o veloci, efficaci o inutili, in funzione del grado di conoscenza e di coinvolgimento del singolo operatore nei confronti dell’utente. Tanto più egli è anonimo tanto meno otterrà soddisfazione nell’erogazione di un servizio dovuto, tanto più riesce a connotare la sua identità e il suo ruolo sociale tanto più facilmente otterrà le prestazioni richieste.
  • Nel rapporto con le aziende la concessione amministrativa è rilasciata attraverso corsie privilegiate che consentono di ottenere uno specifico condono o incentivi, rateizzazioni fiscali o finanziamenti sulla base della aderenza dell’azienda a requisiti che la burocrazia favorisce. In genere tali requisiti, spesso solo formali, sono stabiliti in funzione degli interessi che la burocrazia prevede di favorire. Tutto il processo di distribuzione dei fondi europei, ad esempio, funziona sulla base di questa logica.
  • Nel rapporto con i gruppi di interesse le allocazioni delle risorse dipendono dalla capacità degli attori di occupare le posizioni di potere politico amministrative in modo da rendere malleabile il processo decisionale e volgerlo a proprio favore.
  • Anche nel rapporto con le lobbies i meccanismi sono simili ma molto più raffinati perché il gruppo di pressione lobbistico agisce a priori sul sistema politico per ottenere una legge o un provvedimento che frutterà nel suo sviluppo successivo attraverso la realizzazione di quegli interessi che strategicamente la lobby aveva previsto.

In pratica l’amministrazione burocratica risponde ad una logica di “quasi mercato”.   “La formula e il termine del «quasi mercato» riguarda le regole che stabiliscono le relazioni tra il decisore politico e le unità amministrative e tra queste ultime e le imprese private nell’implementazione delle politiche e nella produzione di beni servizio. La principale applicazione della formula sta nella sostituzione del controllo originario con quello, che è stato chiamato, il controllo attraverso contratto (Bobbio, 2000). Il contratto è utilizzato come strumento di regolazione interamministrativa, tra governo e unità amministrative operative, come nel caso delle Agenzie o tra le unità amministrative stesse, dall’altra attraverso l’estensione della pratica dell’appalto, in modo da consentire la competizione tra unità pubbliche, o tra queste ultime e le imprese private per acquisire le concessioni di servizi pubblici. Le burocrazie a questo punto diventano esplicitamente «unità di business», in quanto interagiscono tra loro per mezzo di contratti privati che stabiliscono le caratteristiche, la qualità e il prezzo delle forniture. Il declino della imparzialità burocratica è a questo punto assoluto giacché le unità amministrative funzionano con la logica del management, per la quale, l’efficienza e l’efficacia delle organizzazioni e dei dirigenti sono date dalla competizione tra unità per acquisire contratti piuttosto che da valori, motivazioni, indirizzo gerarchico amministrativo interni alle amministrazioni. Tale svolta è oggi  considerata essenziale per l’innovazione della burocrazia pubblica. In questo modo cambiano in gran parte le condizioni che hanno assicurato sinora l’erogazione dei servizi. Si riduce l’uniformità del trattamento, perché inizia, seppure in forme diverse, una competizione tra apparati pubblici e, anche in alcuni casi, tra questi e i privati, dando luogo a continui adattamenti e a modalità d’esercizio della prestazione e a risultati tra loro spesso differenziati. Si modifica anche, secondo alcuni (Fedele, 2002) la logica della responsabilità politica; tutti i problemi operativi sono allontanati dalle competenze del governo il cui ruolo e le risorse sono innanzitutto circoscritti alle scelte strategiche”.[6]

In tal modo il “quasi mercato” porta alla luce in modo trasparente l’autentico significato delle burocrazia pubblica che è “quasi mercato” giacché la gestione delle uscite è determinata dalle pressioni di soggetti privati esterni mentre la colletta fiscale delle entrate è gestita mediante le norme obbligatorie sulla tassazione e sui prelievi automatici esercitati sul cittadino. La burocrazia statuale è dunque pubblica nella riscossione ma tendenzialmente privata nella distribuzione.

la crisi fiscale degli stati si annunciò negli anni ’70 con la prima crisi petrolifera mostrando come le risorse a disposizione degli stati non fossero illimitate ma legate ai bilanci e si dichiara apertamente ora come un avanzato livello di consunzione degli stati nella loro organizzazione politica, giudiziaria, fiscale e amministrativa a cui la burocrazia, a cui si continua comunque a far ricorso, non può porre alcun rimedio per sua stessa natura.

In sintesi anche l’efficienza della burocrazia nel suo impersonale processo di regolazione sistemica è un altro dogma weberiano da cestinare.

 

La complessità crescente diminuisce l’uguaglianza che la burocrazia dovrebbe garantire

In ordine alla complessità crescente che la burocrazia dovrebbe gestire vi sono molteplici considerazioni da svolgere. In primo luogo occorre affrontare la percezione limitata della realtà che è tipica del punto di vista burocratico che tende a rispettare l’ambito della sua specifica competenza senza volgere lo sguardo né a monte né a valle del processo in cui è inserita tantomeno a lateralizzarsi ovvero ad osservare come quella specifica pratica è parte di un insieme molto più ampio la cui sintesi è possibile (se lo è) solo per il soggetto che messo in moto quella pratica. Il processo di declino della burocrazia è infatti determinato dal diffondersi di più burocrazie,  con regole tra loro diverse. La presenza di sovrapposizioni burocratiche è indicatore della inadeguatezza del processo burocratico nel suo più specifico compito è cioè l’uniformità delle regole. La differenziazione crescente aumenta la complessità e richiede una sempre maggiore precisione nel disegnare e ritagliare le procedure quasi a fotografare ogni singolo caso amministrativo. Da questo nasce la richiesta di nuove e più puntuali regole da parte del burocrate al fine di minimizzare la sua responsabilità decisionale personale. Il fatto che nascano però pluralità di burocrazie in contraddizione tra loro diminuisce la possibilità che i cittadini possano usufruire di un trattamento equo e conforme alla legge ed aumentano le discrezionalità mediante il ricorso a percorsi e procedure che, nel loro sovrapporsi, sono indicatori di discrezionalità.

A ciò non pone rimedio, anzi peggiora la situazione, la nascita della burocratizzazione privata. Prima di tutto quella delle certificazioni di qualità, di conformità o di adeguatezza delle procedure o di possesso di competenze che, principalmente attraverso l’Uni e Accredia, gestiscono procedure di controllo privato su privato che, spesso, sono ancora più invasive e cervellotiche delle pratiche della burocrazia pubblica.

I processi che passano sotto il nome di Certificazioni di Qualità e procedure di accreditamento sono gestiti mediante la stesura di burocratici Manuali della Qualità che, appoggiandosi alle norme ISO 9000, tendono a fotografare e riprodurre le procedure considerate posite nel gestire i diversi stadi del lavoro e delle competenze.

Dimenticando cosa significhi l’ISO (International Organization for Standardization una federazione mondiale di enti di 130 paesi, fondata nel 1947 allo scopo di promuovere la diffusione di standard nel mondo facilitando la comunicazione e gli scambi) e dimenticando ciò che l’ISO afferma e cioè che ”ISO certificates’ don’t exist!” la redazione standardizzata dei manuali di qualità ha aggirato la questione del riscontro oggettivo della qualità di un lavoro o di un prodotto andando ad analizzare la rispondenza dei processi in atto con quelli descritti nei manuali.

Con tale espediente si ottiene la certificazione di conformità nelle linee guida ISO attraverso l’innesco di una nuova burocrazia privata gestita da una terza parte indipendente (né l’erogatore di un servizio, né il cliente) che dichiara  un determinato prodotto, processo o servizio “conforme” ad una specifica norma. In Italia, come nel resto d’Europa, la certificazione ISO 9000 dei sistemi qualità aziendali è eseguita dalle nuove burocrazie degli organismi accreditati, operanti cioè secondo le norme europee, anch’esse recepite dalle UNI. Il processo burocratico è dunque del tutto autoreferenziale perché la “norma” è un documento prodotto mediante il consenso delle parti interessate ed approvato da organismi riconosciuti, quali ISO (a livello mondiale), CEN (a livello europeo), UNI (a livello italiano). Tale documento fornisce, per usi comuni e ripetuti, delle regole, delle linee guida, delle caratteristiche relative ad attività o ai loro risultati, al fine di ottenere il miglior ordine possibile in un determinato contesto.

In genere le certificazioni obbediscono ai principi fondamentali del Total Quality Management (TQM) che si fonda su otto principi di gestione per la qualità: Orientamento al cliente, Leadership, Coinvolgimento del personale, Approccio per processi, Approccio sistemico alla gestione, Miglioramento continuo (tramite aggiornamento, rapporto di ascolto con il cliente), Decisioni basate sui dati di fatto (analisi vendite, statistiche e analisi di marketing, feedback dai clienti), Rapporti di reciproco beneficio coi fornitori.

Il sogno della qualità totale, incentrato sulla soddisfazione del cliente, si è però infranto contro le muraglie di questa nuova burocrazia privata, sovrapposta ed interconnessa con quella pubblica che valida le diverse certificazione prendendole per buone anche attraverso quell’insieme di strumenti che si sono presentati come metodi di validazione delle procedure che conducono alla qualità. In particolare

l’Applied Problem Solving articolato nelle fasi di Ricostruire gli accadimenti, Definire il problema, Capire dove effettuare le analisi, Individuare le cause, Investigare fino alla causa radice, Studiare come applicare le soluzioni, Decidere come monitorare le soluzioni, Focalizzarsi per sostenere i risultati.

il DMAIC un modello in cinque fasi  (Define, Measure, Analyze, Improve and Control) per produrre il miglioramento della qualità.

Lo FMECA (Failure modes, Effects and Criticality Analysis) è un processo di miglioramento della qualità attraverso l’affidabilità dei processi e delle procedure di manutenzione che si appoggiano su standerd internazionali

Il PDCA, nota anche come ciclo di Deming, è la rappresentazione del circolo virtuoso della qualità e del suo miglioramento continuo. PDCA significa Plan, Do, Check, Act (pianifica, prova, verifica, agisci) ed è applicabile a qualsiasi campo e a qualsiasi livello.

Al di là dei roboanti e cervellotici processi attraverso cui giungere alla soddisfazione del cliente ciò che invece è emerso in questi anni di multinazionali e burocrazie è stato un processo di fidelizzazione del cliente attraverso la sua manipolazione e la sua incapacità di essere consumatore esperto. Il mercato non è assolutamente più trasparente e la possibilità di scelta è dunque estremamente limitata per l’impossibilità di essere competenti sui beni che il mercato offre e che richiederebbero una enorme quantità di tempo e di studio per verificare e comparare davvero l’oggettiva qualità. tenendo poi presente che il processo di fidelizzazione della clientela avviene molto più attraverso l’individuazione dei target dei consumatori piuttosto che attraverso la autentica possibilità di scelta che i clienti possono davvero esprimere.

Qui si svela la falsificazione del mix tra burocrazie pubbliche e private e la loro esplosione è un segnale di quest’epoca dove il ruolo di potere della burocrazia sta tentando un passaggio indispensabile per la sua sopravvivenza: la contaminazione burocratica della nascente web society.

L’assetto che il potere burocratico ha progressivamente tentato di assumere non è stato più da ormai molto tempo quello della armonizzazione delle norme e della uniformità delle strutture, guidate dal valore dell’uguaglianza sociale ma quello della rincorsa della differenziazione degli interessi emergenti per ricollocarsi all’interno delle nuove formazioni economiche della globalizzazione ben sapendo che proprio il ruolo apparente (ma falso) della burocratizzazione poteva offrire quella parvenza di legittimazione e di controllo in grado di mistificare e nascondere le strategie di potere di nuovi gruppi di interesse opachi alla visibilità sociale.

Il mix di burocrazia pubblica e privata ha così delegittimato le istituzioni rispetto alle dinamiche degli interessi emergenti che restano ancora oscuri e di cui non si comprende la strategia poiché è coperta dalle ideologie dell’establisment e dai processi burocratico formali che lo caratterizzano.

Il vero nucleo istituzionale è oggi appunto rappresentato dall’establisment, ovvero quella particolare configurazione di potere che vanta democraticità, trasparenza e libertà e che, invece, è il terreno di cultura dei nuovi interessi coperti dalla giustificazione burocratica.

Questo modello non è però più credibile poiché non è più valido l’assunto che, laddove si formi una volontà politica capace di progettare e realizzare leggi che modifichino l’asseto sociale, la burocrazia proceda poi meccanicamente ed automaticamente all’applicazione delle scelte maturate da quella specifica volontà politica. E’invece vero l’inverso e cioè che la sola volontà politica che può davvero formarsi è quella che si conforma con i modelli e le procedure e lo specifico potere burocratico esistente sia pubblico che privato e che qualunque nuovo modello di organizzazione sociale sia a priori impedito ove non si disegni calli graficamente a fianco delle formazioni di potere burocratico esistente.

 

Burocrazia e tecnocrazia

Ben lontana dall’analisi classica weberiana (controllo impersonale e formalizzato) la burocrazia attuale si presenta come deformazione professionale del burocrate, come incapacità addestrata nel prendere decisioni, come scaricabarile, come ricerca del perfezionismo formale, come apparato di potere che tende a perpetuarsi sottraendo energie positive ai sistemi sociali, come apparato di regole per assicurare a se stessa il suo perpetuarsi, come continuo spostamento dei mezzi in fini, come macchina in grado di autoriprodursi contaminando i principi democratici, come struttura autoreferenziale del tutto priva di responsabilità nei confronti dell’ambiente umano che la circonda e come brodo di coltura dei gruppi di interesse “opachi alla visibilità sociale” (con questa espressione, perfettamente aderente alla realtà della superclass attuale intendevo, anni fa all’epoca del mio Sociologia di Sagunto  le formazioni clientelari, mafiose o esoteriche che raccolgono i veri interessi da promuovere a scapito di quelli dei cittadini).

Le multinazionali fanno a meno della burocrazia giacché sono strutture adhoccratiche (ovvero costruite intorno allo scopo) senza scivolamenti dei mezzi in fini. Se i fini ci sono, sono talmente ben nascosti attraverso la fitta produzione di teorie dei complotti che hanno finito per nascondere il più vero e semplice complotto: la nascita e la conservazione di una superclass internazionale che ha imparato a governare l’economia del mondo senza farsi riconoscere.

Il principale alleato di questa superclass è proprio il ceto dei burocrati statalisti e privati che agisce, in primo luogo, attraverso la caduta della trasmissione culturale perché, confondendo la legalità con la giustizia, impedisce la formazione del sentimento di valore nell’intimo della coscienza della persona che delega e si affida alle regole (spesso arbitrarie) degli amministratori della presunta legalità.

E’ da questa casta che il potere delle multinazionali attinge  e seleziona i burocrati che diventeranno i tecnocrati amministratori internazionali del potere e della finanza a nome e per conto delle agenzie di cui sono in parte dipendenti in parte soci.

La convinzione della correttezza dell’analisi weberiana ci ha impedito di vedere la verità ovvero quello sviluppo della casta burocratica, ben intravisto dal nostro genovese dimenticato (o rimosso?) Vilfredo Pareto nella sua analisi sulle èlites. Il processo di costante rinnovamento delle élites sul mondo dei governati viene interpretato attraverso un meccanismo di selezione che, pur non riuscendo a stabilire un formalizzazione matematica della curva di stabilità dei sistemi di governo e di marginalità in rapporto con la medietà della condizione economica diffusa nel sistema, propone una visione di equilibrio fondato sulle caratteristiche della natura umana.

La sua teoria di stratificazione sociale si adatta a varie epoche e a varie tipologie di rapporto tra governanti e governati all’interno del quale cambiano le forme pur rimanendo identica la sostanza del rapporto di potere che sta in un equilibrio ondulatorio e si differenzia a seconda della forma che i diversi poteri (compreso quello burocratico) assumono.  Le disuguaglianze sociali sono per Pareto una forma naturale di differenziazione sociale nella distribuzione di risorse che sono sempre scarse anche in funzione di nuovi bisogni emergenti e il compito delle élites è quello di garantire la distribuzione equilibrata di tali risorse e, ove l’equilibrio non venga raggiunto, accade una trasformazione funzionale delle medesime élites. Il motivo del disequilibrio è individuato nella permanenza di criteri non logici, residuali presenti nella mente umana che allontanano dalla razionalità perfetta per dare giustificazione a posteriore delle interpretazioni e delle scelte operate in modo non logico. Oggi chiameremmo questi processi residui del primitivo emergente nell’umano e ricorso a forme di pensiero magico.

Il modello politico sociale che Pareto propone è molto utile per analizzare il passaggio dalla burocrazia alla tecnocrazia. il primo luogo l’equivalenza tra potere e ricchezza in ragione delle possibilità che la gestione dell’economia da per il modellamento delle relazioni sociali. In secondo luogo le qualità e le informazioni in possesso da parte delle élites che, in ragione di potere e ricchezza, hanno a disposizione molti più strumenti rispetto alle persone prive di conoscenze avanzate che, se non costantemente aggiornate e producesti continui aggiustamenti dell’assetto di potere, possono condurre quella particolare élite alla decadenza ed alla sostituzione ciclica dei membri che la compongono. Un buon livello di mantenimento di una formazione di élite si attua attraverso la permanenza, anche non socialmente visibile, della sua struttura ed il costante ricambio dei suoi membri. La morale delle élites è sempre giustificativa perché è residuale e la sua azione è sempre dichiarata come improntata sul benessere collettivo.

Nelle analisi delle élites all’interno della democrazia Pareto vede le consorterie e le clientele attivate dalle burocrazie e dalle rappresentanze politiche dotate di un ruolo fondamentale per mantenimento dell’equilibrio e considera tali fenomeni clientelari la nuova forma che assume nella contemporaneità il vecchio vassallaggio nel feudalesimo.

Con la teoria delle elite è molto più facile comprendere l’attuale forma di gruppi di interesse opachi alla visibilità sociale che sta alle spalle del potere tecnocratico che, come si è detto, è il punto di arrivo del potere burocratico.

 

Le consorterie delle élites nella web society

Uno dei luoghi organizzativi e decisionali delle élites contemporanee è universalmente conosciuto come Gruppo Bildeberg. Esso prende il nome dal primo Hotel in cui si riunì in Olanda, nel 1954, per iniziativa del banchiere David Rockefeller “due partecipanti per ogni nazione, uno per la parte liberale e l’altro per l’opposta parte conservatrice. Cinquanta delegati da undici paesi europei insieme a undici delegati statunitensi parteciparono a quella prima conferenza. Il successo di questo primo incontro spinse gli organizzatori a pianificare delle conferenze annuali. Fu istituita una commissione permanente con Retinger nel ruolo di segretario permanente. Alla morte di Retinger divenne segretario l’economista olandese Ernst van der Beugel nel 1960 e in seguito la posizione fu rivestita da Joseph E. Johnson, William Bundy e altri. Molti partecipanti al gruppo Bilderberg sono capi di Stato, ministri del tesoro e altri politici dell’Unione europea ma prevalentemente i membri sono esponenti di spicco dell’alta finanza europea e anglo-americana”[7]. “Il gruppo, prosegue Wikipedia,  si riunisce annualmente in hotel o resort di lusso in varie parti del mondo, normalmente in Europa, e una volta ogni quattro anni negli Stati Uniti o in Canada. Ha un ufficio a Leida nei Paesi Bassi. I nomi dei partecipanti sono resi pubblici attraverso la stampa ma la conferenza è chiusa al pubblico e ai media. Le Bilderberg Conferences sono considerate uno dei “think tank” dell’ideologia neoliberista insieme al Cato Institute e la Heritage Foundation negli Stati Uniti, l’Adam Smith Institute e l’Institute of Economic Affairs in Gran Bretagna, la Mont Pelerin Society fondata in Svizzera nel 1947, la Trilateral Commission, nata nel 1973 su iniziativa delle precedenti [descritta da Luciano Gallino, Finanzcapitalismo. La cività del denaro in crisi, Einaudi]. Dato che le discussioni durante questa conferenza non sono mai registrate o riportate all’esterno, questi incontri sono stati oggetto di critiche e di varie teorie del complotto, come ad esempio quella sostenuta da Daniel Estulin nel libro Il Club Bilderberg. Gli organizzatori della conferenza, tuttavia, spiegano questa loro scelta con l’esigenza di garantire ai partecipanti maggior libertà di esprimere la propria opinione senza la preoccupazione che le loro parole possano essere travisate dai media. [Emanuele Menietti, Monti, i Bilderberg e la Trilaterale, Il Post, 14 novembre 2011. URL consultato il 5 agosto 2013]”[8].

Il gruppo, che si rinnova cooptando personalità emergenti dalle burocrazie politiche internazionali e dai consigli di amministrazione delle multinazionali, ha l’obiettivo di orientare il processo di globalizzazione dell’economia che, iniziata negli anni ’70 con gli auspici di una liberalizzazione del commercio mondiale e istituzionalizzata nel WTO nel 1995 con 164 paesi aderenti e 22 osservatori, ha prodotto le poderose crisi dell’economia a cui stiamo assistento.

“Tra gli aspetti positivi della globalizzazione, vedi Wikipedia,  vanno annoverati la velocità delle comunicazioni e della circolazione di informazioni, l’opportunità di crescita economica per paesi a lungo rimasti ai margini dell’economia, la contrazione della distanza spazio-temporale, e la riduzione dei costi per l’utente finale grazie all’incremento della concorrenza su scala internazionale. Gli aspetti negativi sono il degrado ambientale, il rischio dell’aumento delle disparità sociali, la perdita delle identità locali, la riduzione della sovranità nazionale e dell’autonomia delle economie locali, la diminuzione della privacy”.

Il processo di globalizzazione, innescato dalle élites burocratiche e tecnocratiche, sembrerebbe tendere all’organizzazione di un nuovo stato mondiale in cui le multinazionali hanno il ruolo di dirigere gli orientamenti del mercato e dell’economia. Il processo di globalizzazione ha il suo primo grande arresto nel segnale della crisi globale del 2006 quando, a seguito della messa in atto da parte della banche internazionali di alcuni nuovi strumenti finanziari ad alto rischio (i Credit Default Swap che trasferiscono i rischi a terzi, i mutui subprime concessi dalle banche senza ricorrere a efficaci garanzie di restituzione e gli Hedge Funds, fondi di investimento gestiti da privati e fondati su derivati e vendite allo scoperto), esplode la bolla immobiliare e, soprattutto, assicurativa. Non è ancora dato di comprendere quanto tale crisi sia deliberata o accidentale nella fase attuale di globalizzazione tutta focalizzata sulla fiducia nel mercato come meccanismo automatico di produzione e distribuzione dei beni. Alle spalle di questa visione ci sono enormi interessi economici di concentrazione della ricchezza e del potere mentre le organizzazioni non governative denunciano la globalizzazione come causa delle diseguaglianze mondiali e del processo di impoverimento delle società.

Se utilizziamo la teoria delle élite di Pareto in sostituzione delle teoria weberiana della burocrazia possiamo osservare il fallimento della cooptazione tecnocratica di costituzione delle elitarie aristocrazie emergenti nell’attuale establisment che cerca di mantenere il potere a scapito del malessere generale dilagante in ogni parte del mondo. Ciò implica però anche un assoluto ripensamento intorno ai processi burocratici su cui si fonda l’equilibrio degli stati postmoderni. Giungendo alla conclusione sociologica che la burocrazia, come strumento organizzativo, non è in grado di gestire la transizione verso la web society allo stato nascente. E’ l’idea stessa del processo burocratico, ormai assolutamente implementato nell’ideologia organizzativa dei sistemi, ad essere il principale ostacolo per visualizzare la forma delle interconnessioni in rete che la web society sta realizzando. Non è più possibile pensare a processi gerarchici con lunghe catene di comando e con molteplici gradi e livelli di potere che si verticalizzano a cascata con sistemi quasi meccanici di comunicazione, di trasmissione di comunicazioni e di ordini nella attuale complessità sociale. Tali catene di comando generano modificazioni che hanno sempre effetti indesiderati e non preventivabili nella interconnessione della complessità. Se vogliamo uscire dalla attuale crisi prima che sia troppo tardi occorre che le burocrazia si tolga di mezzo e lasci crescere la società relazionale delle reti sociali che, in ragione delle diverse qualità relazionali che riescono ad esprimere, potrà davvero consentire quella autoregolazione del sistema che, ancora una volta nella storia, nasce dal basso.

 

La via di uscita

La crisi degli stati postmoderni e della realizzazione del welfare state è strettamente connessa all’incapacità delle formazioni burocratiche di gestire la complessità. L’antidoto alla burocrazia è la semplicità. La semplicità è una dote della relazione umana che distingue l’essenziale dal superfluo. Su questa base è possibile valutare la soglia di formazione del modello burocratico di organizzazione sociale giacché ciascun tipo di formazione sociale si presenta come una personalità collettiva individuata pur avendo come riferimento un modello di identità collettiva che la rende possibile entro un certo range di caratteristiche sociali. Quando una personalità collettiva di gruppo espande le sue caratteristiche perde la sua identità e o si scioglie o diventa una cosa diversa.

“Se il gruppo non si accorge della necessità di cambiare il tipo di interazione si trova di fronte al problema della sopravvivenza: con cui si deve intendere, o la sopravvivenza di quel gruppo particolare, o la sopravvivenza di quel tipo di gruppo”[9].

La burocrazia ha tentato di diventare oligarchia e si è trasformata in qualcosa di diverso che ha giustificato con residui e tecniche argomentative ben descritte come tentativi di spiegazione della natura e del funzionamento dei simboli (che Pareto chiama derivate) che garantiscono il funzionamento del discorso giustificativo sociale. Ovvero la spiegazione del motivo della propria esistenza. Tali residui sono, sempre secondo Pareto, arbitrari rispetto alle effettive motivazioni dell’agire e sono tratti archetipici nella natura umana che risalgono a simboli arcaici utilizzati dal pensiero magico primitivo (o infantile) per dare giustificazione a fenomeni altrimenti non comprensibili razionalmente. la regressione al pensiero magico da parte della burocrazia si è concretizzato nella sua adesione agli esoterismi come processi interpretativi della realtà: un chiaro ricorso al pensiero magico per mancanza di teorizzazione razionale con cui affrontare i fenomeni emergenti. Proprio per questo motivo anche le cooptazioni nella tecnocrazia non hanno funzionato perché obbedivano maggiormente a logiche di consorteria che non a processi di selezione autenticamente meritocratica. Questa degenerazione è avvenuta a tutti i livelli del potere burocratico ed ha utilizzato abilmente metodi di selezione falsamente oggettivi come i concorsi (guidati) di selezione del personale o bandi ed appalti disciplinati a priori affinché fosse selezionato chi era stato già deciso dovesse esserlo. In tali tipi di selezione (che sono assolutamente facili ed immediati per chi è immerso nella mentalità burocratica) sono intervenuti oltre agli interessi economici e politici, clientelari e di corruzione/concussione anche interessi ideologico/esoterici rientrati nella sfera del pensiero magico delle logge attraverso la cultura new age e il relativismo esistenziale che ha indotto con caduta di processi di solidarietà in funzione del potenziamento dell’egocentrismo (rafforzato da specifiche tecniche di meditazione) e dell’ipocrisia relazionale.

Questa modificazione esoterica delle giustificazioni ha condotto la burocrazia tecnocratica ad uno stadio di pensiero onnipotente che la ha resa pericolosa per l’equilibrio del sistema.

Il suo ridimensionamento è possibile mediante una teoria relazionale che sappia riconoscere la qualità di ciascuna formazione di personalità collettiva e sappia trasmettere le corrette informazioni affinché non si travalichi il campo di esistenza di ciascuna tipologia di formazione sociale. la rilettura di Pareto è davvero indispensabile laddove ad essa si affianchi un modello interpretativo della sovrapposizione, nelle reti, delle diverse formazioni sociali che costituiscono I plurimi mondi della vita di ciascun essere umano. tale tendenza alle combinazioni, sempre ricordando il pensiero di Pareto, genera le autentiche novità stabilizzandole a livello psicologico attraverso il bilanciamento tra mantenimento dell’ordine e trasformazione in base alle istanze di giustizia e non attraverso le ideologie esoteriche.

Il collasso organizzativo della burocrazia tecnocratica dipende dal non aver capito i confini della sua personalità collettiva ed averli travalicati sulla base della logica della dialettica hegeliana. La convinzione dell’automatismi della sintesi a seguito della giustapposizione tra tesi e antitesi è un modello di pensiero limitato alla considerazione di due variabili in gioco che non sono assolutamente  sufficienti a gestire la complessità ove si voglia operare a livello sistemico (se si tratta di un esercizio limitato intorno ad un evento circoscritto e limitato funziona invece benissimo perché si appoggia al principio di causa/effetto).

Non può essere questa la sede dove presentare la teoria relazionale delle personalità collettive[10] ma solo per anticipare alcuni concetti connessi al modello ed alla costruzione matematico statistica delle formazioni di personalità collettiva.

Ma la dialettica è anche la prigionia della burocrazia perché, oltre la soglia di tre passaggi nell’esercizio del controllo formale della filiera organizzativa si forma la catena burocratica a meno che non venga posto in essere un nodo reticolare decisionale su tutto il percorso organizzativo, a monte ed a valle. La soglia di tre non è solo applicabile agli individui concreti che amministrano ma anche agli oggetti amministrativi che debbono essere utilizzati. Laddove una decisione comporti l’osservanza contemporanea di tre o più oggetti amministrativi (leggi, decreti o regolamenti) pertinenti all’atto su cui si deve esercitare una decisione, emerge il costrutto del pensiero burocratico che tenderà più a proteggere se stesso che a prendere una decisione favorevole alla risoluzione di un problema concreto.

La realizzazione della semplicità è possibile solo spostando l’accento sul problema concreto verso cui l’amministrazione si rivolge, sia esso un bersaglio del soccorso o una vittima dell’ingiustizia.
Il processo di controllo del controllo del controllo deve decadere di fronte al ruolo dell’essere umano che viene soccorso o che viene considerato vittima. E’ la sua soggettività la ragion d’essere della amministrazione e quindi della potenziale semplificazione del sistema burocratico. Tale riorganizzazione è urgente prima che la burocrazia riesca a contaminare (come purtroppo già sta facendo) la semplificazione comunicativa potenziale nella web society. Proprio per la complessità che la burocrazia ha artatamente introdotto nell’informatizzazione, al fine di mantenere il suo potere, siamo di fronte ad una enorme delusione collettiva dinnanzi a portali incomprensibili, a modelli e moduli informativi deliranti, a comunicazioni impersonali inutilmente filtrate e canalizzate che tendenzialmente inducono a preferire la vecchia comunicazione cartacea (che riappare oggi frequentemente come un doppione) rispetto alla istantaneità della comunicazione informatica.

Il processo di contaminazione delle connessioni del web da parte della burocrazia sta accelerando in modo esponenziale attraverso gli spid, la fatturazione elettronica, i voucher, la virtualizzazione del denaro, con l’ipocrita scusa di combattere l’evasione fiscale, ben sapendo che la vera evasione è invece quella delle multinazionali che la burocrazia protegge proponendosi essa stessa come realtà sovranazionale.

Il contagio dell’ipocrisia burocratica è automatico giacché quando una persona si propone come ipocrita costringe gli altri a fingere di non accorgersi che lui è ipocrita e, quindi, a diventare essi stessi ipocriti. Ciò implica una doppia finzione che nasconde la verità dell’umano in un luogo quasi inaccessibile a meno che non venga visitato con la capacità empatica di sentire anche la falsità, la doppia falsità, la costruzione del modello ipocrita e, da ultimo, il processo egoistico che ha attivato tutto ciò.

Anche il concetto di democrazia ha il suo campo di esistenza perché i metodi della democrazia sono molteplici e possono essere scelti a priori sulla base degli obiettivi che funzionalmente vogliono raggiungere. La contaminazione politica del concetto di democrazia è particolarmente pericoloso qualora, come oggi, si voglia utilizzare un modello di sistema elettorale non finalizzato a comprendere le esigenze dei cittadini a ma garantire o meno la prevalenza di una formazione politica sull’altra.

Per fortuna le tecnologie sociologiche dei sondaggi consentono, anche se ancora in modo precario, la ricognizione sugli orientamenti elettorali ma sono ben distanti dal poter garantire in modo organizzato una indispensabile pluralità di sistemi elettorali che vanno dalla democrazia diretta a quella rappresentativa individuale (proporzionale con scelta del candidato) a quella rappresentativa per raggruppamenti (collegi con candidati preselezionati) fino a impegnare la dialettica in scelte di coalizione programmatiche o a potenziali accordi introno a temi o introno a maggioranze di governo. Credo che il dibattito intorno alla forma democratica più giusta sia il problema di chi si orienta sulla base delle convenienze del suo sistema di potere mentre la teoria delle personalità collettive offre una visione dei diversi sistemi affiancati l’uno l’altro con pari dignità a seconda delle questioni che sono sul tappeto e della loro complessità. Siamo però ancora molto lontani anche solo dall’intuire le potenzialità delle connessioni della web society per affrontare la tematica delle diverse forme democratiche per la risoluzione di diverse problematiche.

Nella rete comincia però a sfuggire al controllo politico burocratico l’informazione che tendenzialmente passa più attraverso i social di quanto non cammini sulla superficie del sistema dei mass media orientati ed obsoleti. La presenza di molecole di socialità che fondano la loro comunicazione di sopravvivenza attraverso gli strumenti della connessione non è ancora sufficientemente consapevole per contrastare la diffusione della malattia relazionale e per opporsi al dilagante disagio mentale prodotto dalla concezione burocratica del potere e dalle sue patologie. E’ però probabile che il secolo attuale sappia risolvere l’enigma che sta alle spalle della relazione se vorrà curare le follie regressive che si sono insinuate, attraverso i veicoli dell’ipocrisia e della burocrazia, nei diversi sistemi organizzativi, amministrativi e politici, fino a corrompere il concetto stesso di democrazia.

Costruire i legami che tengono insieme le molecole è la via praticabile da chi voglia tendere a relazioni interpersonali evolute e sa di non potersi accontentare di gravitare intorno alle correnti comunicative. C’è un “di più” nelle potenzialità dell’uomo che si realizza solo quando riusciamo a vedere realizzati i valori costruiti nei secoli dell’evoluzione relazionale della nostra specie.

In questo orizzonte, libero dalle piccole beghe dei partiti politici, è possibile produrre quell’apertura mentale che ci metta al passo con i tempi e non ci faccia cadere nelle bagarre senza senso che riempiono i giornali e sono incomprensibili.

 

5/3/2017

 

 

 

Note

[1] Nel 2016 sono più di 20 le multinazionali con sede in Italia (Bialetti, Omsa, Rossignol, Ducati Energia, Benetton, Calzedonia, Stefanel, Telecom, Wind, Vodafone, Sky Italia, Almaviva, Magneti Marelli, Bianchi, Vesuvius, per citarne alcune) che, dopo aver ricevuto incentivi da parte dello stato, hanno delocalizzato la produzione in altri paesi licenziando i loro dipendenti in Italia.

[2] Basti pensare alla sede fantasma della Apple in Irlanda da dove convoglia con facilità gli utili nei paradisi fiscali o la sede di Amazon in Lussemburgo dove paga solo l’1% di tassazione. Un calcolo di massima su tali forme di evasione perfettamente legale poiché gioca sui vantaggi offerti dalle arretratezza degli Stati rispetto alla velocità operativa delle multinazionali, vede nella somma di mille miliardi il mancato introito fiscale degli stati europei evaso dalle multinazionali.

[3] Coccia M.,  Gobbino A., La burocrazia nella ricerca pubblica Parte I, Una Rassegna dei Principali Studi, Ceris-Cnr, Italia e Max-Planck Institute of Economics, Germania, 2006. Tutte le riflessioni seguenti sono una sintesi di tale lavoro del quale scelgo di non virgolettare la parti citate per rendere più scorrevole la lettura.

[4] Della Rocca G., « Burocrazie e declino della burocrazia », Quaderni di Sociologia, 33 | 2003, 137-152.

[5] Spesso di fronte ad articoli di cronaca che vedono imprenditori o amministratori coinvolti in processi di corruzione viene infatti da chiedersi chi glielo abbia fatto fare di rovinarsi la vita con un reato, con i processi penali e civili in cui i soggetti sono coinvolti, con le conseguenze di immagine e di discredito a cui si espongono. La risposta è che non era possibile fare a meno di pratiche trasversali e trasgressive se si voleva realizzare l’impresa prefissa.

[6] Della Rocca G., « Burocrazie e declino della burocrazia », Quaderni di Sociologia, 33 | 2003, 137-152.

[7] Da Wikipedia, voce Gruppo Bildeberg, il testo rimanda come riferimenti a  Alden Hatch, The Hôtel de Bilderberg, in H.R.H. Prince Bernhard of the Netherlands: An authorized biography, Londra, Harrap, 1962. «The idea was to get two people from each country who would give the conservative and liberal slant»; allo stesso Rockefeller: David Rockefeller, Memoirs, Random House, 2002, p. 412. e a  Bilderberg: List of Invitees (PDF), Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, 31 gennaio 1996. URL consultato il 6 giugno 2009 (archiviato dall’url originale il 19 maggio 2006).

[8] idem

[9] Klein J. (1956), The study of groups, N.Y. Routeledge & Kegan, trad. it Sociologia dei gruppi, Torino, Einaudi, 1968, pag. 193

[10] Masini V., Dalle emozioni ai sentimenti, ed Prepos, 2001; Lo stress da condominio, Relazione presentata al Convegno Nazionale ANACI, Il Corriere della Sera, del 27.05.2002; Affinità e opposizioni, Per un agire comunicativo mirato all’intesa ed alla regressione del conflitto, Relazione presentata al Convegno Comunicazione e risoluzione dei conflitti, Università di Arezzo, 2002; Idealtipi di religiosità e dialogo interreligioso, in Berti, De Vita, Pluralismo religioso e convivenza multiculturale: un dialogo necessario, Angeli, 2002; Relazionalità e cultura del civile, in Melchior C. (a cura di) , La rappresentazione dei soggetti collettivi, A.I.S., Udine, 2003; Le personalità collettive nel gruppo di lavoro, in Sociologia, n.2, 2003; L’educazione e la didattica appropriata per ciascuna personalità collettiva di classe scolastica, Istituto di Tecnologie Didattiche del CNR, n.3, 2004; Valutazione della qualità relazionale e  predittività del burn out e del mobbing nei gruppi di lavoro dei servizi per la giustizia minorile, (in coll.), Rassegna di Servizio Sociale, N.2 2005; Il contributo delle scienze sociali all’analisi della crisi dell’impresa in S. Pacchi (a cura di) , Il Nuovo Concordato Preventivo, IPSOA, Trento,  2005; Vincenzo Masini , Relazioni di personalità collettiva, equilibrio, empatia sociosistemica e governance, in Riccardo Prandini La realtà del sociale: sfide e nuovi paradigmi, Angeli, 2005; Dai valori alle relazioni interpersonali, Atti per Convegno Relazioni e valori, Università di Perugia, 2007; Job Analisys And Research On Counselor’s Profession, NBBC INTERNATIONAL; Miglioramento relazioni interpersonali nel gruppo classe, in L cultura della legalità, Ministero Istruzione, Università e ricerca, Roma 2010; Agape e affinità intenzionale, in SOCIALONE Agire agapico e scienze sociali, Castelgandolfo 6 giugno 2008, HHUUhttp://www.social-one.org/it/component/docman/cat_view/47-seminario-2008.htmlUU; ;Dizionario di counseling relazionale e personologico, ed Montag,2013; La svolta relazionale, Edizioni Prepos, 2016.

Burocrazia e Apocalisse

di Vincenzo Masini

Postmoderno e web society

La fine dell’epoca post moderna e l’ingresso nella web society non può avvenire senza la liberazione dai costrutti sistemico-sociali, relazionali e mentali della burocrazia.

L’ipotesi di interpretazione della fase storica attuale è che la fine dell’epoca moderna (le scoperte geografiche nel pianeta, la nascita degli stati moderni, le rivoluzioni industriali, la nascita delle multinazionali e la globalizzazione) si eliciti in nuove formazioni sociali ed organizzative rese possibili dalle nuove forme di connessione comunicativa dell’informatica.

1
Ciò significa che possiamo far transitare nella nuova epoca e nei nuovi modelli di relazione il buono o il cattivo che è stato prodotto dall’epoca moderna.
Dal mio punto di vista il BUONO sono i valori su cui sono state costruite le democrazie e il CATTIVO sono i limiti ed i difetti delle democrazie stesse.
Per BUONO intendo i sette (1) principali valori su cui tutti concordiamo (responsabilità, buona volontà – ovvero impegno per la  giustizia -, libertà, generosità, pace, uguaglianza e fedeltà).
Per CATTIVO intendo il principale strumento utilizzato dai diversi poteri per impedire la realizzazione di tali valori e cioè la burocrazia.
Questa espressione va letta destrutturando il fatalismo con cui ad essa ci arrendiamo per interpretarla invece come una vera e propria struttura artatamente costruita contro la realizzazione del BENE per l’uomo e ipocritamente mascherata come esigenza. Intendo cioè dire che l’umanità può fare a meno della burocrazia, anzi DEVE impedire che il suo contagio entri nella nuova web society (2).

Web society, valori e nativi digitali
La trasmissione culturale dei valori relazionali prodotti in epoca moderna verso le nuove generazioni di nativi digitali è fortemente compromessa dal relativismo culturale che è cresciuto all’ombra del “politicamente corretto” e cioè l’accettazione della trasgressione come strumento di liberazione delle istanze emozionali individualistiche mascherate sotto le forme ipocrite dei “movimenti di liberazione” delle minoranze dall’oppressione della “maggioranza conservatrice e oppressiva”.
L’epistemologia della tolleranza non può confondere l’accettazione con il proselitismo prepotente che installa la sua logica nelle nuove generazioni impedendo loro di reinterpretare e rivitalizzare, con nuove logiche, i valori prodotti nella modernità attraverso i pruriti di vecchie e nuove forme trasgressive (3).
Anche in questo caso la contaminazione burocratica è la principale causa della caduta della trasmissione culturale perché confondendo la legalità con la giustizia impedisce la formazione del sentimento di valore nell’intimo della coscienza della persona che delega e si affida alle regole (spesso arbitrarie) degli amministratori della presunta legalità.

L’irresponsabilità della burocrazia
La crisi degli stati moderni e della realizzazione del welfare state è strettamente connessa all’incapacità delle formazioni burocratiche di gestire la complessità. Ben lontana dall’analisi classica weberiana (controllo impersonale e formalizzato) la burocrazia attuale si presenta come deformazione professionale del burocratica, come incapacità addestrata nel prendere decisioni, come scaricabarile, come ricerca del perfezionismo formale, come apparato di potere che tende a perpetuarsi sottraendo energie positive ai sistemi sociali, come apparato di regole per assicurare a se stessa il suo perpetuarsi, come brodo di coltura dei gruppi di interesse “opachi alla visibilità sociale” clientelari, mafiosi o massonici, come continuo spostamento dei mezzi in fini, come macchina in grado di autoriprodursi contaminando i principi democratici, come struttura autoreferenziale del tutto priva di responsabilità nei confronti dell’ambiente umano che la circonda.

Il concetto di semplicità
La semplicità è una dote della relazione umana che distingue l’essenziale dal superfluo. Su questa base è possibile valutare la soglia di formazione del modello burocratico di organizzazione sociale. Oltre la soglia di tre passaggi nell’esercizio del controllo formale della filiera organizzativa si forma la catena burocratica a meno che non venga posto in essere un nodo reticolare decisionale su TUTTO il percorso organizzativo, a monte ed a valle. La soglia di tre non è solo applicabile agli individui concreti che amministrano ma anche agli oggetti amministrativi che debbono essere utilizzati. Laddove una decisione comporti l’osservanza contemporanea di tre o più oggetti amministrativi (leggi, decreti o regolamenti) pertinenti all’atto su cui si deve esercitare una decisione, emerge il costrutto del pensiero burocratico che tenderà più a proteggere se stesso che a prendere una decisione favorevole alla risoluzione di un problema concreto.
La realizzazione della semplicità è possibile solo spostando l’accento sul problema concreto verso cui l’amministrazione si rivolge, sia esso un bersaglio del soccorso o una vittima dell’ingiustizia (4).
Il processo di controllo del controllo del controllo, tipico della burocrazia, decade di fronte al ruolo dell’essere umano che viene soccorso o che viene considerato vittima. E’ la sua soggettività la ragion d’essere della amministrazione e quindi della potenziale semplificazione del sistema burocratico. Tale riorganizzazione è urgente prima che la burocrazia riesca a contaminare (come purtroppo già sta facendo) la semplificazione comunicativa potenziale nella web society. Proprio per la complessità che la burocrazia ha artatamente introdotto nell’informatizzazione, al fine di mantenere il suo potere, siamo di fronte ad una enorme delusione collettiva dinnanzi a portali incomprensibili, a modelli e moduli informativi deliranti, a comunicazioni impersonali inutilmente filtrate e canalizzate che tendenzialmente inducono a preferire la vecchia comunicazione cartacea (che riappare oggi frequentemente come un doppione) rispetto alla istantaneità della comunicazione informatica.

La vittima e la Real Justice
La “Real Justice”, o “giustizia riparatoria”, fa riferimento a una corrente di pensiero che inaugura un nuovo modo di guardare la giustizia penale e civile concentrato sulla riparazione del danno arrecato alla persona e sulla relazione tra amministratore e utente soccorso o tra autore e vittima del reato, piuttosto che sulla punizione del reato – anche se la Real Justice non preclude la carcerazione o altre sanzioni punitive-. Tale prospettiva pone un netto cambiamento nel modo di concepire la sanzione. Essa rappresenta prima di tutto un invito a ripensare alla “ragione d’essere” della sanzione e alle conseguenze del reato. Si tratta di un’apertura ad un nuovo modello culturale. In un momento storico in cui in Italia viene sottolineato lo stato di crisi della giustizia penale, stanno suscitando interesse le varie esperienze di common low di Real Justice, che pongono l’accento sulla dimensione riparativa e su quella relazionale della pena, coinvolgendo i rapporti psicologici tra le persone direttamente coinvolte nel fatto criminoso. La due funzioni principali del modello ripartivo sono dunque “riparare” il danno subito e “trasformare la relazione interpersonale”. L’attenzione è posta sulla relazione invece che sulla punizione, con l’obiettivo di restituire alla vittima e all’autore del reato un senso di identità all’interno della società. La terza funzione è quella di responsabilizzare l’autore del reato nell’ottica di una sua riabilitazione. Una quarta funzione può essere vista nell’esigenza pratica di sfoltimento del carico delle strutture giudiziarie e penitenziarie
Gli strumenti della giustizia riparativa appaiono difficilmente catalogabili. Le tecniche utilizzate dalla real Justice cambiano da paese a paese e prevedono diversi gradi di coinvolgimento dei soggetti interessati al reato. Le indicazioni essenziali (5) sono state date con i documenti preparatori del Decimo Congresso delle Nazioni Unite “Prevention of Crime and Treatment of Offenders” svoltosi a Vienna nel 2000. Nel documento dell’ONU vengono elencate alcune tecniche tra le quali: apology (scuse formali scritte o verbali), community/familiy group conferencing (dialogo esteso ai gruppi parentali, presuppone l’ammissione della colpa) victim impact statements detti comunemente VIS (incontri in cui viene narrato dalla vittima il modo in cui il crimine ha inciso sul modo di vivere) peacemaking circles (creazione di partenership fra comunità e apparato di giustizia per la determinazione della pena da infliggere al reo), community ristorative board (gruppo di cittadini preparati a colloqui con l’autore del reato a cui viene proposta una serie di azioni riparative; il reo si impegna per iscritto a porle in essere, l’adempimento o il non adempimento delle stesse viene sottoposto alla corte di giustizia). La “Real Justice”, che si fonda sulla connettività comunitaria, è stata dapprima applicata ai casi di vandalismo e di bullismo, nasce nel mondo anglo-americano ed è attuata in Canada, Nuova Zelanda, Australia, U.S.A., mentre è del tutto marginale in Europa e in particolare nel nostro ordinamento giuridico.

Real Justice e burocrazia
La semplificazione della burocrazia è possibile inserendo strumenti di Real Justice nel rapporto tra cittadini e amministrazione. Non si tratta solo di percorrere le vie delle associazioni finalizzate allo scopo di riformare una legge o delle associazioni di consumatori o di sportelli del cittadino ma di una filosofia operativa che ha al centro il soggetto soccorso (l’utente) e si fonda sul suo protagonismo e sulla sua insindacabile soddisfazione.
Nella logica che ogni bisogno è un’emergenza (più o meno acuta ed urgente) la soddisfazione del bisogno rende necessario il superamento della burocrazia che si dissolve di fronte ad un atto di riparazione, di aiuto o di soddisfazione pienamente esaudito. L’unica legalità che conta è quella del bisogno poiché i criteri della legalità burocratica sono inefficienti per la valutazione delle procedure che, volta per volta, vengono inventate di fronte all’emergenza. L’emergenza ha solo bisogno di protocolli consolidati di azione ovvero di quelle corrette azioni per risolvere il problema che vengono progressivamente migliorate attraverso l’esperienza senza MAI diventare procedure formali.
Posta in mano all’utente del soccorso e cioè al destinatario del servizio la possibilità di valutare a posteriori del servizio ricevuto la sua soddisfazione si conferisce a tal soggetto il vero potere di destrutturazione della macchina burocratica che ha amministrato il servizio. Laddove egli non abbia ricevuto adeguata soddisfazione la macchina burocratica che ha organizzato il servizio sarà immediatamente smantellata e sostituita da altre persone e da altri processi mettendo la burocrazia in un costante stato di potenziale mora. L’equilibrio che dovrà essere costruito per contenere abusi o follie dell’utente sarà stabilizzato da una funzione apicale di difesa dei processi amministrativi attuati. Funzione sottoposta anch’essa al possibile smantellamento da parte dell’utenza non soddisfatta.
Tale processo va ben oltre l’analisi della customer satisfaction (anch’essa burocratizzata in moduli o in inutili sportelli di reclami) perché pone nelle mani dell’utenza il potere di mantenere in vita la macchina organizzativa e di mantenere il ruolo degli amministratori.
Il processo che a prima vista appare deflagrante è molto più semplice e meno drammatico di quanto appaia nella sua formulazione ove sia seguito dai sistemi di comunicazione diffusa di cui la web society dispone. Può essere mediato da sistemi di votazione diretta della pluralità di utenti, può presentare tempi e modi di trasformazione mediati (ma anche la mediazione temporale può essere destrutturata dal potere dell’utenza), può trovare accordi ed indicazioni per la trasformazione ma tutto ciò deve avvenire a valle della soddisfazione dell’utenza e non nel corso della somministrazione del servizio.
L’amministratore può anche agire per la soddisfazione del bisogno dell’utenza attraverso percorsi non sanciti formalmente ed anche non rispettosi dei regolamenti e della legalità ed essere assolto da provvedimenti o condanne sulla base della dichiarazione dell’utenza soccorsa che testimonia favorevolmente verso l’amministrazione (in tal caso assolutamente non burocratica).
Tal tipo di processi di Real Justice possono indurre stati ansiosi nel lettore che non ha pienamente destrutturato in sé quella forma di pensiero indotto dalle credenze che l’amministrazione debba essere una macchina automatica in grado di fornire stabilmente prestazioni. L’automatismo è tipico delle macchine informatiche ma non delle organizzazioni umane che quando cadono in tale trappola logica perdono il senso per cui sono state costruite e consentono l’esercizio del dominio e del comando dei vertici burocratici sulla pluralità degli attori e, contemporaneamente, clientelismo e corruzione.

L’Apocalisse della burocrazia
Mi sia consentito da credente una interpretazione della previsione di capillare controllo contenuta nell’Apocalisse di San Giovanni: «E le fu dato di animare la statua della bestia fino al punto di farla parlare, sicché la statua fece mettere a morte tutti quelli che non si prostravano davanti a lei. Ed essa fece sì che tutti, e piccoli e grandi, e ricchi e poveri, e liberi e servi, ricevano un’impronta sulla loro mano destra o sulla loro fronte, di modo che nessuno possa comprare o vendere, se non chi ha l’impronta, il nome della bestia o il numero del suo nome. Qui sta la sapienza! Chi ha intelligenza, calcoli il numero della bestia; perché è un numero d’uomo. E il suo numero è seicentosessantasei».
Lo sviluppo della macchina burocratica antiumana va indubitabilmente in questa direzione e gli elementi del controllo capillare per consolidare il suo potere sono sotto i nostri occhi. Potenziata dall’informatica e dalle connessioni della web society essa sarà la negazione della relazione affettiva umana e, attraverso la trasformazione dei gruppi di interesse opachi alla visibilità sociale in multinazionali potrà avere alleati di potere che la renderanno invincibile.
Questo è il motivo per cui costruiamo molecole che, anche se sono in questa fase sempre più piccole e invisibili, sono le uniche forze in grado di contrastare la diffusione della malattia relazionale e opporsi al dilagante disagio mentale. Il secolo attuale dovrà risolvere l’enigma che sta alle spalle della relazione se vorrà curare le follie regressive che si sono insinuate, attraverso i veicoli dell’ipocrisia e della burocrazia, nei diversi sistemi organizzativi, amministrativi e politici, fino a corrompere il concetto stesso di democrazia.
Costruire i legami che tengono insieme le molecole è la via praticabile da chi voglia tendere a relazioni interpersonali evolute e sa di non potersi accontentare di gravitare intorno alle correnti comunicative. C’è un “di più” nelle potenzialità dell’uomo che si realizza solo quando riusciamo a vedere realizzati i valori costruiti nei secoli dell’evoluzione relazionale della nostra specie.

I valori
Ma anche quando i flussi comunicativi della politica e dell’economia siano guidati da valori, e non da interessi che producono disgregazione, accade che, in una stessa molecola, c’è chi privilegia coscientemente o inconsciamente un valore rispetto ad un altro.
Se provate a scrivere su un foglio e chiedete in quale ordine di priorità (da 1 a 7) ciascuno li metta scoprirete quanto le diverse scale di valori divergano tra di loro (e anche quanto siano cambiate in noi stessi a seconda degli eventi e delle fasi della vita). I valori di cui le singole persone e le micromolecole sono portatori sono spesso in lite tra di loro: è più importante la generosità verso tutti o la fedeltà verso le persone intorno a noi? che rapporto c’è la fedeltà e libertà? è prevalente l’impegno per la giustizia o mantenere la pace? come conciliare i diversi livelli di responsabilità che gli individui si assumono con l’uguaglianza tra tutte le persone? come possono andare d’accordo libertà e responsabilità? Cosa viene prima e cosa viene dopo?.
Se osserviamo i flussi comunicativi che stanno alle spalle delle ideologie politiche di riferimento salta immediatamente agli occhi che ciascuna di esse, pur non negando importanza a tutti i precedenti valori, ne privilegia alcuni piuttosto che altri e cerca di attrarre consenso sulle pratiche che li affermano.
La potenza della relazione delle macromolecole organiche e vitali sta nella costruzione di sostanze relazionali che risolvono il precedente enigma: è l’equilibrio nelle relazioni che risolve il dilemma tra senso di responsabilità (verso i propri cari o il proprio ambiente di vita) e la generosità accogliente. E’ la ricerca comune della verità nel rapporto interpersonale che concilia fedeltà e libertà. E’ la trasparenza relazionale che concilia uguaglianza e libertà. E’ la qualità dell’affiatamento interpersonale che mette insieme generosità e fedeltà. E’ l’armonia a far collimare l’ansia della responsabilità con la tranquillità della pace. Ciò che collega l’essenza dell’uguaglianza con la potenza di chi, per realizzarla, trasmette un impegno fuori dal comune (quindi non uguale) è la condivisione sublime dello stesso sentimento empatizzato e socializzato (6). Ed è la costruzione dell’accordo perfetto che media tra pace e lotta, impedendo alla pace di diventare indifferenza e all’impegno di diventare guerra.
Ma tali sostanze relazionali, ovvero lo spirito prodotto dalla concreta realtà dello stare in relazione tra persone, non può rimanere confinato in molecole con individui atomizzati. Per coagularsi sempre di più ha bisogno di reti di macromolecole che contengano ben definite tutte le sostanze relazionali menzionate pur realizzando lo specifico carisma di ciascuna.
Nei quarant’anni di sviluppo e di evoluzione sociale successivi alla seconda guerra dei trent’anni (e cioè l’intero periodo delle guerre mondiali del secolo scorso, dal 1915 al 1945), le sostanze relazionali in circolazione nella società erano distribuite con un buon mix. Negli anni ’90 l’eccesso di concentrazione organizzativa e di controllo hanno trasformato le aziende in multinazionali, gli stati in burocrazia, le aggregazioni sociali spontanee e volontarie in argilla inconsistente, le comunicazioni sociali in mainstream (7).
Per uscire da questo trentennio distruttivo che ha concluso il processo di trasformazione del postmoderno in web society c’è bisogno di forme molto più consapevoli che nel passato di riaggregazione delle molecole. Ciò che un tempo era chiamato discernimento spirituale tra il bene ed il male porta oggi in nome di consapevolezza e ciò è giusto perché coinvolge anche la persona che discerne nell’opera di comprensione di sé in relazione con l’altro. Ma contiene il rischio dell’intimismo di chi, consapevole dei suoi limiti e della sua pochezza, si astiene dal giudicare. Che egli voglia essere così liberal da non voler condannare può essere comprensibile, ma l’assenza assoluta di giudizio o è un’ipocrisia o è una cretinata.
Se le molecole vogliono crescere debbono condividere ma non possono condividere con chi non condivide, altrimenti vengono rapinate della loro sostanza relazionale e si estinguono. Se le molecole vogliono accogliere debbono discernere tra chi accoglie l’accoglienza e chi la sfrutta, altrimenti perdono identità. Se le molecole vogliono essere tolleranti debbono sapere che non si può tollerare l’intolleranza, altrimenti ci si disperde nel conflitto o nella diaspora.
Accoglienza, tolleranza e condivisione (generosità, pace e fedeltà) sono spinte all’azione socio solidale gestita attraverso le sostanze relazionali dell’equilibrio, dell’accordo e dell’affiatamento senza fughe nell’intimismo individualista psicologico che le corrompe. Ciò accade quando la generosità dell’accoglienza è prodotta dal senso di colpa, la pace e la tolleranza dall’indifferenza burocratica e la fedeltà della condivisione dalla paura dell’essere abbandonati alla propria solitudine.
Le molecole che si aggregheranno hanno bisogno di costruirsi autorevolezza per poter essere protagoniste di un nuovo tipo di comunicazione indispensabile nella web society e la autorevolezza è determinata dal dichiarare ed agire in un chiaro senso del limite. Oggi le molecole debbono agire in nome del senso del limite e collegarsi con tutti i sistemi relazionali che posseggano il senso del limite.
Sia ben chiaro che l’amore non ha limiti e confini perché l’amore che provo oggi è più grande di quello che ho provato ieri e la personale possibilità di farne esperienza è la caratteristica principale del divino che si situa nell’umano, ma questa espansione empatica e irradiante è nella persona e nelle sue scelte e non può essere nelle relazioni sociali che, per definirsi, hanno bisogno di limiti.
Tutte le aggregazioni sociali che hanno prodotto nel corso della storia relazioni evolute sono state avanguardie di cambiamento nelle epoche di trasformazione. La coesione sociale all’interno di questi gruppi li ha resi unici e definiti. Il clima relazionale intorno a Pitagora, Socrate, Gesù, Francesco d’Assisi, Teresa D’Avila, Mahatma Gandhi, Nelson Mandela e milioni di altre persone rimaste sconosciute ha prodotto frutti indiscutibili per l’evoluzione e per la salvezza dell’intera umanità perché tali relazioni evolute lasciano tracce nell’inconscio collettivo sotto forma di quella prospettiva desiderante a cui si tende intuendo la possibilità della felicità per gli esseri umani. Tutte queste formazioni avevano un chiaro senso del limite mentre la capacità affettiva dei loro leader e dei loro membri superava ogni limite nella loro originaria individualità.

 

28/01/2017

 

NOTE:
1 – Questa classificazione dei valori (che rilegge la logica delle virtù cardinali e teologali) non è arbitraria perché tende a ridurre entro un numero memorizzabile di categorie la propensione ai valori che si forma nella coscienza individuale dopo averne vissuto e sperimentato l’efficacia, la bellezza e la bontà nella relazione sociale. Ad esempio il valore relazionale dell’amicizia si traduce nella soggettività della persona nel valore della fedeltà verso l’amico, il riconoscimento della propria importanza da parte di altri si percepisce dopo essersi assunti la responsabilità del servizio di aiuto e/o di solidarietà, ecc.
2 – Prendo ad esempio l’attuale scandalo dei 28 milioni di euro donati dagli italiani per i terremotati ancora fermi nel conto aperto presso la Tesoreria Centrale dello Stato e che non possono essere usati in ragione del «protocollo d’intesa» tra la Tesoreria e le società di telefonia che hanno raccolto gli sms solidali. Prima è necessario predisporre un’analisi dei danni nelle singole regioni che deve essere sottoposto a un comitato di garanti che deve verificare il rispetto delle norme nell’utilizzo dei fondi). Questo esempio di contaminazione degli strumenti di connessione partecipativa non è semplicemente uno stupido ed inefficace strumento di controllo ma rappresenta una forma di potere che il triplice scopo di opporsi alla partecipazione, minare la fiducia interpersonale e riservarsi la possibilità di gestire tali fondi in modo clientelare o corruttivo. NON E’ UNA NECESSITA’ ORGANIZZATIVA E DI CONTROLLO INDISPENSABILE PERCHE’ LE VIE PER AGIRE DIVERSAMENTE SONO MOLTEPLICI COSI’ COME LO SONO ANCHE GLI STRUMENTI DI CONTROLLO INNOVATIVO (più avanti si discuterà dei modelli di Real Justice9.
3 – Prendo ad esempio la liberalizzazione delle droghe che non può diventare un incentivo al consumo travestendosi da difesa dei diritti del tossicodipendente. Nella vecchia legge 162 era contenuta una importante novità e cioè la definizione del tossicodipendente come “irresponsabile” e non come “delinquente” e quindi non punibile penalmente ma sanzionabile con la perdita di alcuni diritti: la patente di guida, il porto d’armi, la possibilità di accedere ad alcune professioni ad elevato contenuto di responsabilità sociale (medico, parlamentare, pilota d’aereo, per fare alcuni esempi). L’interpretazione burocratica delle Prefetture e dei Sert ha completamente stravolto tale criterio.
Una identica logica si è affermata nelle teorie di genere – sacrosante quando conducono a comprendere e tollerare le diverse inclinazioni del maschile e del femminile ma pericolosa quando scardina gli archetipi dell’identità biologica riproduttiva- ; nell’uso improprio della separazione coniugale – sacrosanta quando sancisce la fine di relazioni senza fondamento-; nella liberazione sessuale – sacrosanta perché elimina i sensi di colpa ma perniciosa laddove favorisce e legittima le nevrosi di perversione e l’utilizzo del sesso come strumento di potere-; nel successo sociale dell’ideologia dell’eccellenza – sacrosanta quando favorisce l’emersione dei meriti ma inumana quando è realizzata con la sopraffazione dell’altro con l’inganno, la manipolazione, l’opportunismo, la corruzione e la clientela-; nel femminismo – sacrosanto quando afferma l’identità del femminino ma pericolosa quando è solo conflittuale contro il maschile imitando peraltro i peggiori difetti del maschio (vedi le donne soldato e non più pacifiste e non violente)-; nella accettazione senza condizioni delle patologie mentali – sacrosanta quando evita la discriminazione e potenzi l’aiuto della comunità verso soggetti deboli, ma pericolosa quando legittima la maniacalità dell’abuso e/o reintegra con facilità delinquenti che non sono nemmeno pentiti del male che hanno commesso-; lo stesso processo accade nelle dichiarazioni di principio delle diverse carte dei diritti umani – sacrosante ma utili solo per le azioni di indignazione giornalistica senza nemmeno essere correnti di pensiero mainstream-; equivalenti livelli di impotenza sono rintracciabili nelle proposte di legalità nei buoni cittadini proposte dall’Unicef che non determinano esperienze di limiti oppure di fronte al sacrosanto (e qui ci sta propro pertinentemente) catechismo della Chiesa Cattolica del 1997, che non può agire come modello di comportamento diffuso per l’ipocrisia di etichette prive di sostanza.

4 – Il termine utente di un servizio porta ad una visione impersonale del bisogno ponendo tutti gli utenti nelle stesse condizioni e dimenticando che non vi è ingiustizia più grande di dare cose e prestazioni uguali a bisogni diversi. Per questo il termine soccorso, che implica la costante emergenza nei confronti del bisogno, è molto più pertinente poiché inferisce il carattere di urgenza efficiente al lavoro amministrativo. La vittima è invece colui che non ha ricevuto l’assistenza a cui aveva diritto in quanto essere umano o che è stato ingiustamente leso da qualche reato penale o civile esercitato contro di lui.
5 – Per analizzare alcuni casi pratici si rinvia ai vari siti internet (si indicano a titolo esemplificativo: www realjustice.org; www iirp.org/au/; www restaurativejustice.org). La “real justice” contempla la necessità di condurre i colpevoli di fronte alla vittima con l’assistenza di un mediatore (o in alcuni casi due mediatori per condizione di parità tra le parti o di un equipe), o meglio di counselor specializzati in tecniche relazionali, in modo che i colpevoli vedano le conseguenze dei loro gesti e le vittime possano esprimere il loro vissuto e incontrare “l’umano” che è in loro per giungere ad una riparazione del danno causato. Il fine principale che la Real Justice si pone è quello di ricostruire o costruire la relazione interpersonale alla presenza di un terzo altamente qualificato, neutrale e disponibile all’ascolto per promuovere pace, armonia, saggezza, riparazione. La necessità di riparazione si basa sul principio che più gli esseri umani sono felici, produttivi, cooperativi, più alta è la probabilità di effettuare cambiamenti positivi nel loro comportamento.
6 – Tutti gli uomini sono diversi ma percepiscono la loro uguaglianza nel vivere le stesse emozioni e gli stessi sentimenti in qualunque cultura essi vivano. La caratterista della sostanza relazionale sublime è insita in questo incontro tra sensibilità diffusa e carismi che la interpretano. Il sublime si realizza nella gloria sperimentata dal protagonisti (che non è narcisismo o megalomania ma soddisfazione per la propria realizzazione) e l’ammirazione sperimentata dai popoli per gli eroi (che non è invidia per un ruolo ma ammirazione e desiderio di imitazione). L’incontro con il sublime è una delle sensazioni più appaganti che l’essere umano possa sperimentare.
7 – Mainstream è una corrente di pensiero o un trend che fa corrente e determina un seguito di individui, parte di una massa e non di una formazione relazionale. Sono mainstream il politicamente corretto, le teorie di genere, le mode, votare SI o NO al referendum, scegliere Microsoft o Macintosh, Apple o Windows, Tim o Vodafone, Gmail o Yahoo, Dalla Vostra Parte o Piazza Pulita, ecc. Questi esempi rappresentano le caratterizzazioni dei sistemi di connessione (e non di relazione) nella web society.

Ipocrisia e politically correct

Il tema del politicamente corretto è la questione in cui più sottilmente si manifesta l’ipocrisia della politica.

L’espressione “politicamente corretto”, nata negli anni ’70, si incentrava sul tipo di linguaggio da utilizzare per garantire il rispetto verso persone appartenenti a minoranze, a differenti culture, con situazioni di disabilità, di esclusione sociale o di maggiore debolezza nel potere contrattuale e nell’immagine.

Il linguaggio voleva rappresentare un atteggiamento di accettazione e di inclusione da parte dei “politicamente corretti” per sancire una alleanza politica con le diverse minoranze. La teoria di inclusione sociale che tale processo sottintende è che l’insieme delle minoranze diventa politicamente una maggioranza anche se a partecipare alle diverse minoranze è lo stesso individuo. Egli infatti può essere contemporaneamente ambientalista, vegetariano, omosessuale, malato, disabile, appartenente ad una minoranza etnica, ad una religione non ufficiale, ecc. [1]

L’accettazione della minoranza è però solo formale e linguistica poiché non riesce ad essere autenticamente relazionale e infatti si esprime sul piano dei diritti civili, delle carte dei diritti, delle leggi e delle forme di interazione sociale condivise e normate.

La minoranza si attende però un altro livello di accettazione relazionale poiché vorrebbe che la maggioranza si “facesse simile” ovvero conformasse lo stile di vita al messaggio, anche di sofferenza, di cui la minoranza è portatrice. L’attesa ingenua della minoranza è quella di poter essere maggioranza per ottenere un’identità collettiva che sazi il bisogno di riconoscimento.

Invece si trova di fronte solo al cambiamento del linguaggio.

Il linguaggio invece ha solo determinato nella minoranza un’attesa di attenzione e di cura che è di gran lunga superiore alle possibilità relazionali, sociali ed economiche dei sistemi e degli stili di vita. Le aspettative deluse nella vita quotidiana possono dunque trasformarsi in rivendicazioni sociali anche molto forti.

Serge Moscovici[2] elabora la fondamentale teoria che l’influenza della minoranza differisce da quella della maggioranza perché la prima può aver luogo solo in condizioni di antagonismo mentre la seconda può realizzarsi anche in un contesto collaborativo. La maggioranza normativa può essere influenzata solo mediante l’enunciazione di posizioni politiche chiare capaci di attirare interesse dall’esterno.

Il problema vero è che l’interesse suscitato all’esterno del collettivo della minoranza è un interesse ipocrita, giacché esprime una posizione a livello linguistico ma un’altra a livello relazionale. In pratica un costante doppio legame, nel senso proposto da Gregory Bateson e di cui discuteremo più avanti.

Il latore del doppio legame è anch’egli prigioniero del medesimo doppio legame strutturato nel suo egocentrismo e non riesce nemmeno a rendersi conto del proprio atteggiamento ipocrita.

Egli bada costantemente ad usare un linguaggio che non faccia sentire nessuno escluso, sminuito o svalutato, evita di riferire argomentazioni che si riferiscono ad un gruppo demografico (o a qualunque minoranza), modifica per compiacenza o per ideologia espressioni verbali che possono farlo apparire insensibile ai diritti della minoranza (dirà ministra per rispetto al movimento femminile nato come minoranza), non userà espressioni come “handicappato” o “ritardato” sostituendole con disabile, non si esprimerà con affermazioni religiose o simboli che possono offendere altre religioni, adopererà termini neutri per non perdere la faccia sbagliando interpretazioni di gender (“esci con qualcuno?” al posto di “hai la ragazza?”), non userà espressioni ritenute squalificanti per alcune professioni (becchino diventa operatore cimiteriale, spazzino diventa operatore ecologico, bidello diventa operatore scolastico…), si sforzerà di non apparire scorretto con barzellette che riguardano razza, classe, sessualità, età, genere, o abilità fisica e, ovviamente, cercherà sempre di parlare bene di tutte le minoranze.

Se questi atteggiamenti fossero solo indice di buona educazione non avremmo i giganteschi problemi psicologici e relazionali che il loro uso ha prodotto.

In primo luogo limitando implicitamente la libertà di pensiero, ovvero la riflessione personale ( la Ragione) su temi come immigrazione, sicurezza, differenze di civiltà, di origine geografica e razziale, omosessualità, gender mainstreaming, domande esistenziali e fedi religiose inducendo la sensazione che si stiano affrontando dei tabù per il ciclo attuale della globalizzazione che deve rendere tutto indifferenziato.

La dittatura del relativismo che sta alle spalle del politicamente corretto mira ad un progetto di riscrittura della mentalità e della società in chiave ipocrita e burocratica per neutralizzare sia i riferimenti ideali sia la relazionalità autentica.

In secondo luogo illudendo le minoranze di una loro piena accettazione attraverso l’opposizione ad una impalpabile maggioranza che le emarginerebbe perché razzista. omofoba, rozza, fascista, oscurantista e oppressiva. Quando il processo di opposizione è avviato esso non ha più fine perché ciascuna minoranza dovrà fare proselitismo per essere accettata dalla maggioranza e diventare essa stessa maggioranza. Il processo è dunque doppiamente ipocrita: i sostenitori dei diritti delle minoranze istigano al linguaggio politicamente corretto ma non modificano nulla del loro stile di vita e di relazione con le minoranze attribuendo a chiunque ponga resistenze al suo linguaggio politicamente corretto la responsabilità della non accettazione delle minoranze e, contemporaneamente, lottando per l’affermazione formale dei diritti delle minoranze. Pur sapendo che tali diritti saranno negati fattivamente dal potere burocratico insensibile alle relazioni e incapace di individuare soluzione pratiche e concrete. I critici del politicamente corretto sono costretti a diventare minoranza nel relativismo universale e, ipocritamente, affermare essi stessi il diritto ad essere accettati anche e solo come forme folkloristiche appartenenti al passato di cui hanno nostalgia.

 

Vincenzo Masini
28 gennaio 2017

 

[1] Questa visione della teoria dell’insieme delle minoranze nasce all’epoca della contestazione sessantottesca e, pur non essendo più proposta attualmente in questi termini trova riferimenti classici in Gilbert Simondon, recentemente riscoperto dopo aver esercitato una certa influenza su Gilles Deleuze, che discute sulle diverse individuazioni di gruppo come plurime fasi di sviluppo del singolo io che, combinandosi con altri individui delle diverse minoranze, esprime nel collettivo il nucleo di energia potenziale evolutiva pre-individuale. Recentemente Paolo Virno (Virno P., Grammatica della moltitudine, Rubettino, 2001, Catanzaro) riprende le tesi di Simondon sull’essere umano come realtà in parte preindividuale e in parte realtà individuata. Il collegamento tra queste due realtà viene proposto durante la fase della terza individuazione, attraverso il collettivo e la sua opposizione di minoranza alla maggioranza.

[2] Serge Moscovici, (1981), Psicologia delle minoranze attive, Bollati Boringhieri, Milano, (traduzione di Social Influence e social changes, Academic Press, 1976)